L’artista non crea il mistero

Stasera, distrattamente, seguivo una repilica di Passepartout in cui Daverio ha intervistato un bizzarro artista danese che fa sculture con insetti, ossa tagliate a fettine, vetro e altro.
Non ricordo il nome dell’artista, nè sono riuscita a recuperarlo in rete.

Ho sentito però questa frase: “Il mistero non viene creato dall’artista. L’artista non è colui che crea il mistero”.

Mi ha molto colpita, e non so neanche come inquadrarla. Forse per scultura e pittura può essere vero, ma per letteratura, cinema, musica?
In che modo secondo voi si può interpretare questa frase? Perchè sono sicura che c’è qualcosa tra le righe che non sono riuscita a cogliere.

Il mestiere dello scrittore

Lo scrittore deve essere prima d’ogni cosa un ladro, poi un falsario.

…e soprattutto modestia

il signor so tutto

Dialogo Shoshoni in due sole frasi

Squaw Pelle di Rana: Grande Capo, Grande Capo…per quella cosa ..uichi-come-si-chiama, ti sei dimenticato di chiedere al Bar…
Grande Capo Estiquatzi: ah, sì, un caffè…

Delirium tremens

Trattato dell'alienazione mentale_ Pinel

storia dei giardini suona malissimo ed è errato, perché la storia è qualcosa di antropico, non esiste in senso stretto una “storia” di qualcosa di inanimato, sia esso un vulcano o un palazzo, ma, nel secondo caso esiste la storia di quelli che l’hanno creato, abitato, ecc. Per questo non mi sognerei mai di intitolatre una voce come “storia dei palazzi” nè tantomeno “storia dei giardini”. Piuttusto parlerei di paesaggismo o di giardini storici, con una corposa sezione storica, o tutt’al più di evoluzione degli stili . –Sailko 01:16, 14 mag 2013 (CEST)

Questa discussione andrebbe cambusata, non ha senso che si svolga qui, tra l’altro con rimandi da 3 altri progetti. qualcuno un po’ più pratico la sposti in Discussione:Storia_del_giardinaggio, grazie. Qui il tema si fa un po’ sottile, cercherò di spiegarmi più chiaramente possibile. Storia del giardino o dei giardini suonano male per chi è abituato a intendere la storia nel senso che gli ha dato Marc Bloch. Suona male come suonerebbe “storia delle chiese” o “storia dei palazzi”.. il palazzo, per restare in un esempio facile, è il prodotto di un’attività umana che, una volta portata a termine non subisce un’evoluzione indipendente: posso scrivere una storia di “quel palazzo”, di come ad esempio sia stato aggiornato in forme da barocche a neoclassiche, ma non posso generalizzare per tutti i palazzi, perché suonerebbe come se ogni edificio gradualmente si trasformasse, in maniera naturale e indipendente, da barocco a neoclassico. “Storia del telefono” o “storia dell’automobile” sono più accettabili perché questi oggetti si sono evoluti per lo più in blocco in seguito a determinate innovazioni tecniche, ma i palazzi non si sono evoluti tutti il blocco da barocchi a neoclassici, tanto per restare nell’esempio. Non so se fin qui è chiaro. La storia che scrivo dei palazzi è invece legata all’evoluzione dell’attività umana che li crea, cioè la progettazione architettonica e le tecniche costruttive. Posso quindi scrivere una “storia dell’architettura (o della progettazione) dei palazzi”, ma non la “storia dei palazzi” in quanto tale. Considerazioni analoghe valgono anche per i giardini. Il giardinaggio è un’attività umana, per questo storia del giardinaggio suonava bene, ma “storia dei giardini” è errato, perché i giardini sono solo il prodotto di quell’attività, e non si evolvono a prescindere (al massimo diventano sterpaglia, questa è effettivamente la “storia del giardino”). Ci siamo?
Adesso c’è da capire come chiamare l’attività che è all’origine della creazione dei giardini. Nonostante google dia un’ampia gamma di risultati, dico subito che “architettura dei giardini” è sbagliato, perché l’architettura crea edifici, non spazi aperti (definizione di Bruno Zevi), sebbene anche la crezione di uno spazio aperto abbia a monte una progettazione per molti versi analoga a quella degli edifici. Possiamo allora fare una “storia della progettazione dei giardini”? Nì, perché se per i secoli recenti è sicuramente applicabile, a risalire indietro nel tempo (prima del medioevo) si trova una “progettazione” senz’altro più blanda, legata più al caso e all’estemporaneità, che non è neanche il caso di chiamare “progettazione”. E’ stato proposto di parlare di “arte dei giardini”: a me sembra una dizione un po’ enfatica, tipo quando si trovano in edicola i fascicoli sull'”Arte del ricamo” o sull'”Arte culinaria”… non metto in dubbio che il ricamo, la cucina o la creazione di giardini siano delle forme di arte, nel senso più ampio del termine, trovo tali modi di dire però un po’ ampollosi, e poco in linea con lo spirito dell’enciclopedia. Appurato quindi che il giardinaggio sta ai giardini come le tecniche costruttive agli edifici, quello che propongo per la ridenominazione della voce si riduce a un semplice “Storia della creazione di giardini” o, semmai, “evoluzione stilistica delle forme di giardino”. –Sailko 16:18, 16 mag 2013 (CEST)

