Santa Inquisizione

Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!
Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!

Il Kitsch: dal principio all’effetto

Il Kitsch è l’arte che segue delle regole stabilite, proprio in un’epoca in cui tutte le regole artistiche sono messe in dubbio da ogni artista
Harold Rosenberg
La tradizione del nuovo

Parlando di Kitsch è sempre necessaria una certa dose di circospezione.
E’ un fenomeno che riguarda le arti e le arti applicate che si è imposto con vivacità sempre crescente dagli anni ’50 in poi, fino ad avere proprie connotazioni formali di stile o genere, esattamente come le hanno guadagnate due stili affini e per certi versi sovrapponibili come il Trash e il Camp (cfr. a tal proposito l’articolo di Marco Salvati sul sito “L’attimo fuggente” Perchè non possiamo dirci Trash?.

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Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Casualties of war

Ho un rapporto molto pragmatico con le piante. Non riesco ad affezionarmici, se non in casi davvero particolari. Non mi dispiace se muoiono, mi secca solo di dover rifare il lavoro, spender soldi, aspettare anni perchè ricrescano.
Non riesco quindi ad avere simpatia per tutte le segretarie e le dattilografe che tengono la loro piantina grassa vicino al monitor, forse convinte che assorba le radiazioni dannose. Non riesco a farmi trascinare dal dolore di coloro che dicono: “Sono disperata perchè la mia rosellina è morta” magari aggiungendo: “E’ strano: l’annaffiavo due volte al giorno”.

Le piante però sono dei valori simbolici, sociali. Penso che sia noto a molti che le strategie di marketing fanno mettere i fiori e gli ortaggi all’ingresso degli ipermercati per migliorare l’umore delle persone e per indurle all’acquisto.
Tutti gli uffici e gli enti pubblici o privati hanno piante, tutti gli ospedali hanno colonne di Pothos vecchissimi ed asfittici, quasi ogni negozio ha un Ficus, e le stesse attività commerciali, all’inaugurazione dei locali, comprano o ricevono molte piante che invariabilmente muoiono dopo pochi mesi. L’elenco è infinito.

Non so se accade anche nei vostri uffici postali, ma a Siderno ogni sportello si è dotato di una Kalanchoe. Non avrebbe potuto essere altrimenti che una Kalanchoe. Quale altra pianta si piega così facilmente ad un ambiente chiuso, a temperatura variabile, poco illuminato, con scarsissima risorsa idrica?
kalanchoe

E quale altra pianta meglio della primula si presta a questo delirio di decorativismo, al quale neanche il più folle ed eclettico dei vittoriani sarebbe arrivato?
primule e brillantini

Vittime di guerra.

Giardini rocciosi

09/01/08
Giardini rocciosi
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 4:09 pm

Avviso: il tema è trattato solo da un punto di vista sociologico ed estetico: per una trattazione orticolturale leggere l’articolo Come costruire un vero giardino roccioso

I giardino roccioso è forse quell’elemento del giardino da cui con più facilità si possono dedurre il carattere e l’educazione di un giardiniere, la sfera sociale alla quale appartiene, il suo livello culturale (e orticolturale).
I rocciosi sono molto diffusi, hanno visto il loro acme proprio in questi recentissimi anni, anche se hanno perso un po’ di passo in favore dei laghetti.
Se ne vedono spesso nelle villette a schiera, nei cosiddetti quartieri pavillonaire, quelli “ad alto rischio nanetto”. Spesso ne fanno bella mostra le villone di primari ed ingegneri, mentre non mancano mai nei centri commerciali e nei grandi vivai o garden centre.
Ecco quello della “Gru”, il centro commerciale del mio paese, Siderno.
La Gru centro commerciale, Siderno
Lo squallore colpisce dritto al petto: una povera iucca, fallici cactini pelosi, sassi da deserto lunare, ghiaietto cimiteriale. Sullo sfondo un paesaggio cittadino da suicidio.

Il giardino roccioso comunque rimane una dimostrazione di status sociale ed economico. La gente vi elencherà tutte le sue piante, raccontandovi dettagliatamente come ne è entrata in possesso, e da quanti anni ce le ha, perché l’età -per un cactus- significa “soldi-soldi-soldi-soldi”.
Difatti quelli che vedete in foto sono piuttosto giovani. Mi chiedo quanto ci abbia mangiato sopra il vivaio che l’ha allestito.
Più piante ci sono, più vecchie sono, più il possessore del giardino roccioso si sentirà autorizzato a guardarvi dall’alto verso il basso, sentendosi molto “in”.
Non importa che il suo giardino roccioso sia una sorta di scempio estetico, l’importante è che ci sia, comunque sia, poiché “vale”.
Anche le villette più piccole cercano di non farne a meno, magari accatastando i sassi contro il muro perimetrale, dando al tutto un’aria da piramidina egizia in miniatura.
I sassi poi sono da mettersi le mani nei capelli. Non conosco le rocce, non so quindi dire che sorta di pietra si tratti, solo che è molto leggera e che i suoi pregi si fermano qui. Le usano gli acquaristi per dare agio ai pesci di nascondersi nei fori e negli incavi. E’ brutta anche negli acquari, dove ha comunque un senso ed una utilità, ma quando si vede nelle vetrine dei parrucchieri, con veli di tulle, bombolette di lacca spray, retine per pescatori, borsette e foulard, raggiunge la vetta della bruttezza. Quando è composta in questo modo diventa talmente brutta da commuovermi.

