Le prime nomination per la Categoria “Alberto Forni”

Altre candidature per la Categoria “Photoshop”

L’articolo di colore che mette tutto grigio su grigio

Vengo subito al punto: su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera di due domeniche fa (14 ottobre), intravedo un lungo articolo sui giardini.
Campeggia una gran foto del giardino di Daniel Spoerri a Grosseto, con la statua “Continuo” di Roberto Barni.
Titolo dellla pagina: “Il dibattito delle idee”.
Occhiello: “Costume: La vita agreste è divenuta una fede. Per un mutamento non solo interiore”.
Titolo dell’articolo: Contro le aiuole benpensanti.
Sommario: “La rivoluzione ora si fa sul balcone o in campagna. E per chi non ha il pollice verde: teoria e rieducazione”.
Firma: Mariarosa Mancuso

Che dire, con questa tavola imbandita di delicatessen ci aspettavamo minimo minimo un trattatato di sociologia del paesaggio. Invece ci troviamo di fronte al solito artico “verde”, messo lì perchè il “verde” è di moda, ma fa anche architecture style, home, craft, way of life, interior design, outdoor…e aspetta che forse mi scappa una parola in italiano.

Dopo un cappello non tanto comprensibile sulla risibilità di filosofia e poesia, l’articolo si addentra nel suo compito: una carrellata dei libri di giardinaggio che hanno fatto più discutere negli ultimi anni (il mio non c’è, lo dico subito per toglierci il pensiero).
Si parte, ovviamente, con il libro novità già diventata culto, E il giardino creò l’uomo di Jorn de Précy.
Quanto deve essersi divertita Mariarosa a leggere la nostra discussione su CdG dalla quale ha potuto trarre ispirazione per il suo allegro articolo!
Non è gentile neanche con l’inciuciatissima Pia Pera, la nostra Mariarosa, e se la mette sottogamba, ricordando a tutti (avevamo tentato di rimuoverlo) che ha scritto Il diario di Lo, su cui per fortuna si sta stendendo l’oblio. Poi le fa pubblicità, a lei e pure al Perazzi, i cui libri sono un “segno sicuro che tra i giardinieri-filosofi sono già incominciate le lotte intestine, le scissioni, le punzecchiature. Leggere per credere Giardini e no di Umberto Pasti[…]dove si celebrano i “giardini del benzinaio”.

Prima obiezione: Perazzi e Pera filosofi? e da quando? da quando sono caduti dall’albero?
Le “lotte intestine” forse Mariarosa non sa neanche che cosa siano. Oggi c’è una totale omologazione del pensiero giardinesco ed estetico in genere.
Lotte ben più aspre che quelle tra Pasti e le sciure milanesi si sono consumate in passato, quando filosofi del calibro di Pope, Shaftesbury, Burke, per non citare il nostro Rosario Assunto, parlavano di giardini DAVVERO.

E vi prego, ti prego, Mariarosa, leggi bene questa parola: davvero.
Parlavano veramente di giardini, di quel che sono, o potrebbero essere, e di quel che rappresentano per noi, di quello che ci vediamo dentro, e ne hanno -cosa impossibile- tentato una definizione assoluta.
Durante il Settecento si è combattuta una grande battaglia tra filosofi veri che erano anche dei giardinieri. Nulla di paragonabile alla conformaziome estetica di adesso, contro la quale basta scagliare qualche sassolino perchè i media gridino al miracolo e si scrivano parole come “resistenza” “contromanuale”, “controcorrente”, qualsiasi cosa, purchè sia contro qualcosa.
Chi poi segue quel “contro” a sua volta crea una moda, esattamente come è successo per gli orti comuni, gli orti in terrazza, la città verde, la bioagricoltura, la permacultura, l’orto biodinamico, l’orto biologico, l’orto vegan, e mi taglio le vene e do il sangue alle rape, ecc.