Cara LidiaZara, mi sembra chiaro che ci rifacciamo a fonti diverse: io te ne cito alcune e tu ne citi altre, in disaccordo. Ti posso assicurare comunque che qui in Wikipedia la, nelle varie ramificazioni, non contiene mai piazze, spazi aperti e giardini: si tratta di urbanistica, non di architettura, sono discipoline affini, ma non intercambiabili. So benissimo che i nomi dei corsi universitari posaano generare confusione, ti posso fare una mezza dozzina di esempi di discipline che danno il titolo a un corso universitario, ma che negli studi teorici sono ritenute dizioni deprecate. Siccome stiamo parlando del titolo da dare a una voce di un’encilopedia e non a un corso di laurea è bene restare concentrati e non prendere decisioni affrettate. Tu ti lasci un po’ troppo influenzare per partito preso, ti ho già spiegato perché “storia dei giardini” è impreciso, e dovresti rispondere sulla base di quelle considerazioni, non solo perché l’hai sentito dire così tante volte che ora sei troppo pigra per metterlo in discussione. La “storia dei giardini” è: vengono progettati, vengono mantenuti con le tecniche di giardinaggio e, quando queste si interrompono, ritornano sterpaglia. Questa è la storia comune a tutti i giardini. L’evoluzione delle forme di giardino (che non mi sembra niente di arzigogolato) è invece quel processo che viene (malamente) descritto nella voce presente. Le tue divagazioni tra arte e artigianato sono una tua opinione personale che si basa su teorie alquanto superate… già che c’eri potevi citare anche Vasari, o a risalire fino a Vitruvio ed Erodoto, ma nel frattempo gli studi teorici hanno fatto anche dei progressi, per cui il confine tra arti minori a maggiori, tra arte e artigianato è qualcosa di ben più sottile e complesso, che adesso non mi pare certo il caso di tirare in ballo. Vai a spiegare a chi possiede le coperte ricamate per Michelangelo Pistoletto quanto il ricamo sia “artigianato” e non “arte”, tanto per fare un esempio. –Sailko 18:17, 16 mag 2013 (CEST)

Peter Lenz

Il web e la tv digitale si affannano a raccontarci che il Mugello è stato vinto da Lorenzo, e che Valentino è caduto al primo giro.
Non seguo più “le motociclette” dalla morte di Tomizawa. Ero a Lucca quella domenica, non avevo modo di seguire le notizie. Sapendomi appassionata un amico giardiniere, Greg, mi disse: “Forse è morto un pilota”.
Era morto sì, Tomizawa, e in molti lo sapevano prima che terminasse la gara. Lo sapevano i medici, gli organizzatori, ma la gara non fu interrotta.
Solo dopo fu data la notizia, e insieme a quella della morte di Tomizawa si seppe che poco prima era morto un ragazzo, un bambino, Peter Lenz, in una gara di contorno al neonato circuito di Indianapolis.
Nessuno l’aveva detto, nessun giornalista, perchè il clima festaiolo non fosse turbato da luttose notizie.