Il giardino roccioso con i cactus è un’invenzione recente, perché i veri rocciosi, quelli “originali”, si usavano per coltivare le piante di montagna, come potete vedere in questa foto scattata dai miei amici Lukus e Mex.
Giardino roccioso alpino, Lukus e Mex

Però si usa la roccia locale, mica i sassi da acquario!
Dove c’è poca acqua, nelle regioni mediterranee, i giardinieri si sono invece lanciati su piante a bassa richiesta d’acqua: guardate questo scorcio del giardino La Mortella ad Ischia

Piazzale del museo alla Mortella

E…ooops! Non c’è neanche un cactus!

Se volete coltivare i cactus, fatelo alla “vecchia maniera”: in vasi separati. Oppure, se avete un giardino in Marocco o in Egitto, su un declivio di sabbia rossastra, e lasciate i sassi da acquario ai parrucchieri, che è meglio.

Politicamente corretto

08/30/08
Politicamente corretto
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 5:26 pm

Questa locuzione, politicamente corretto nasce nei paesi anglofoni. Se fosse nata in Italia avrebbe più verosimilmente suonato come “eticamente corretto”, e probabilmente avrebbe avuto un significato più profondo che non il salvataggio delle apparenze.
Spesso chi è politicamente corretto (il che non vuol dire “eticamente corretto”) riesce ad essere una gran carogna e a rimanere impunito, solo per il fatto di avere salvato le apparenze, di essersi cioè comportato pubblicamente secondo modelli accettabili, o addirittura virtuosi.
Io diffido dei politicamente corretti, mi fanno orrore.

Politicamente corretto non equivale a “correttezza, giustizia, assennatezza”. Nel migliore dei casi è un modo supino, prono, ottuso, di vedere le cose, tipico delle persone che non sanno ragionare con la propria testa, e che hanno bisogno di regole e regolette alle quali attenersi. Se poi siano giuste o sbagliate poco importa, l’essenziale è che ci siano e che siano socialmente accettate. Il buon senso non conta, conta solo il “non passare dalla parte del torto”.

Nel caso peggiore “politicamente corretto” è il riuscire a metterla nel didietro agli altri, facendogli credere di avergli fatto un favore, ed aspettandosi altezzosamente riconoscenza per la propria generosità.
Vi viene in mente qualcuno?

Ma facciamo un esempio:
De gustibus non dispuntandum est è politicamente corretto e molto ottuso. Se da un lato l’arroganza intellettuale è fastidiosa, dall’altro il qualunquismo esagerato di altri lascia ancora più stupefatti.
Non sia mai criticare il cattivo gusto degli altri: si viene subito tacciati per snob, per quel tipo di giardiniere che vuole solo le rose inglesi, che odia il rosso e l’arancione, e che storce il naso appena sente parlare di gerani.
In Italia questo sciocco buonismo è la linfa stessa della cultura del giardinaggio, che per questo motivo difatti non esiste.

Alle riviste conviene: con una faccia fanno l’inchino al Principe Carlo e alla sua tenuta ecocompatibile di Poundbury, e con l’altra faccia ci insegnano come diradare le petunie. Così non si alienano la consistente fetta dei giardinieri dai gusti vaghi ed approssimativi.
Di scrittori e giornalisti non ne parliamo: sono come polvere negli occhi! Non esprimono giudizi per non ferire l’altrui mediocrità, e poi ci si aspetta che la cultura del giardinaggio cresca. E come? Per miracolo divino?
De gustibus un corno. A furia di non disputare si diventa supinamente acquiscenti a qualsiasi zozzeria o assurdità ci venga proposta: dai pratini con le ciotole di pansè, ai vari muri verdi, e a tutte le stronzate e stronzatine dei grandi progettisti internazionali.
In Italia si disputa di ogni stupidità: dalle gomme della Ferrari al lifting di Simona Ventura. Possibile che il giardinaggio non rientri tra le cose disputabili, solo per “paura di offendere”?


2 Responses to “Politicamente corretto”
1. Noor Says:
September 12th, 2008 at 9:34 am e
Lidiuzza… l’ho già detto che ti adoro, vero? :oD

2. Lidia Says:
September 12th, 2008 at 12:26 pm e
Tu? Mai abbastanza, vecchio mio…

Enogastronomico

08/25/08
“Enogastronomico”
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 3:24 pm

“Enogastronomico” è una parola tipicamente italiana, sia per il significato, sia per la costruzione filologica. Eppure il suono sembra quello di una parola della neolingua di George Orwell.

Se prendete -a caso- una guida della vostra regione o del vostro paese, ci troverete senza dubbio una sezione riguardante la cucina tipica, i vari dolcetti, zeppolette, pizzette, tortine, minestre e brodini.
I cuochi sostengono che la cucina sia un’arte, e nessuno sembra faticare a crederci. Siamo anzi tartassati da film che ci rimpinzano il cervello con la “cucina artistica“, mentre il giardinaggio è relegato ad una visione puramente hobbistica.
Ad avvalorare questo vergognoso stato di cose ci sono soprattutto le riviste, anche quelle blasonate (…), come “Gardenia”.
Agricoltura e giardinaggio sono legati, e così dev’essere. E credo sia saggio ed assennato sperare che così continui ad essere in futuro. La culinaria però è tutt’altra cosa. Le riviste di giardinaggio e di arredamento, soprattutto quelle di medio livello, si impadroniscono della culinaria per nobilitare il giardinaggio, come se questo ne avesse bisogno, o non fosse piuttosto il contrario.
In realtà questo succede perché in Italia la panza viene al di sopra di ogni altra cosa, e assicura introiti certi e cospicui. Perciò riviste e guide, manifestazioni, associazioni, fiere, eventi, inseriscono un “tragitto enogastronomico” ovunque possono. Il colmo dell’inanità viene però raggiunto quando questa speculazione, di per sé abbastanza vile, viene coperta dalla maschera della “tradizione”.
Insomma ci prendono per fessi, con la nostra compiacenza.