Ammiccamenti sul “flep” di Serena Dandini (nè un flop, ma neanche un flip, diciamo una via di mezzo), su cui non capiamo nè se il libro le è piaciuto oppure le ha prodotto una scarica del letame da cui poeticamente “nascon i fior”. Quel che sembra di capire è che l’ha trovato inutile.

Per il resto Mariarosa continua nel suo lungo articolo di “cultura”, deridendo con un velo di spocchia di colei che questi libri neanche li legge poichè li ritiene del tutto superflui (ma intanto li recensisce). A dirla tutta sembra che anche Kant e Schopenauer risultino un po’ superflui per una cultura accettabile secondo l’apparente metro di Mariarosa, quindi non sappiamo immaginare che tipo di libro legga, forse Heiddeger o Wittgenstein, così, la sera, tanto per passare un po’ di tempo prima di dormire, nelle ore morte che le lascia la costruzione della sua astronave che la riporterà dal pianeta dal quale proviene, e su cui ci sono i giardini più belli della galassia.

Continuando con una infilata di luoghi comuni giardinicoli che sembra uno spiedino pronto da mandare sul barbecue, Mariarosa tira fuori dal cilindro l’arcinoto video di Moretti che parla coi gerani (“più acqua, meno acqua?”), che in “tempi meno lagnosi erano fiori da piccola borghesia”, Maria Antonietta che giocava a fare la lattaia, l’elogio delle erbacce e la pazienza del giardiniere.

L’unico libro che non conoscevamo è Diario intimo di una donna giardiniere suo malgrado, delle famigerate edizioni Albatros.
Il solo testo davvero da studiare, secondo Mariarosa, è il nuovo Breve storia del Giardino del mio amico Gilles, che a stento vale come fonte per i licealini di Wikipedia.

“Gran spreco di citazioni illustri”, dice lei.
Gran spreco di carta. Dico io.

Ma la cosa che non ti perdono, no, Mariarosa, è di avermi costretta a scrivere questo pezzo. Perchè sai che significa questo pezzo? Che gli intellettuali, voi, i giornalisti, quelli che scrivete sulle grandi testate, siete senza idee, e vi attaccate al web per avere qualche spunto per scrivere di cose di cui date l’apparenza di non conoscere nulla. Che per rendere spiritosi e leggibili i vostri articoli li rendete amorfi e inutili, intercalati da qualche battutina di scarto e da un tono derisorio che invece di apparire umoristico rende la lettura quantomai deprimente.
Non ti perdono, no, di non aver messo neanche una tua idea in quel pezzo, ma di aver solo fatto finta di commentare i libri presentatai. Hai scritto un articolo basato sulla frode culturale.
E quello che più di ogni altra cosa non ti perdono, no, Mariarosa, è di aver costretto me a commentatare il tuo incommentabile articolo. Perchè il tuo articolo incommentabile lo è. Ma io qui devo stare attenta alle suggestioni che voi che siete gli arbitri del potere mediatico avete nelle mani, e mettere in guardia quella manciata di lettori che ho.

Come concludi il tuo pezzo, Mariarosa? “Basterebbe accettare le storture del mondo e non ci sarebbe bisogno di consolarsi con la potatura. Basterebbe rinunciare a qualche corso di autostima e non avremmo bisogno di una grandinata sulle petunie per imparare l’umiltà”.

Penso che questo finale sia amorfo e piatto più del resto dell’articolo, che per un giornalista è un’onta, perchè il finale deve essere esplosivo.
Penso che in queste frasi ci siano scritte un mare di cazzate. E penso che tu le abbia scritte perchè eri a corto di idee.
Le storture del mondo vanno combatutte, con la politica e con la cultura, non accettate. Forse volevi usare il termine “contraddizioni”? In quel caso forse ti consiglierei un dizionario migliore del Thesaurus di Word.
E l’umiltà è una strada tutta in salita, si può imparare da una grandita sulle petunie o da un caporedattore che ti straccia il pezzo.