Poi morì Simoncelli, rimasto immobile sull’asfalto, lungo, a braccia aperte, senza casco. Tutti abbiamo capito subito.
Un evento mediatico di ben altra portata, un ricco banchetto di morte su cui i giornalisti si sono avventati come sciacalli e su cui stanno ancora pasteggiando.

Che dignità ha uno sport che lascia un bambino e due ragazzi sull’asfalto, morti, nel giro di pochi giorni? Che dignità ha chi lo racconta ancora entuasista, chi lo segue, chi lo pratica?
Un bambino di tredici anni o giù di lì, di cui nessuno parlò per non distrarre il pubblico, di cui nessuno ricorda il nome. Peter Lenz. Peter Lenz.

Lanterna Verde: niente paura, ma niente fede

Ti spiezzo in due
Ti spiezzo in due
Da tempo mi macinava in testa questo pensiero. Qualche settimana fa hanno passato in tivvù Lanterna Verde, un film su un supereroe della DC Comics.
Per diventare una Lanterna Verde, una sorta di corpo di polizia intergalattico, c’è un requisito importante. Ma proprio importante, nel senso che se non hai quello non potrai mai essere una Lanterna.
Non devi avere paura.
Perciò, quando l’anello di Swaaami Brachamutanda o come-cavolo-si-chiama, sceglie il belloccio americano di turno, tutte le Lanterne vanno in subbuglio dicendo che la razza umana è una razza di fifoni.
E metà del film ce lo passiamo così, a sentire il belloccio (?) di turno che tenta di vincere la sua paura. Naturalmente l’altra metà è stata occupata sonnecchiando.
Ora, considerazioni specialistiche a parte, è evidente che Lanterna Verde celebra il valore “americano” dell’assenza della paura, non già di quel sentimento indefinibile che è la paura controllata dalla ragione.

Non sono d’accordo. Come si può essere d’accordo? Forse la razza umana non sarà adatta a fare da Lanterna, anche se queste Lanterne sembrano dei birrai ubriachi immersi nel fosforo.

I valori che contraddistinguono noi europei sono più elevati, non già l’assenza di paura -che non sinonimo di coraggio (per aspera ad astra)- ma il controllo della paura, e soprattutto la fede. La fede in qualcosa di ben più grande di un misero deuccio venerato da un terzo della popolazione di un pianetino in un angolo remoto della nostra galassia. La fede nella capacità dell’universo di evolversi adeguatamente.

Per me Lanterna Verde esce sconfitta in partenza, non c’è assenza di paura che possa compensare la presenza della fede.

Il birraio ubriaco
Il birraio ubriaco

A quanti compiti deve assolvere il giardino contemporaneo?

Non so più recuperare il filo che mi ha condotto a questo pensiero ma ricordo che mi ci ha portata un senso di sconforto, di pesantezza, di noia, di ottundimento.

Il giardino deve essere così e cosà, deve essere etico, ecologico, bio, sociale, futuristico, intanto però non devono mancare glamour, fashion, style, home and outdoor. In più deve essere bello. Sì, semplicemente bello.
E’ come chiedere ad una donna di andare a lavorare, fare le pulizie, badare i figli, impegnarsi in politica e nel sociale, essere magra e avere le tette, truccarsi, fare palestra, avere la pressione il colesterolo a posto pur facendo cake design a tutto spiano e cucinando in continuazione finger food e cupcake neo-hipster style.

Be’ ma cosa diavolo è preso a tutti? Che razza di cecità dilaga in giro? Perchè questa mania del giardino e di come deve essere?

