Prateria sidernese

Cittanova Floreale quinta edizione

Cittanova floreale 2013 (4)Sabato scorso sono andata a Cittanova Floreale. E’ stato molto stancante perchè mi ci hanno accompagnata le colleghe di Fimmina Tv, e portare per tutta la villa cavalletti, teloni e sacche ormai è un compito troppo gravoso per il mio fragile, ippopotamico corpo.
Devo dire che mi è sembrato che il numero degli espositori sia diminuito rispetto all’anno scorso, e che ci siano soprattutto state meno cacatelle, meno ogettistica. L’offerta di fiori è però rimasta sostanzialmente immutata, il che non so dire se sia un bene o un male. Nel senso che se non sei riuscita a comprare una pianta l’anno passato, è possibile che la ritrovi l’anno a venire. In questo modo si “fidelizzano” i clienti, per usare un termine del marketing.

Cittanova floreale 2013 (11)Come dice Mimma nell’intervista sotto, bisogna dapprima creare uno zoccolo (magari duro) d’acquirenti, e poi iniziare a far arrivare piante un po’ più insolite.
Felice anche il ritrovare la vivaista Ester Cappadonna, del vivaio Valverde, autrice di Ritorno a Valverde, pubblicato dall’associazione Maestri di Giardino.
Io, per me, posso dire che se per miracolo mi fossi soffiata il naso e un paio di carte da cento mi fossero uscite dalle orecchie, avrei portato a casa tante belle cose. Ma sono stata molto sobria e ho preso due graminacee e un po’ di bulbi di tuberosa.
Le graminacee sono state la “piccola novità” portate da un vivaio di Latina. Ho preso una Stipa tenuissima e un Carex buchananii.
Le colleghe non capivano che razza di piante avessi acquistato. Qualcuno ha detto: ché sono piante ornamentali? Sembrano ebacce! Altre: accidenti, paiono peli di pube biondi! (quest’ultima ingiuria riguardava la Stipa), altre ancora, molto stupite: che cazz’i piante hai comprato? ma so’ piante mo’?
Vita ancora dura per le graminacee! Ehssì che altrove non si può far senza!

viali amici delle carrozzine
viali amici delle carrozzine

Ho filmato due interviste, una a Mimma Pallavicini e una a un vivaista di Palizzi mezzo matto, Tommaso Mangiola.
Sono due interviste complementari, e se avete pazienza, guardatele entrambe, perchè la seconda è la risposta alla prima.

Non mi esimerò da un breve commento: la Calabria è una terra forse difficile da comprendere, ma ciò che si avverte nella prima intervista è che forse non ci sia nè voglia nè -soprattutto- la capacità di comprenderla, e che “comprensione” venga forse confusa con “assimilazione”, in questo senso.
Le incomprensioni in questo filmino sono infatti sono tante, e l’unica versione valida sembra quella proveniente dall’esterno. Il mio riferimento all’essere sprezzanti era rivolto proprio a quelle dinamiche che ci vengono imposte dalla politica, locale e nazionale. Mimma invece ha proferito un vaticinio sull’essere ‘ndranghetisti che si commenta da solo.

La seconda intervista -non fate caso al personaggio un po’ matto, ma ascoltate ciò che dice- tratta la tematica dell’arretratezza “floreale” della Calabria da un punto di vista economico. La Calabria è ricca di piante che potrebbero essere usate a scopi alimentari, officinali, profumieri, ma pochi le conoscono. Ecco il conio di un sintagma che farò mio: “esotico calabrese”. E’ calabrese, ma è tanto sconosciuto da sembrare di un altro mondo, esotico. Attorno a queste piante potrebbe nascere una rivoluzione non solo estetica, ma soprattutto economica.

Purtroppo non m’è riuscito di intervistare Carlo Pagani, sarà per il prossimo anno.

Ringrazio Nicoletta per l’aiuto.

Alberto Forni: pop postmoderno

Non ricordo come sia approdata al blog Fascetta Nera ma ricordo di esserne rimasta subito entusiasta per lo sprezzante spirito critico nei confronti dell’editoria, sia quella più smaccatamente mercantile e commerciale, sia quella con pretese di eleganza e prestigio.
E’ uno dei blog che non manco mai di seguire e come me una folta schiera di appassionati, a cui presto s’è unita una compagine di editori, uffici stampa, scrittori, agenzie. Essere “fascettati” da Alberto per molti editori è una garanzia di un certo successo.