Le prime candidature non ufficiali per la Categoria “Photoshop”

Le foto sono state scattate con il consenso della Libreria Calliope di Siderno, e sono state lasciate così com’erano: non sono state nè ritagliate nè sono state ritoccate le luci o i colori.

Una sezione ridotta della Commissione di Valutazione per il Prestigioso premio Amore al risciacquo si è riunita nella nostra libreria di fiducia, la Calliope-Mondadori di Siderno, per raccogliere le prove e valutare le candidature ufficiali per la Categoria Photoshop.

Abbiamo teso ad evitare le semplificazioni, escludendo ex officio la copertina del nuovo libro di Paolo Brosio, che non mostriamo neanche, e copertine che fanno venire la voglia di lanciarsi in danze apotropaiche, come questa:

Abbiamo anche evitato di considerare suscettibili di premiazione le copertine con dettagli di dipinti antichi, solitamente sei-settecenteschi, raffiguranti nobili dame ingioellate, di cui La ragazza con l’orecchino di perla ha fatto da battistrada. Ora ve n’è un cospicuo numero, noi abbiamo fotografato questa, ma ce n’erano molte altre praticamente eguali:

Come potrete immaginare ci sono intere categorie che non abbiamo reputato all’altezza, come i libri sulle mille vite dei cani e sulle nove code dei gatti, sulla cucina, sulle torte, sullo shopping, sulla dieta. Abbiamo anche escluso tout court i romanzi rosa di autrici indiane e i docu-libri sulle sette religiose.


Siamo rimasti senza parole: se lo dice lui…

Questa la diamo come premio alla libreria per l’accostamento (voluto, non voluto?)

purtroppo fuori concorso

Sfortunatamente il prestigioso Premio Amore al Risciacquo non ha una categoria per il titolo più estroso, pecca alla quale si potrà eventualmente provvedere negli anni a venire. Intanto vi mostriamo questo che ci è piaciuto molto.

Se al posto di ‘su’ ci fosse ‘con’…

Questa ci è sembrata di una tristezza irripetibile.

Questa invece sembra una scatola dei cereali, con una foto del tipo iStock Photo.

E questa invece semplicemente orribile e mal fatta.

Abbiamo anche le copertine con una sfocatura non essenziale:

Quelle da copertina di cassetta porno:

E quelle che vanno tanto di moda su Flickr:

Non ci esimiamo dal presentare la copertina del futuro blockbuster floricolo-narrativo della prossima stagione, già candidato per la Categoria Green Guignol:

La lettrice di fiori

E per completezza presentiamo anche la copertina del libro della Marchesini, anche questo candidato, ma per la Categoria Orchite

Altre copertine sono state selezionate e nel giorno della proclamazione della rosa delle candidature ufficiali, ne daremo motivazione approfondita.

Scrivere Verde e 21/34, quattro libri per iniziare

Da questo mese (ottobre 2012), l’Associazione Culturale Maestri di Giardino inizia la sua attività editoriale con quattro pubblicazioni riguardanti gli elementi, la cura e l’etica del giardino.
I testi attingono al patrimonio di conoscenze, esperienza e talento dei propri associati, in molti casi riversati per la prima volta in una forma di comunicazione scritta.

Il progetto prevede infatti la produzione di opere inedite e, solo in casi sporadici, la raccolta di articoli precedentemente
pubblicati su riviste di settore o sul web.

I libri, di formato tascabile, saranno realizzati in due formati e in altrettante collane:
Scrivere Verde, diretta da Diana Pace e
21/34, diretta da Daniele Mongera.

La prima raggruppa piccole monografie su argomenti botanici, ma sviluppate in forma discorsiva, oppure brevi saggi tematici, biografie o esperienze rilette secondo l’ottica del giardiniere, del paesaggista o del critico.

La collana 21/34 ha un carattere prevalentemente botanico e prevede una suddivisione dei volumi per capitoli o schede, in un numero che può variare dalle 21 alle 34. Il suo obiettivo è comunque quello di raccontare le piante in forma articolata, secondo l’esperienza personale che ne ha l’autore, le vicende storiche, gli aspetti legati all’uso e al costume sociale.

