Bollati Boringhieri ha lanciato tempo fa una collana di giardinaggio dal titolo poco fantasioso di “oltre i giardini”. I titoli sono molto promettenti e si preannuncia di diventare per le generazioni più giovani una sorta di viatico per il giardinaggio.
Ho acquistato il volume di Michela Pasquali I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens per leggerlo durante il viaggio di ritorno da Milano a Siderno.
Ha svolto il suo lavoro, ma confesso di essermi pentita di non aver preso anche un libro di fantascienza alla Hoepli di Milano.
Intanto, nel mio feticismo linguistico, devo subito premettere che nel titolo c’è un errore grammaticale. In italiano le parole straniere non fanno plurale. Perciò si sarebbe dovuto scrivere “garden” e non “gardens”.
Il libro è leggibile, ben scritto con uno stile limpido, pulito e non sovrabbondante. Anzi, a dire il vero piuttosto piatto e per nulla appassionante.
Dopo un breve ma interessante exursus storico sulla nascita del movimento dei Green Guerrilas e dei Guerrilla Gardens, il libro analizza più che altro le vicende amministrative che hanno coinvolto i giardini di Losaida e di altri sobborghi di Manhattan, e seppur senza risultare pedante, esamina dati e statistiche dell’attività edilizia che ha minacciato i giardini ricavati da i piccoli lotti abbandonati (vacant lots) .
Poco o nulla di antropologico o filosofico viene estrapolato dal complesso storico. Appena sfiorate le tematiche ecologiste che storicamente si accompagnano ai guerrilla garden, per nulla invece quelle econimiche e di gusto.
Rimangono aperte molte domande, alle quali possiamo dare solo risposte parziali attraverso un ragionamento induttivo.
Qual è lo stato attuale dei guerrila garden? Quelli di Manhattan possono essere abbastanza rappresentativi dei giardini occidentali? Le persone che in un qualche modo si occupano dei guerrila garden, se ne impossessano con l’animo di sottrarre qualcosa allo stato per un proprio vantaggio o per salvare un po’ di natura alla speculazione edilizia? In che modo la mercificazione si è infiltrata – e in questo caso quanto- all’interno dei guerrilla garden? Quanto l’amministrazione comunale utilizza i guerrilla garden come propaganda politica?
Può darsi che Michela Pasquali abbia scelto di tenere l’argomento fuori da queste questioni, ma dato che i guerrilla gardens nascono come movimento di rinnovamento politico e sociale, nonchè come offerta di una diversa prospettiva economica, tenere fuori la questione da questi argomenti di assoluta pregnanza significa lasciare l’opera fatta a metà.
Posso tentare una risposta alla domanda sulla mercificazione e imborghesimento del gusto: già la copertina mostra un vecchio tenement e in primo piano una rosa che ha tutta l’aria di essere ‘Constance Spry’. In altre pagine vediamo vasi sospesi con petuniette e giardinetti così ben tenuti che sembrano usciti da un manuale di John Brooks sui piccoli giardini. A questo punto c’è un fattore che va analizzato: è evidente che i giardini vengono tenuti non da persone che ritrovano una propria dignità sociale e umana nella coltivazione dell’orto e del verde, com’era stato all’origine dei vari movimenti guerrilla gardens, nell’intento di riqualificare una zona emarginata e malfrequentata, ma da persone che amino fare del giardinaggio e usino i vacant lots per poter praticare il loro hobby. E’ quindi parzialmente perduta la spontaneità e l’ingenuità dei giardini residuali, mantenuti da persone le cui nozioni di orticoltura sono (erano) ereditate, non acquisite per mezzo dei libri o della televisione, che escludeva quindi tutte le sollecitazioni del mercato di massa, poichè si trattava -appunto- di masse povere, fuori dalla massa borghese e dal circuito del commercio.
Un vero peccato che il libro di Michela Pasquali, che in Italia è uno dei pochi che affronta questo tema, sia rimasto così in superficie. Avrebbe potuto diventare un punto di riferimento, invece si limita ad essere un catalogo.
Peccato. Un’altra occasione sprecata nella nostra Italia giardinicola.
Categoria: Urbanistica e città
“Riqualificare” la villetta di Locri
Quando i politici non sanno che fare, allora “riqualificano” qualcosa. Come se andassero a cercare il Santo Graal.
In queste settimane c’è un certo dibattito sulla futura “riqualificazione” (termine torbido, inconcludente, doppiogiochista) della villetta antistante il Municipio di Locri.
Dovete sapere che il Municipio stesso è stato “riqualificato” ed ora sembra una torta glassata alla maracuja. Sempre meglio di quello di Siderno, che dopo essere stato passato sotto “riqualificazione”,sembra una torta ai frutti di bosco.
Insomma, davanti al comune c’è questa villetta, dove tutti gli studenti, da cinquant’anni a questa parte sono andati a sbaciucchiarsi dopo aver salato la scuola.
E’ una villetta molto brutta. Cionondimeno è la più bella del circondario. Questo vi dice qualcosa?
E’ sovraffollata di piante perlopiù insignificanti, come pini, pittosfori, melangoli, acacie, bossi, lantanas, oleandri. Io non ci ho mai passeggiato con grande piacere, ma almeno ci ho potuto passeggiare. I viali, infatti, sono un po’ a zigozago e per le nostre povere risorse è diventata, senza averne velleità, una sorta di “stroll garden”.
Le piante poi, furono regalate all’amministrazione dalla comunità locrese, ecco perchè sono piuttosto varie e scompagnate, overpiantate.