Alberto Forni è una celebrità tra i blogger e qualcuno ricorderà che anche Giardinaggio Irregolare gli ha dedicato una categoria del Prestigioso Premio Amore al Risciacquo. Recentemente ha pubblicato/ripubblicato degli e-book, alcuni inediti, altri riproposti dopo l’uscita fuori catalogo, ma ancora richiesti dai fan.
Attualmente sono tutti disponibili su Amazon in formato kindle, ma io ne ho avuti tre direttamente da Alberto in formato epub, compatibile con il mio Kobo ereader.
In questo post sono raccontati brevemente gli e-book di Alberto, che ha scritto anche un manuale alla autopubblicazione digitale.

Io ho letto: Avanti veloce.Cronache di un mondo pop, All’età di 57 anni si è scoperto “poeta”, Seguirà buffet.
Che impressione ne ho tratto? Uhm. Fare una critica adeguata a questi scritti non è facile. Non è il mio genere di letteratura, questa è l’ impressione di cui sono sicura. L’arguzia tagliente, a volte cervellotica, del blog si spegne nei libri, diventando uno stilismo un po’ manierato, a tratti ovvio e noioso. Lo si percepisce nell’opera più personale, Avanti veloce, a cui faccio fatica a trovare altri meriti che la scorrevolezza e l’aver dipinto, forse inconsapevolmente, la giovinezza del tipico ragazzo milanese di buona famiglia e di buona cultura, un po’ rockettaro e un po’ fighettino, alla ricerca di legami stabili, pur essendo egli stesso incapace di offrire altro che volatilità sentimentale. Con qualche caduta nel luogo comune narrativo e culturale, il libro non convince pienamente, troppo viziato da una visione parziale del mondo. Ho spesso riscontrato che nelle grandi città i luoghi comuni sono più forti, mentre nelle province il desiderio di confronto (e di fuga), apre orizzonti più vasti. Il libro è una sorta di viaggio, ma un viaggio da fermi. Sembra infatti che il protagonista si senta “arrivato” e che siano gli altri a doverlo raggiungere, specie sentimentalmente. Le donne sono dipinte come creature inconoscibili, mosse da propri astrolabi interni, o delle oche senza rimedio.
Eppure il primo brano di quest’antologia di racconti è assolutamente perfetto. Surreale, eterodosso, atipico, originale. Poi il tutto è un ripetersi ben incollato dalla ottima scrittura di Alberto.