Questi i primi titoli in uscita:

1 – Diana Pace, Cosa c’è sotto – considerazioni sulla terra, Scrivere Verde.
2 – Elisa Benvenuti, Mille Salvie, Scrivere verde.
3 – Paolo Tasini, Come un Giardiniere, Scrivere Verde.
4 – Mariangela Bonavero, Bartolomeo Gottero, Frutti dell’Amicizia, 21/34.

L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011, è formata attualmente da oltre 50 soci. Tra essi, giardinieri,
paesaggisti, vivaisti specializzati, architetti, giornalisti, curatori di giardini, storici dell’arte, organizzatori di mostremercato, promotori culturali, appassionati.
Una compagine eterogenea, sintesi di formazioni culturali e di esperienze professionali e umane assai diverse, in grado di offrire uno sguardo sfaccettato e inedito intorno ai temi più attuali del verde e dell’ambiente.
L’obiettivo intorno al quale è nata l’Associazione è quello di creare una rete nazionale di giardini e di vivai dove le persone interessate possano verificare e migliorare la propria conoscenza attraverso la condivisione pratica dell’attività dei “maestri”.

Per informazioni e per richiedere i libri:
http://maestridigiardino.com/
edizioni@maestridigiardino.com
tel. 329 2515637

Enciclopedia delle erbe, uscita con Gardenia

A partire -mi pare- da giugno, “Gardenia” ha proposto un abbonamento con in regalo L’enciclopedia delle erbe di Deni Brown.
L’edizione è Dorling Kindersley, una casa editrice che viene spesso riproposta in Italia, e che molti conosciamo per i suoi ottimi manuali.
Ovviamente l’editore italiano è Cairo.

Il primo volume si presenta come una guida alla storia e all’uso delle erbe e delle spezie, partendo dalla nascita della classificazione binomiale, passando per le leggende mitologiche, fino agli erbari più importanti della storia.
Successivamente si apre una ricca sezione di progettazione dedicata a come inserire le erbe nel giardino e in diversi scenari (formale, informale, contenitori, bordura, ecc.). L’orto non è nominato neanche di striscio.
Le realizzazioni grafiche dei progetti sono del tipo che conosciamo già dai testi della RHS e della DK, veramente belle, minuziose, perfettamente riuscite, ammirevoli.

Dopo una carrellata sulle erbe e le spezie provenienti dalle diverse parti del globo, si inzia con un vero e proprio “Catalogo delle erbe”.
Se qualcuno se lo stesse chiedendo non è il medesimo del volumetto “Erbe” uscito anni or sono, sempre con il marchio DK, assieme a TV Sorrisi e canzoni, e neanche quelle del Dizionario delle piante ornamentali UTET-Garzanti, anche se le foto mi sono molto familiari e sono sicura di averle già viste.
Il “Catalogo delle erbe” è riccamente illustrato con fotografie e prodigo di indicazioni colturali e su come coltivare le piante (alcune delle quali con proprietà fitoterapiche tutte da dimostrare) in giardino, ancora una volta.
In realtà appare proprio come un catalogo di vendita per corrispondenza, o un libro di giardinaggio, non di fitoterapia.

Il secondo volume è quasi interamente occupato da un indice (illustrato ma non “illustratissimo”) delle piante usate in fitoterapia, descrivendone gli usi più correnti sia in medicina che in cucina, elencando le parti utilizzate, le malattie che possono curare e il tipo di preparazione per cui sono più adatte.
Ma non ci sono delle vere e proprie ricette o dei rimedi. Quindi alla fine questo grande elenco risulta poco pratico. Il sapere che l’Eryngium è ottimo per le malattie delle basse vie urinarie e che se fanno dei decotti non mi illumina sulle proporzioni e sulle parti della pianta da usare. E chi si cura con le erbe sa che queste indicazioni sono a dir poco fondamentali.