La Villetta di Locri ha ormai acquisito una sua dignità storica. Non ha bisogno di riqualificazione, se non l’eliminazione delle thuie, che effettivamente disturbano, e di di un paio di pini che si danno fastidio tra loro. Le altre piante possono essere espiantate e ripiantate altrove, qualora ce ne fosse bisogno.
Adesso cosa succede? Che un progettino mal scritto, di dubbia credibilità, propone la creazione di un giardino all’italiana, con siepi di bosso, parterre e vasche centrali.
Insomma, come se il fazzolettino di terra davanti al municipio fosse Vaux-le-Vicomte.
Che si può dire senza sembrare banali e queruli? Nulla se non che tanto il comune farà quel che ha deciso di fare senza che l’opinione pubblica possa fiatare. Nient’altro che dire che se si doveva dar da mangiare alla solita comunella dei mafiosi ammanicati con le istituzioni, si sarebbe potuto scegliere un posto dove gli alberi NON ci fossero.
Poi parlano male di noi. A me viene in mente che un motivo forse c’è.

Piet Oudolf
Ailanthus altissima
Mi chiedo perchè certi nomi così eleganti vengano dati a piante che nel tempo si procurano così cattiva fama. L’Albero del Paradiso non è neanche brutto, ma certo che è diventato un pericolo mortale per ecosistemi delicati. A quel che ne so è il flagello più terribile dell’Isola di Montecristo, che cela al suo interno tesori ben più grandi di quelli letterari, e che solo recentemente e parzialmente è stata aperta alle visite.
L’Ailanthus viene piantato spesso come albero da viale, per la sua resistenza all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, agli sbalzi termici, agli insetti, e a ogni altro flagello concepibile dalla natura e dalla mente dell’uomo, in questo caso le potature selvagge che le amministrazioni comunali amano tanto.
Un Ailanthus scalvato e poi “ricresciuto” è non solo brutto, ma ridicolo. Un vero e proprio scopazzo con quelle foglie lunghe e pennate che ha. Un vero e proprio piumino per la polvere… sembra proprio uno Swiffer un po’ usato, stropicciato, lasso, con le samare che fanno la parte dei biocchi di polvere.
Non so se mi sentirei di piantare un Ailanthus, in tutta coscienza non so se me la sentirei, come non me la sentirei di piantare una Pueraria lobata.
Però lasciato un po’ a se stesso, con chioma libera di allargarsi (e il nostro amico ne ha, ne ha, oh, se ne ha)non è male. E’ molto mediterraneo, specie se piantato vicino a un pino marittimo. Una pianta di vocazione ben caratterizzata, ma potenzialmente mortale.
Rhegium Waterfront, di Zaha Hadid. Speriamo che si veda bene dall’alto.
Non so quanto sia noto a livello nazionale che la città metropolitana di Reggio Calabria si sta per dotare di un “waterfront”. Per ufficializzare la cosa il sindaco Scopelliti (dalle statistiche risulta essere il più amato d’Italia) è pure andato a Londra, quindi roba grossa.
Ma che è un “waterfront”? Semplicemente un’architettura accostata all’acqua, di mare, di fiume, di lago, di fiumara o torrente che sia. In termini strettamente tecnici anche un muro di contenimento in laterizi di calcestruzzo è un waterfront, ma in sostanza ciò che si intende con questa parola è una costruzione di grandi proporzioni di rimpetto al mare. per saperne di più consiglierei la lettura del bel libro del professor Claudio Roseti dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria
Waterfront, spazi liquidi e architetture d’acqua. Scheda su IBS.
I giornalisti vanno letteralmente in delirio quando qualcuno inventa o riscopre parole del genere, e i titoli degli articoli non fanno che ripetere la medesima parola. Che noia, che mestiere ambiguo…
Il concorso per il Waterfront di Reggio l’ha vinto Zaha Hadid, una tipa tosta. Se guardate la sua scheda qui l’immagine sembra una wharolata della foto di una drag queen.
Zaha Hadid è una personalità, è molto famosa nel suo ambiente, è una degli esponenti più quotati della corrente Decostruttivista, anche se secondo me è più un’etichetta che le sta stretta e che può essere più vera per gli interni che per gli esterni.
Le sue architetture sono molto raffinate ed eleganti, e il fatto che abbia studiato matematica pura la dice lunga sulla sua “tostezza” e sulla sua concezione dell’architettura come rappresentazione di flussi di movimento. Le sue costruzioni sembrano infatti dei risultati di funzioni goniometriche, logaritmi ed asintoti che rendono lo spazio tridimensionale un mezzo e non un luogo. Le coperture sono di materiali pregiati, costose, e qualche volta è stata accusata di aver dato poca funzionalità all’insieme.
Una signora che non pettina bambole.
Il Waterfront di Reggio sarà diviso in due blocchi. Uno ospiterà un museo del mare (pare che ci metteranno i Bronzi. Finalmente via da quel museo incartapercorito e sfinito) a forma di stella marina