Decisamente altro discorso per quanto riguarda All’età di 57 anni si è scoperto “poeta” e Seguirà buffet.
Il primo volume è una raccolta di quelle brevissime biografie che le case editrici sono solite inserire sulle bandelle o in quarta di copertina. Una veloce “bio” che l’autore in genere scrive da sè, sottolineando ciò che gli preme venga a conoscenza del lettore. Alberto Forni ne ha raccolte numerose, dando vita ad un’opera a più voci, postmoderna, nel senso estetico del termine.
Alle volte, specie con autori giovani, non c’è proprio nulla da dire, il che è quantomai triste, perchè se con la tua vita, le tue sofferenze, le tue speranze, i tuoi atti di coraggio, le tue bugie, e tutto quello che hai fatto, non ci riempi neanche 200 battute, che significato avrà mai la vita? E soprattutto, che significato ha la mia vita per le case editrici?
Zero.
Alle case editrici importa se sei stato direttore di questo o quel giornale, quali premi hai vinto, quante copie hai venduto. Questo ci va nella “bio”. Non il carico di speranza che quel libro porta con sè. E’ una libbra di carne, come il curriculum in formato europeo, la sinossi del tuo romanzo (affanculo la sinossi, affanculo il parere editoriale, affanculo gli editor). Sei in vendita, la tua vita in 200 battute in vendita su uno scaffale di una libreria.
Ecco perchè -credo- gli ultimi due volumi siano collegati tra loro, e siano complementari, da leggere insieme. In All’età di 57 anni si è scoperto “poeta” leggiamo una gran quantità di vite chiuse nelle “bio”, speranze che andranno al macero, mediocre creatività (cit. Violis), inconsapevolezza culturale, sciatteria, ignoranza, rozzezza, ma anche rassegnazione, sterile ostinazione, egomania.
Ad ognuno di questi autori sgarrupati le case editrici o le tipografie prestano il fianco dietro pagamento. Purché si paghi si stampa tutto.
Per chi ha avuto a che fare con le case editrici, l’amarezza e lo sconforto sono i sentimenti dominanti.
All’età di 57 anni si è scoperto “poeta” descrive non solo la grettezza delle case editrici, ma anche la povertà culturale italiana.
Nell’altro volume, Seguirà buffet, il discorso viene ulteriormente approfondito, e questo è il libro che -tra quelli che ho letto- ho apprezzato maggiormente. Attraverso gli occhi e le voci di alcuni autori sgarrupati, una poetessa coi tacchi alti e due cognomi, uno scultore-saldatore noto come “lo Sciamano Elettrico” , un giovane poeta, un pittore ex-emigrato dal cuore un po’ debole, nonchè vario contorno di approfittatori in multicolore assortimento, veniamo risucchiati da un vortice di nefandezze e truffe culturali, delle vere e proprie frodi ai danni di ingenui “autori esordienti” (sgarrupati), così abilmente intessute ed orchestrate che l’ingenuità non è un’aggravante: anche una persona ben accorta vi sarebbe caduta o sarebbe stata costretta ad ottemperare.
In verità ciò che ho pensato è che Alberto li ha “pittati” proprio bene, punti nel loro debole, toccati nelle carni. L’editoria è un sistema ben oliato, senza cuore, senza cervello, e l’unica parte di carne debole risiede dove si mette portafogli. In questo sistema l’autore non è solo succube dell’editore, ma ne diventa tragicamente complice, ne diventa il soylent green, l’alimento.
Il buffet del titolo è quello che l’autore paga a proprie spese come esca per il pubblico. In realtà quello che si offre è la propria vita tagliata a tocchetti e servita come antipasto. L’autore si vende, si prostituisce culturalmente senza pudore nè vergogna, anzi, con un senso di onnipotenza, in modo competitivo con gli altri autori, e un desiderio di rivalsa nei confronti della vita.
La copertina (l’elemento meno considerato di un e-book) è esemplare: raffigura un carciofo tagliato a metà, il cuore del carciofo, cioè il cuore dell’autore (che è ahilui un carciofo) che presto finirà in tavola col salamoriglio.

In questo senso si può davvero dire che almeno per quello che riguarda la scrittura, l’e-book è stata una liberazione epocale. In molti dicono che il livello è basso: è vero, ma date tempo a questa forma di pubblicazione, la qualità verrà.

Peter Lenz

Il web e la tv digitale si affannano a raccontarci che il Mugello è stato vinto da Lorenzo, e che Valentino è caduto al primo giro.
Non seguo più “le motociclette” dalla morte di Tomizawa. Ero a Lucca quella domenica, non avevo modo di seguire le notizie. Sapendomi appassionata un amico giardiniere, Greg, mi disse: “Forse è morto un pilota”.
Era morto sì, Tomizawa, e in molti lo sapevano prima che terminasse la gara. Lo sapevano i medici, gli organizzatori, ma la gara non fu interrotta.
Solo dopo fu data la notizia, e insieme a quella della morte di Tomizawa si seppe che poco prima era morto un ragazzo, un bambino, Peter Lenz, in una gara di contorno al neonato circuito di Indianapolis.
Nessuno l’aveva detto, nessun giornalista, perchè il clima festaiolo non fosse turbato da luttose notizie.

Poi morì Simoncelli, rimasto immobile sull’asfalto, lungo, a braccia aperte, senza casco. Tutti abbiamo capito subito.
Un evento mediatico di ben altra portata, un ricco banchetto di morte su cui i giornalisti si sono avventati come sciacalli e su cui stanno ancora pasteggiando.

Che dignità ha uno sport che lascia un bambino e due ragazzi sull’asfalto, morti, nel giro di pochi giorni? Che dignità ha chi lo racconta ancora entuasista, chi lo segue, chi lo pratica?
Un bambino di tredici anni o giù di lì, di cui nessuno parlò per non distrarre il pubblico, di cui nessuno ricorda il nome. Peter Lenz. Peter Lenz.