In coda c’è una spiegazione abbastanza ampia e gradevole su come si coltivano le erbe, come si raccolgono, come si riproducono e conservano. Ma il tutto è, ancora una volta, presentato in quella veste grafica tipica della RHS e della DK che è molto graziosa e ben fatta ma un po’ fuorviante.
In poche parole ci si concentra molto sull’aspetto ornamentale delle erbe e non su quello fitoterapico.
Segue l’ indice.

Ci aspettavamo un po’ di più a dire il vero, per quanto chi si abbona a “Gardenia” si abbona anche alle delusioni.
Il volume non è affatto un manuale di fitoterapia, ma un insieme di materiale raccogliticcio, per quanto di ottima qualità, sulla coltivazione delle erbe ornamentali o ad uso culinario (i vecchi abitanti della bordura di cucina, come diceva Vita), integrato con accenni storici e mitologici per camuffarsi da qualcosa che non è,in omaggio alla moda della fitoterapia.
Nulla di originale, nulla che non si possa “dedurre” se si hanno altri volumi di orticoltura e soprattutto, di fitoterapia.

A questo punto è facile capire che la DK vende degli stock di materiale che poi sono accorpati per trasformarsi in pubblicazioni con un ISBN nuovo, ma che di nuovo hanno ben poco. Se questo materiale non fosse di buona qualità saremmo anche un po’ incazzati.

Quindi un consiglio: se vi volete abbonare a “Gardenia”, è comunque una bella opera da avere non foss’altro per le foto e le illustrazioni, se la volete comprare ex novo pensando di scoprire i segreti delle piante medicinali, lasciatela pure dove sta.
Se siete genericamente interessati alle erbe e non avete proprio nessun altro manuale, e questo vi piace, compratevelo. Male non fa.

“Meridiano di Sangue”, di Cormac McCarthy, terza candidatura ufficiale per il prestigioso Premio “Amore al Risciacquo”


McCarthy è un mostro sacro contemporaneo e su Meridiano di sangue c’è già una sceneggiatura, forse più d’una, anche se non si sa chi-dove-come-quando-e-perché.
Dopo l’Oscar dei Coen per Non è un paese per vecchi, le attese sono altissime.
Di Meridiano di sangue si dice che sia il “western definitivo”, un’opera che riporta il genere alla sua origine.
Si dice che sia il più grande libro di McCarthy, dopo, o forse prima, di Suttree.

Ho incontrato McCarthy come credo sia successo a molti, leggendo La strada. Dopo ho scoperto che aveva scritto un mattone micidiale sulle praterie tra il Texas e il Messico, la cosiddetta “Trilogia della Frontiera”. Capirete che dove sento parlare di praterie mi scatta l’acquisto compulsivo ed è finita che ho letto tutti i libri di McCarty, ma proprio tutti.

Ebbene, questo è di un genere differente, più affine come natura stilistica a La Strada, che pure è minimale nelle descrizioni e nei dialoghi, quanto questo è invece barocco, addirittura ostentatamente “anticheggiante”, rispetto ad altri romanzi più strutturati, sia da un punto di vista del linguaggio che del contenuto, come Il buio fuori, Oltre il Confine, Città della Pianura e -appunto- Suttree , il suo vero capolavoro.
Ciò che accomuna La strada a Meridiano di sangue è l’innaturalezza dello stile, forzatamente scarno per il primo, quasi epico il secondo. In poche parole, mi sono apparsi volumi scritti a tavolino, quale meglio, quale peggio riuscito.