(che visto dal mare ricorda un po’ quell’unica opera di Jorn Utson che l’ha reso famoso, l’Opera House di Sidney)

e un altro dalla parte opposta del Lungomare, collegato alla orribile stazione Garibaldi, che ricorda un po’ un altro progetto di stazione della Hadid, quello della Tav di Afragola, a Napoli.

Sono queste le cose su cui la città deve investire. Landmarks. E non per farci riconoscere dagli altri (come nel caso della citata Opera House di Sidney), ma per ridare a noi stessi una identità.
Perchè l’abbiamo persa. L’abbiamo persa dalla fine della civiltà megaellenica.
Speriamo si vedano bene dall’alto, mentre la gente ci sorvola in aeroplano.
Locride, città lineare?
Qualche settimana fa mi è capitato di dover scrivere un articolo sulla “città lineare”, un’idea di assetto urbanistico verso la quale si stanno indirizzando molti sindaci della Locride.
La Locride ha una struttura di viabilità a pettine. C’è la grossa arteria (in stato di avanzata sclerosi, veramente) della statale 106, la cosiddetta “strada della morte”, alla quale si congiungono, come i denti di un pettine, le stradine che con spasimi, curve e convulsioni, scendono dalle colline al mare.
Il mio articolo era molto composto, suonava così:
Nel tempo recente lo sviluppo territoriale della Locride si sta spostando sempre più sul litorale, attraendo flussi economici e turistici, lasciando in disparte le città subcollinari e pedemontane dove è difficile arrivare a causa di una rete viaria insufficiente e in cattivo stato di manutenzione.
Secondo lo studioso Salvatore Futia, autore del volume “I poli urbani in Calabria”, attualmente in ristampa, è un’idea attuabile sul territorio locrideo, in cui la rete della viabilità è a pettine. Si potrebbe quindi congiungere via tram il Porto delle Grazie di Roccella con l’Ospedale di Locri, passando per Gioiosa e Siderno. L’idea, che fu teorizzata nel 1962 da Arturo Soria y Mata, che pubblicò il suo scritto la “Ciudad Lineal” che voleva essere un’alternativa alla città compatta di modello tradizionale, creata attorno ad un nucleo centrale.
L’accento è posto sulle infrastrutture meccanizzate di trasporto (in primo luogo la ferrovia) che diventano “matrici” dell’insediamento urbano. Il modello insediativo utilizza basse densità capaci di assicurare buona qualità ambientale ed igiene edilizia controllata. Lungo questi percorsi ci dovrebbero essere dei “nodi di distribuzione”, le cosiddette “città puntuali”. Nel nostro caso, appunto, Locri, Siderno, Gioiosa, Roccella. La base delle comunicazioni è via tram, esattamente come proposto nel modello del professore Futia, attraverso i quali tutti i punti nodali del nostro sistema viario e turistico dovrebbero essere raggiunti dalle linee ferrate. I tempi sono maturi, sostiene l’autore, ma la domanda sorge spontanea: e i centri collinari, che fine farebbero?
Ribadisco: e i centri collinari, che sono la sola cosa bella che abbiamo? Gerace, Canolo, Riace, Stignano, Bova, Palizzi, che in un concorso di bellezza ridurrebbero in polpette i tanto decantati borghi toscani, dove li lasceremo?
Quegli iloti dei sindaci della Locride, sostenuti dalla malleveria surrettizia degli assessori all’Urbanistica, di cui il più intelligente e colto è appena in grado di scrivere il proprio nome per esteso, stanno avviandosi su una strada pericolosissima per la Calabria. Vogliono convogliare il traffico economico sulla litoranea, lasciando fuori dai vari POR e finanziamenti europei i borghi collinari, che sono quelli che ne avrebbero di maggior bisogno.
Bravi.
La pista ciclabile di Siderno
Non so se vi siete accorti del fiorire di piste ciclabili per ogni dove. Se i lettori saranno del centro-nord, è probabile che da voi le piste ciclabili ci siano già da tempo (a Pisa ce n’è una molto lunga), mentre da noi nel remoto sud, le biciclette hanno sempre dovuto condividere l’asfalto con le auto.
Da qualche anno a questa parte devono essere stati stanziati dei fondi o statali o europei per le piste ciclabili: non si spiega altrimenti l’interesse di sindaci, assessori e tirapiedi, per questa mezzo di comunicazione alternativo.
Sicuramente i fondi stanziati saranno stati tantissimi, e mi ci gioco quelle che non ho che sono europei e non statali. Mi chiedo quanto ci abbiano mangiato sopra comuni, regioni, province. Ogni assessore avrà preso come minimo dieci chili in un mese.
Anche Siderno ha fatto la sua bella speculazione, e siccome questa benedetta pista non si poteva costruire altrimenti che sulla spiaggia per non infastidire gli appaltatori mafiosi inciuciati con la politica, la povera spiaggia è stata trinciata per lungo, sacrificando la flora spontanea dei litorali sabbiosi, che tutti sanno che andrebbe protetta, tranne appunto, i sindaci, gli ingegneri, i responsabili dell’ufficio tecnico, gli assessori e i tirapiedi. O se lo sanno fanno finta di non saperlo.
Bene.
La nostra pista è stretta come un laccio da scarpe e non è mai stata “finita” (leggi: non c’è mai stata neanche l’intenzione di finirla o farla bene). E’ stata abbandonata a se stessa per anni e le violente mareggiate di dicembre e gennaio, che si sono mangiate le spiagge della Locride, l’hanno ricoperta di sabbia e detriti.
Ma la natura va avanti da sola, e proprio perchè è stata abbandonata, la pista ciclabile adesso è un bel percorso bordato di erba e fiori.