Ho sempre considerato il giardino una specie di indicatore sociale, un po’ come le coccinelle. Un marker, insomma, come quando ti fanno le analisi del sangue.

L’attenzione, a dire il vero un po’ fatua, che viene dedicata al giardino in questo ultimissimo periodo (un annetto o giù di lì), è un sintomo di un cambiamento di idee nei confronti dell’ambiente e delle sue manifestazioni materiali. E ci tengo a precisare che ho scritto “cambiamento”, non un “miglioramento”, perchè non credo lo sia.
Del cambiamento in atto tutti siamo consapevoli: la dimuzione del reddito e dei beni a cui potevamo attingere liberamente dalla natura. Ciò non ha comportato affatto una maggiore resposabilità nel trattare l’ambiente, anzi, ha generato una corsa sfrenata all’accaparramento delle ultime risorse. Solo i pochi che erano “civilizzati” già negli anni ’80 lo sono rimasti o hanno rafforzato le loro idee e le loro azioni a favore dell’ambiente, isolate o organizzate.
La cultura non è esente da questo processo di accaparramento di beni, in questo caso i consumatori che per un motivo o per l’altro, coscientemente o meno, approdano alla vita “eco”.

Tralasciando l’orto in terrazza e analoghe mode, c’è stata un’esplosione della cultura “verde” e dei giardini.
Ma attenzione: oggi il giardino non si fa più per un senso di godimento quanto per assolversi dal peccato industriale, con tutto quello che ne deriva, il più delle volte mediocri risultati frutto di incompetenza, raffazzonaggine, consumismo inconsapevole, o per contro manie di grandezza, pretenziosità, consumo vistoso.

Il giardino domestico, familiare, soprattutto se è di nuovo impianto, ha sempre queste caratteristiche. L’ampliarsi del bacino di utenza di chi è interessato al giardino non ha portato un innalzamento di livello delle competenze, anzi, l’esatto contrario. E qui troviamo un periodo che è la discriminante, cioè la fine degli anni ’90 e l’inizio del primo decennio del 2000, in cui il livello qualitativo dei giardini ha visto un buon incremento anche in Italia, seguito da un’ampliamento delle disponibilità di piante e beni ad esse correlati, quindi un appiattimento dell’estetica borghese.

Il giardino della borghesia ricca o finto-nobile ha invece altri scopi. Ricordo con precisione di avere letto su Gardenia del restauro di una bellissima villa in Liguria, che è stata poi adibita ad albergo esclusivo. Tra gli investitori c’era il direttore di Striscia la Notizia, quindi immagino che il target fosse composto da personaggi dell’establishment televisivo dotati di un portafoglio ben gonfio.

Il giardino assolve in questo caso ad un’altra funzione, quella di produrre reddito. Reddito molto materiale, immediato: dai-prendo. La villa in questione, di cui non ricordo il nome, è diventata fonte di reddito immediato nell’arco di pochi anni.
Non parliamo quindi della redditività che sappiamo benissimo si genera in tempi lunghi, a volte lunghissimi da un’operazione culturale. Partire con un restauro di un antico giardino nel 2013, terminarlo nel 2023, quando sarà visitato da un bambino che diventerà un grande architetto di giardini, portando lustro al suo paese per decenni a venire e influenzando a sua volta generazioni di giardinieri.
Non questo genere di redditività, dunque.

Al giardino si chiede di essere ecologico, etico, storicizzato, moderno, produttivo, low-cost, recuperato, giovane, iper-tecnologico, curativo, redditizio, ricco di glamour e almeno un pochettino famoso o pubblicizzato.
Va da sè che alcune di queste cose sono incompatibili tra loro, il risultato delle aspirazioni di inserirle tutte nel progetto di un giardino non potrà che essere deludente.