Filippo de Pisis, botanico flâneur, un giovane tra erbe, ville, poesia

invitoMUSMI garden club la zagara Musmi – Parco della Biodiversità – Sala Conferenze
6 giugno 2013
Ore 17.30

Filippo de Pisis, botanico flâneur, un giovane tra erbe, ville, poesia

Relatori: Salvatore Ragusa e Paola Roncarati

de pisisPaola Roncarati, ferrarese, già docente di lettere negli Istituti di Istruzione Secondaria, ha redatto progetti di
sperimentazione e pubblicato lavori interdisciplinari, oltre a un saggio a due mani sui parchi letterari. Impegnata da
anni in corsi ed iniziative sulla tutela dei paesaggi culturali è oggi membro effettivo dell’Associazione per il patrocinio
e lo studio della figura e dell’opera di Filippo de Pisis.

Salvatore Ragusa, messinese, è professore ordinario di Botanica farmaceutica presso il Dipartimento di Scienze
della Salute e della Scuola di Farmacia e Nutraceutica dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro.
E’ componente del Consiglio direttivo del gruppo Piante Officinali della Società Botanica Italiana e del Consiglio
direttivo della Società Italiana di Farmacognosia.

Lanterna Verde: niente paura, ma niente fede

Ti spiezzo in due
Ti spiezzo in due
Da tempo mi macinava in testa questo pensiero. Qualche settimana fa hanno passato in tivvù Lanterna Verde, un film su un supereroe della DC Comics.
Per diventare una Lanterna Verde, una sorta di corpo di polizia intergalattico, c’è un requisito importante. Ma proprio importante, nel senso che se non hai quello non potrai mai essere una Lanterna.
Non devi avere paura.
Perciò, quando l’anello di Swaaami Brachamutanda o come-cavolo-si-chiama, sceglie il belloccio americano di turno, tutte le Lanterne vanno in subbuglio dicendo che la razza umana è una razza di fifoni.
E metà del film ce lo passiamo così, a sentire il belloccio (?) di turno che tenta di vincere la sua paura. Naturalmente l’altra metà è stata occupata sonnecchiando.
Ora, considerazioni specialistiche a parte, è evidente che Lanterna Verde celebra il valore “americano” dell’assenza della paura, non già di quel sentimento indefinibile che è la paura controllata dalla ragione.

Non sono d’accordo. Come si può essere d’accordo? Forse la razza umana non sarà adatta a fare da Lanterna, anche se queste Lanterne sembrano dei birrai ubriachi immersi nel fosforo.

I valori che contraddistinguono noi europei sono più elevati, non già l’assenza di paura -che non sinonimo di coraggio (per aspera ad astra)- ma il controllo della paura, e soprattutto la fede. La fede in qualcosa di ben più grande di un misero deuccio venerato da un terzo della popolazione di un pianetino in un angolo remoto della nostra galassia. La fede nella capacità dell’universo di evolversi adeguatamente.

Per me Lanterna Verde esce sconfitta in partenza, non c’è assenza di paura che possa compensare la presenza della fede.

Il birraio ubriaco
Il birraio ubriaco

Riposante come il chiocciare della gallina

il pollaio per tutti 2
Perchè si dice che le galline siano stupide? Forse perchè sono mansuete, adattabili, domestiche?
Eppure sono animali non solo intelligenti, ma anche riposanti. Certo, quando non sono tantitssimi. Un pollaio è rumoroso, ma un pollaietto è quanto di più riposante e ipnotico esista in campagna. Il tremulo, delicato, sommesso chiocciare di un paio di galline è un suono che conduce ad una serenità immeritata, ad uno stato di abbandono soporoso.

A quanti compiti deve assolvere il giardino contemporaneo?

Non so più recuperare il filo che mi ha condotto a questo pensiero ma ricordo che mi ci ha portata un senso di sconforto, di pesantezza, di noia, di ottundimento.

Il giardino deve essere così e cosà, deve essere etico, ecologico, bio, sociale, futuristico, intanto però non devono mancare glamour, fashion, style, home and outdoor. In più deve essere bello. Sì, semplicemente bello.
E’ come chiedere ad una donna di andare a lavorare, fare le pulizie, badare i figli, impegnarsi in politica e nel sociale, essere magra e avere le tette, truccarsi, fare palestra, avere la pressione il colesterolo a posto pur facendo cake design a tutto spiano e cucinando in continuazione finger food e cupcake neo-hipster style.

Be’ ma cosa diavolo è preso a tutti? Che razza di cecità dilaga in giro? Perchè questa mania del giardino e di come deve essere?

Ho sempre considerato il giardino una specie di indicatore sociale, un po’ come le coccinelle. Un marker, insomma, come quando ti fanno le analisi del sangue.