I pescatori hanno portato le barche all’asciutto per ripararle dopo la mareggiata, e le hanno lasciate in mezzo all’erba, che nei punti meno frequentati, si allarga molto lungo la spiaggia, verso la battigia.

Adesso sembra che “aggiusteranno” la pista, che -poveretta- dopo essere stata lasciata in pace un po’ d’anni si stava facendo carina, anche se un po’ sporca. Una piacevole passeggiata tra le graminacee psammofile e i fiori spontanei.
Come ebbe a dire il buon Dottor McCoy: la mentalità burocratica è l’unica costante dell’universo.
Existenz minimum
E diciamocelo: il sistema di Le Corbusier del “minimo vitale” non ha funzionato. Forse non eravamo ancora pronti. Forse non lo saremo mai.
Nel ’29, anno in cui molti eventi della storia e della cultura occidentale sembrano essersi dati appuntamento (il ’29 è anche detto “Streamline” o “Jazz Age”), Le Corbusier stabilisce i canoni dell’architettura collettiva, definiti appunto “Existenz minimum”, cioè i valori misurabili minimi di una abitazione, in cui i servizi di aggregazione dovessero essere centrali e comuni. Giardino comune, lavanderia, ambulatorio, attività ricreative. ecc. Se su questo riesco ad essere d’accordo, non riesco -con tutta la buona volontà- a capire come si potesse pensare che avrebbe funzionato un sistema in cui le persone erano costipate come aringhe in un barile.
C’è un principio, che i filosofi chiamano “fitness” (che non c’entra niente con le natiche scolpite), che significa “funzionalità”.
Benchè Le Corbusier sia un architetto moderno storicamente inquadrabile anche nei principi del Funzionalismo (di cui Gropius con la Bauhaus fu il padre), con il suo “minimum existenz” ha tradito i principi del “fitness”, cioè della funzionalità di un’architettura. E’ bislacca questa cosa, se uno ci pensa.
A nessuno piace vivere in ambienti piccoli, viene meno la funzione “ideale” di una casa, la sua “funzionalità” psicologica.
E qui non si può fare a meno di cacciar fuori questa scena del film di Pozzetto “Il ragazzo di campagna”
Valerio Merlo, nel suo imperdibile Voglia di campagna. Neoruralismo e città, dice che la visione di le Corbusier della nuova città ideale si rivelò tragicamente errata per aver diviso campagna e città.
Come fa a non venire in mente la collettività Borg?
Richard Neutra
Posso dire di avere una stima sconfinata per Richard Neutra?
Alcuni testi non lo trattano come meriterebbe e dicono che produsse case per lo più simili tra di loro, senza sperimentare nuove soluzioni, semplicemente adattando il suo stile di volta in volta.
Beh, vorrei sapere cos’è altro mai la genialità e la professionalità.
Neutra è tutt’altro che neutrale, anzi, aveva uno stile preciso e fluido, forse non aveva la genialità di un Wright o di un Le Corbusier, ma le sue molteplici esperienze -anche come scrittore e urbanista- gli permisero di proporre un modello che noi tutti conosciamo benissimo perchè l’abbiamo visto miliardi di volte nei telefilm americani girati in California, come Colombo.
Dico Colombo non a caso, perchè l’Ispettore più inflazionato del piccolo schermo punisce sempre ricchi e potenti che vivono in splendide ville con piscina.
Neutra aveva studiato con il grande maestro Wagner (Secessione viennese), con un architetto paesaggista di nome Gustav Ammam, e poi con Mendelsohn (Quello della ‘Torre Einstein’), infine conobbe Whright in America, dove andò a lavorare più o meno a metà degli anni Venti.
Con uno stile impareggiabile e una metodica lineare in cui confluiscono brillantemente tutte le interpretazioni dell’architettura di matrice razionalista, Neutra in pratica stabilisce il canone della casa californiana di lusso.