Non ci sono un modo e un come e neanche un cosa riguardo ai giardini. I giardini, in quanto espressione artistica, sono frutto di una società o di una porzione di essa. Ma quello che si tende a dimenticare è che i giardini sono frutto di un giardiniere, di un artista.
Lo scopo di un artista non è avere piante belle, sane e ben curate, e neanche quello di avere un insieme armonico e affascinante (tantissimi giardini “di livello” che conosco si fermano disgraziatamente a questo secondo stadio, quello artigianale, del “lavoro fatto bene”), ma quello di universalizzare.
E questo vale per qualsiasi forma d’arte. Quelle più belle e che consideriamo “classiche” o “immortali”, hanno questo immenso potere di suggerire, hanno un lato nascosto, che è visibile solo a chi osserva (ecco perchè l’opera d’arte è letteralmente costruita dal pubblico e anche perchè noi capiamo poco l’arte moderna, perchè è poco storicizzata).
Ciò che suggerisce varia di volta in volta, a seconda di chi osserva (e di chi esprime il proprio giudizio di osservatore: non giudicare è ciò che di peggio può accadere ad un’opera d’arte), del come del quando e del perchè. Più cose suggerisce, più l’opera d’arte sarà apprezzata e per un tempo maggiore. Perchè sarà il pubblico, nel tempo, a rimpire “il suggerimento”, con questioni sue personali o legate alla società.

Questo è universalizzare: far riconoscere l’osservatore nell’opera d’arte, farlo sentire in possesso della sua anima, nella casa che non sapeva di avere. Quando hai fatto questo, sei davvero un artista.

Da un punto di vista estetico è per questo che rigetto la brodura all’inglese, tanto perfetta, piena straripante e ipertrofica, da non lasciare posto a nessun “suggerimento”. Poi esistono altre motivazioni sociali ed economiche.
E sempre per tal motivo non mi piacciono le vecchie illustrazioni fatte con l’aerografo, o l’iper-realismo ad acrilico.
Non suggeriscono nulla, non “parlano”. E’ tutto lì, basta guardare e dire “ooooh”, dopodiché, chiuso.

Jan Mukarovsky la chiamava “inintenzionalità” dell’arte. E’ una componente che neanche l’artista sa di mettervi dentro (forse perchè è un artista?).
A me piace dire “la mia tovaglia è la tua tovaglia”. E’ una frase di On writing di Stephen King.
King in questo caso raccomandava agli aspiranti scrittori di non caricare troppo di dettagli. Nella scena del pic-nic, non descrivete la tovaglia se non è importante ai fini della storia, e anche in quel caso descrivete solo gli elementi sensibili, il resto lo deve mettere il lettore. Io devo suggerire l’idea di tovaglia, ma sarà il lettore a comporre in testa la sua tovaglia. In pratica, suggerendo l’idea di tovaglia, ho universalizzato il concetto di tovaglia, rendendolo plastico, adattabile a qualsiasi tovaglia che sta nella testa di qualunque abitante che usi tovaglie nel mondo intero.

Quanti giardini sanno far questo? Quanti giardini hanno la capacità di sussurrare pensieri mai pensati? Quanti giardini invece si mostrano tronfi e volgari nella loro riuscita? Anche giardini zen, minimali, o di indole geometrica, apparentemente solidi, “strutturati”, mancano completamente della voce? E non illudiamoci che la voce la possano mettere gli uccelli, il vento tra le fronde, o lo scroscio dell’acqua. Semmai sarebbe coprire un pesante silenzio.

Penso che stiamo chiedendo troppo all’arte, che ci appelliamo all’arte quale extrema ratio in questi tempi difficili: l’arte non dà risposte su come investire i bond, dà risposte su noi stessi, sulla nostra natura di esseri umani (se uno le sa trovare).
Al giardino, essendo fatto di terra e piante, di porzioni di paesaggio, si chiede ancor di più per evidenti motivi.
Non c’è comunicato che abbia pubblicato in questi ultimi tempi che non scriva da qualche parte “ecosostenibile” o qualcosa di analogo.