L’attenzione, a dire il vero un po’ fatua, che viene dedicata al giardino in questo ultimissimo periodo (un annetto o giù di lì), è un sintomo di un cambiamento di idee nei confronti dell’ambiente e delle sue manifestazioni materiali. E ci tengo a precisare che ho scritto “cambiamento”, non un “miglioramento”, perchè non credo lo sia.
Del cambiamento in atto tutti siamo consapevoli: la dimuzione del reddito e dei beni a cui potevamo attingere liberamente dalla natura. Ciò non ha comportato affatto una maggiore resposabilità nel trattare l’ambiente, anzi, ha generato una corsa sfrenata all’accaparramento delle ultime risorse. Solo i pochi che erano “civilizzati” già negli anni ’80 lo sono rimasti o hanno rafforzato le loro idee e le loro azioni a favore dell’ambiente, isolate o organizzate.
La cultura non è esente da questo processo di accaparramento di beni, in questo caso i consumatori che per un motivo o per l’altro, coscientemente o meno, approdano alla vita “eco”.

Tralasciando l’orto in terrazza e analoghe mode, c’è stata un’esplosione della cultura “verde” e dei giardini.
Ma attenzione: oggi il giardino non si fa più per un senso di godimento quanto per assolversi dal peccato industriale, con tutto quello che ne deriva, il più delle volte mediocri risultati frutto di incompetenza, raffazzonaggine, consumismo inconsapevole, o per contro manie di grandezza, pretenziosità, consumo vistoso.

Il giardino domestico, familiare, soprattutto se è di nuovo impianto, ha sempre queste caratteristiche. L’ampliarsi del bacino di utenza di chi è interessato al giardino non ha portato un innalzamento di livello delle competenze, anzi, l’esatto contrario. E qui troviamo un periodo che è la discriminante, cioè la fine degli anni ’90 e l’inizio del primo decennio del 2000, in cui il livello qualitativo dei giardini ha visto un buon incremento anche in Italia, seguito da un’ampliamento delle disponibilità di piante e beni ad esse correlati, quindi un appiattimento dell’estetica borghese.

Il giardino della borghesia ricca o finto-nobile ha invece altri scopi. Ricordo con precisione di avere letto su Gardenia del restauro di una bellissima villa in Liguria, che è stata poi adibita ad albergo esclusivo. Tra gli investitori c’era il direttore di Striscia la Notizia, quindi immagino che il target fosse composto da personaggi dell’establishment televisivo dotati di un portafoglio ben gonfio.

Il giardino assolve in questo caso ad un’altra funzione, quella di produrre reddito. Reddito molto materiale, immediato: dai-prendo. La villa in questione, di cui non ricordo il nome, è diventata fonte di reddito immediato nell’arco di pochi anni.
Non parliamo quindi della redditività che sappiamo benissimo si genera in tempi lunghi, a volte lunghissimi da un’operazione culturale. Partire con un restauro di un antico giardino nel 2013, terminarlo nel 2023, quando sarà visitato da un bambino che diventerà un grande architetto di giardini, portando lustro al suo paese per decenni a venire e influenzando a sua volta generazioni di giardinieri.
Non questo genere di redditività, dunque.

Al giardino si chiede di essere ecologico, etico, storicizzato, moderno, produttivo, low-cost, recuperato, giovane, iper-tecnologico, curativo, redditizio, ricco di glamour e almeno un pochettino famoso o pubblicizzato.
Va da sè che alcune di queste cose sono incompatibili tra loro, il risultato delle aspirazioni di inserirle tutte nel progetto di un giardino non potrà che essere deludente.

Non ci sono un modo e un come e neanche un cosa riguardo ai giardini. I giardini, in quanto espressione artistica, sono frutto di una società o di una porzione di essa. Ma quello che si tende a dimenticare è che i giardini sono frutto di un giardiniere, di un artista.
Lo scopo di un artista non è avere piante belle, sane e ben curate, e neanche quello di avere un insieme armonico e affascinante (tantissimi giardini “di livello” che conosco si fermano disgraziatamente a questo secondo stadio, quello artigianale, del “lavoro fatto bene”), ma quello di universalizzare.
E questo vale per qualsiasi forma d’arte. Quelle più belle e che consideriamo “classiche” o “immortali”, hanno questo immenso potere di suggerire, hanno un lato nascosto, che è visibile solo a chi osserva (ecco perchè l’opera d’arte è letteralmente costruita dal pubblico e anche perchè noi capiamo poco l’arte moderna, perchè è poco storicizzata).
Ciò che suggerisce varia di volta in volta, a seconda di chi osserva (e di chi esprime il proprio giudizio di osservatore: non giudicare è ciò che di peggio può accadere ad un’opera d’arte), del come del quando e del perchè. Più cose suggerisce, più l’opera d’arte sarà apprezzata e per un tempo maggiore. Perchè sarà il pubblico, nel tempo, a rimpire “il suggerimento”, con questioni sue personali o legate alla società.