Questa è la sua villa più conosciuta, casa Kaufmann, che mi pare sia stata venduta l’anno scorso ad ignoti.
L’influenza di Gustav Ammam è visibile nella progettazione del giardino: questo è il retro di Casa Kaufmann

Qui c’è una sintesi a mio vedere perfetta tra l’Organicismo, (rappresentato dal giardino pianeggiante e dai volumi dell’edificio irregolarmente disposti, caratteristica che neutra aveva certamente assorbito da Wright e che forse trasmise a Rudolph Schindler) e il Razionalismo, nelle forme e nei volumi squadrati ma composti in maniera diversificata, senza assi di simmetria, ma sempre sugli assi ortogonali, con prospettive dagli angoli particolarmente raffinate, e con ampie vetrate che venivano dallo stile di Wright e dai suoi studi della casa unifamiliare giapponese.

Pulita, raffinatissima e poetica, quasi assorta l’unione tra elementi formali e informali.
Neutra ha creato il gusto della villa unifamiliare e del giardino californiano

Un mondo elegante, tutto l’opposto dei pulciosi mobili country, vissuto da ricchi belloni che vanno a fare il giro della costa di notte con lo yacht al chiaro di luna.
Finestre a nastro e fasce marcapiano
Credo che le finestre a nastro e le fasce marcapiano siano tra le stimmate della moderna edilizia pubblica e condominiale.
Prendiamo il Palazzo delle Pensioni (che oggi si chiama Palazzo del Sindacato) a Praga, una costruzione relativamente vecchia, del ’28, appena un anno primi del crollo di Wall Street.

Un edificio come questo è il frutto di quel fermento architettonico che si sviluppò in tutto il mondo a partire dal nuovo secolo, con il coincidere del declino dell’Eclettismo Ottocentesco.
Qui è evidente l’esperienza cubista, c’è una forte influenza del Purismo tedesco e c’è anche quella ampiezza dell’edificio caratteristica della scuola americana.
Il progetto è di due illustri ignoti: Josef Havlicek e Karel Honzik.
Questo è tra gli edifici più brutti che riesco a concepire, a parte l’Ospedale di Locri e il Club dei Tranvieri di Mosca.
“La forma segue la funzione”, era questo il motto che animava tale forma di espressione architettonica, che forse, se fosse rimasta collocata nel suo periodo storico sarebbe stata di certo meno indigesta.
Gli epigoni di questa scuola, incapaci dell’inventiva dei loro “maestri”, hanno prodotto un’architettura miserabile e deprimente, oltre che brutta oltre ogni possibile descrizione. Per fortuna pare che il cemento armato abbia una durata di appena un centinaio d’anni.
Le fasce marcapiano e le finestre a nastro a me sembrano i marker tumorali dell’architettura internazionale contemporanea.