Iniziamo a trovare la Bellezza, il resto verrà. exupèry_invisibile bellezza_cr

L’essentíal est ínvísíble pour les yeuse

Antoine de Saint-Exupéry

Il razzismo, quello silente e subdolo

Stamane dal fruttivendolo, attendo in coda di pagare la mia spesa, prima di me una bella ragazza indiana che parlava un buon italiano senza accento, con un sacchetto di monetine. Coda affollata, lei deve pagare poco più di un euro un paio di buste di frutta e di lenticchie. La proprietaria e le dice di contare le monete con calma e di poggiarle vicino alla cassa, aggiungendo: “Io di te mi fido”.
Ho dato uno sguardo alla ragazza che ha fatto una smorfia e poi ha detto:”Grazie”.
Quando la ragazza ha finito non le ha neanche avvicinato le buste. Avrei voluto avere le mani libere per allungare io la mano e afferrare la busta di lenticchie, troppo lontana per lei, che cercava di avvicinarla dimendando le dita.
Ho poi velocemente elaborato un pensiero sommario e generalizzato, generato da un moto di rabbia, ma forse non del tutto sbagliato: “L’umanità si divide in due categorie: quelli che si fidano di tutti e quelli che non si fidano di nessuno”.
Per i secondi, che dio (o chi ne fa le veci) abbia pietà.

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Come faremmo senza Wikipedia? C’è poco da dire: Wikipedia è una delle cose davvero utili che ci ha portato il web 2.0 .
Pur con i suoi enormi meriti, è molto lontana da un livello qualitatativo neanche prossimo all’accettabile. Ottima per sapere in che anno è stato girato un film, il doppiatore di questo o quello, chi viene prima se re Giorgio o la regina Vittoria, in che periodo esatto c’è stato il minimo di maunder, chi era Maunder e chi era Stardivari, a che famiglia botanica appartiene l’acero e dove si trova la Val di Fiemme.
Ma…però…Che pena certe voci, magari abbondanti, ridondanti perfino, zeppe di dati, di informazioni, di link, di bibliografia. Ma complemetamente sterili per quanto riguarda la critica. Certo, Wikipedia si vuole mantenere super partes : che pretesa assurda. Nulla e nessuno è super partes, il semplice fatto di dichiararsi neutrale è una presa di posizione.

Veniamo ad uno dei dogmi di Wilipedia, “Non utilizzare materiale protetto da copyright”. Ok, vuoi dire “non copiare pedissequamente”. Ma non utilizzare materiale protetto da copyright tout court significa non utilizzare la cultura che la società ti ha messo a disposizione. E che ne è dell’Uomo senza la cultura sociale? Secondo Wikipedia nasco già con dentro tutte le informazioni che mi servono su fiori e giardini? Non posso usare nessun libro, perchè è un materiale protetto da copyright, anzi no! posso usare tutti i libri il cui autore sia morto da almeno 70 anni! Allora posso citare Omero? Magari che sì, ma non posso citare Giubbini (lunga vita) e neanche Pizzetti (onore alle ceneri).
Allora ricapitolando: non posso usare la cultura sociale, non posso usare idee e pensieri di persone vive, cosa rimane? le mie opinioni? NOOOOO! perchè Wikipedia se hai un’opinione non te l’accetta. Allora perchè accetta la critica di Tullio Kezich? Mica è morto da settant’anni. Epperchè Tullio Kezich era Tullio Kezich, io non sono un cazzo di nessuno e quindi la mia opinione non ha l’imprimatur di validità che è richiesto da Wikipedia.
Aaaah, ecco.