Questo è universalizzare: far riconoscere l’osservatore nell’opera d’arte, farlo sentire in possesso della sua anima, nella casa che non sapeva di avere. Quando hai fatto questo, sei davvero un artista.

Da un punto di vista estetico è per questo che rigetto la brodura all’inglese, tanto perfetta, piena straripante e ipertrofica, da non lasciare posto a nessun “suggerimento”. Poi esistono altre motivazioni sociali ed economiche.
E sempre per tal motivo non mi piacciono le vecchie illustrazioni fatte con l’aerografo, o l’iper-realismo ad acrilico.
Non suggeriscono nulla, non “parlano”. E’ tutto lì, basta guardare e dire “ooooh”, dopodiché, chiuso.

Jan Mukarovsky la chiamava “inintenzionalità” dell’arte. E’ una componente che neanche l’artista sa di mettervi dentro (forse perchè è un artista?).
A me piace dire “la mia tovaglia è la tua tovaglia”. E’ una frase di On writing di Stephen King.
King in questo caso raccomandava agli aspiranti scrittori di non caricare troppo di dettagli. Nella scena del pic-nic, non descrivete la tovaglia se non è importante ai fini della storia, e anche in quel caso descrivete solo gli elementi sensibili, il resto lo deve mettere il lettore. Io devo suggerire l’idea di tovaglia, ma sarà il lettore a comporre in testa la sua tovaglia. In pratica, suggerendo l’idea di tovaglia, ho universalizzato il concetto di tovaglia, rendendolo plastico, adattabile a qualsiasi tovaglia che sta nella testa di qualunque abitante che usi tovaglie nel mondo intero.

Quanti giardini sanno far questo? Quanti giardini hanno la capacità di sussurrare pensieri mai pensati? Quanti giardini invece si mostrano tronfi e volgari nella loro riuscita? Anche giardini zen, minimali, o di indole geometrica, apparentemente solidi, “strutturati”, mancano completamente della voce? E non illudiamoci che la voce la possano mettere gli uccelli, il vento tra le fronde, o lo scroscio dell’acqua. Semmai sarebbe coprire un pesante silenzio.

Penso che stiamo chiedendo troppo all’arte, che ci appelliamo all’arte quale extrema ratio in questi tempi difficili: l’arte non dà risposte su come investire i bond, dà risposte su noi stessi, sulla nostra natura di esseri umani (se uno le sa trovare).
Al giardino, essendo fatto di terra e piante, di porzioni di paesaggio, si chiede ancor di più per evidenti motivi.
Non c’è comunicato che abbia pubblicato in questi ultimi tempi che non scriva da qualche parte “ecosostenibile” o qualcosa di analogo.

Iniziamo a trovare la Bellezza, il resto verrà. exupèry_invisibile bellezza_cr

L’essentíal est ínvísíble pour les yeuse

Antoine de Saint-Exupéry

La casetta di Donisi

MW 1.070

Orti a mare

Non lo faccio quasi mai, dare voce a comunicati stampa di vivai o eventi che non conosco personalmente o di cui non abbia piena fiducia, ma il breve comunicato della responsabile del vivaio mi è sembrato così semplice e diretto, privo di infarciture pubblitarie che mi ha convinto.
Lo pubblico pertanto con piacere:

Volevo segnalarvi l’evento ORTI A MARE che si terrà il 1-2 giugno 2013 al Castello di Casalappi- Campiglia M.ma
(LI) dalle 9 alle 22, con più di 50 espositori da tutta Italia.
L’anno scorso la prima edizione è stata un vero successo e speriamo anche la prossima.
Vi pregherei di prenderne nota, se potete intervenire personalmente ne sarei felice e se potete pubblicare qualcosa sul vostro bel blog vi ringrazio.

http://www.ortiamare.it
http://www.castellodicasalappi.it