Allora diciamo così: se uno è dotato di capacità critica e di indole riflessiva, ha buone capacità espressive e vuole inserire una critica ragionata su un filosofo, un film, un musicista, DEVE ricorrere alla critica più o meno storicizzata, citando ovviamente la fonte. Altrimenti, puoi essere il più grande esperto di quella materia, ma la fonte non puoi essere tu, a meno che non abbia scritto qualche pubblicazione in proposito (e preferibilmente tu sia già morto da settant’anni).
Se -mettiamo- sei Gianni Togni, e sulla tua pagina c’è scritto che sei nato a Serra san Bruno, tu vai e dici, no, sono romano de Roma. Wikipedia sicuro ti dice che non hai messo la fonte. Ti verrebbe da dire: “Ché, porto la mamma per testimone?”.
Poniamo il caso realmente accaduto di Layhawke, in cui qualcuno dotato di buon occhio ha scritto che il falco non era un falco, ma una poiana codarossa. Wikipedia gli ha scritto: “questa voce è senza fonte”.
Alla faccia di Socrate! La capacità di osservazione non conta più?

Ma la piaga peggiore di Wikipedia non sono le sue regole rigide, che se l’hanno privata di spessore e capacità critica e di osservazione, la mantengono al riparo da sciacallaggi, rampantismi e ego ipertrofici: la piaga peggiore è il wikipediano.
Il wikipediano non esprime mai un suo pensiero, è ovvio, ma ha una infinita gamma di citazioni d’autore buone per tutte le occasioni.
Conosce la grammatica latina ma è più carente sulla letteratura latina, che per lui è solo una buona scusa per usare parole un po’ strane. Il wikipediano non risponde se lo chiami, diciamo che è come il centralino di un istituto di credito: un muro di gomma.
Si esprime non a parole sue ma attraverso l’uso di link che rimandano a fonti attendibili. Alla domanda “Come va?” potrebbe avere un attacco di panico per l’incapacità di formulare una risposta.
Cosa peggiore di tutte, il wikipediano ha un’età media molto bassa, ciò determina un’inflazione di voci sulle saghe televisive, sui cartoni animati, sui videogiochi, e un abbandono totale di quelle precipue di una enciclopedia, cioè attinenti alla geografia, alla storia, alle arti, alle scienze.
Naturalmente anche in voci come Assassin’s Creed o IG2 troverete gli stessi difetti: nessuna capacità d’osservazione o speculativa viene messa in gioco.

Drammaticamente l’attegiamento wikipediano si è trasferito (come d’obbligo) nella vita sociale. Perciò nelle discussioni comuni vengono pretese citazioni e “dati di fatto”, non già nella migliore tradizione del giornalismo britannico, ma nella sconfitta totale del gioco di induzione-deduzione che è lo splendore della mente umana e che non è stato replicato da nessuna intelligenza artificiale.

La mia triste conclusione è che Wikipedia è esattamente ciò che dice Nonciclopedia, cioè una parodia di una enciclopedia.
Fosse solo questo, lo accetteremmo, ma Wikipedia ha diffuso una sorta di dogmatismo culturale, una muraglia di ottusità derivata dalla disabitudine all’elaborazione propria e al ragionamento logico, un disinteresse per i libri scientifici e tecnici, e ovviamente per le enciclopedie vere.
Prendiamo la magnifica Enciclopedia del Novecento. Intanto l’opera non porta che poche voci, ma molto approfondite: anche la scelta di tali voci è una presa di posizione, una capacità di discernimento. Inoltre le voci sono dei temi, come “universo” o “illustrazione”, “kitsch”. Non ci sono persoggi storici, ma le tematiche che hanno permeato la cultura novecentesca.
E se uno volesse sapere perchè mai a Poussin gli è saltato in mente di dipingere a quella maniera, certo non troverà la spiegazione su Wikipedia, ma dovrà cercare in un libro di storia dell’arte o magari sfogliare Le Muse.

Per approfondire. Ma cosa ti devi approfondire? La cultura da Wikipedia è un sapere che non arriva neanche ad essere dottorale o nozionistico, ma unicamente compilativo, cioè la negazione del sapere.
Sapere, non a caso è corrispondente di sapere (nel senso di “avere sapore di”). Perchè per sapere una cosa bisogna conoscerne il sapore, averla assaggiata.

Il wikipediano mangia col sale di farmacia.