Meridiano di sangue vorrebbe essere ma non riesce. E questo non si può perdonare ad un autore (prolifico) come McCarthy che è “riuscito” tante volte.
E per citare un commento letto su IBS sì, bah, buh, bello, ma…magari qualche deserto in meno ci sarebbe stato.
I personaggi sopra le righe, assolutamente surreali, non convincono proprio, neanche esercitando brutalmente la volontaria “sospensione dell’incredulità”. Siamo davvero lontani da Harrogate in Suttree.
La figura del Giudice Holden appare caricaturale, le descrizioni, seppur magistrali, ripetitive e praticamente identiche tra loro, i toni sono ricercatamente debordanti in similitudini fantasiose che risultano quasi da sculoetta di scrittura creativa, da licealino pensoso, amante del cosmo e della geologia.

La trama è un succedersi di eventi -il che è un tratto tipico di McCarty- non un intreccio vero e proprio, e questo può andare. Ma gli eventi sono sempre eguali con appena qualche variazione un po’ bislacca.

La violenza, il sangue che letteralmente scorre tra le pagine di questo libro, non ha il sapore metallico del ferro, ma quello artefatto dello sciroppo di cioccolato che usò Hitchcock per Psyco.
Molto, molto più crudele, annichilente, violento, devastante è un romanzo breve, come Il buio fuori, rispetto a questa sequela infinita di morti ammazzati, teste mozzate, violenze su donne cadaveri o morenti, scorribande, attentati, fughe, trappole, uomini nudi o indiani alla carica vestiti da clown in un’atmosfera da giudizio universale, e appunto, deserti, deserti, deserti.
McCarty qui non può o non vuole trovare l’autenticità narrativa, e compone quello che a me sembra una triste caricatura di se stesso, dei suoi libri, del suo stile.

Decisamente patetico nell’uso paratattico dei verbi, legati dalla congiunzione “e” che ricorda l’Hemingway di Il vecchio e il mare, cioè il perggior Hemingway della storia, e un vero classico del Midcult americano.
I verbi usati al passato remoto o all’imperfetto, correlati dalla congiunzione “e”, hanno sempre un che di “bibbieggiante” (E Abramo andò sul monte e Dio gli disse bla bla. E Abramo scese dal monte e parlò al suo popolo e lo ammonì…).
McCarthy è un credente e io immagino abbia studiato la Bibbia a fondo, non a caso Montanari, che lo traduce in Italia, è un conoscitore dei Vangeli.
Anche Tolkien fu accusato di accennare troppo da vicino alla Bibbia con l’incipit del Silmarillion e di usare parole obsolete per definire una realtà storica passata.

In conclusione non Kitsch, ma davvero Midcult questo deludentissimo Merdiano di sangue, che per l’altezza da cui piomba fa un botto assordante.
Se il prestigioso Premio Amore al Riasciacquo avesse la categoria “delusione del decennio”, si sarebbero potute aprire le scommesse al botteghino.

Stanti così le cose il libro Meridiano di sangue, di Cormac McCarthy, ed. Einaudi, si candida al prestigioso premio Amore al Riasciacquo nelle Categorie:
Orchite e
Potemkin

Coltiviamo la città, di Massimo Acanfora, ed. Ponte alle Grazie. Seconda candidatura ufficiale per il prestigioso premio “Amore al Riasciacquo”


Una volta lessi una recensione che così diceva: “A che serve una recensione?”.

Le stesse parole si potrebbero applicare a questo libro, capitatomi tra le mani per la curiosità di approfondire la moda degli orti sul balcone, della città verde, dell’orto diffuso, ecc.
Eppur mi tocca, dato che questo libro è il secondo candidato ufficiale al prestigioso premio Amore al risciacquo, quindi devo pur dare motivazione della sua candidatura.

Da sempre mi interessa l’argomento dell’orto senza casa, l’orto comune, l’orto operaio, e come sapete, quello che chiamo giardino povero.
Non dico che mi aspettassi un’opera monumentale e quasi definitiva, come l’eccellente Voglia di campagna di Valerio Merlo, e neanche una esposizione lucida dei fatti, come il volume di Michela Pasquali sui “green guerrilas” di Manhattan o un testo documentario, come quello della Ligue du coin de terre et du foyer, ma certo vedere ridurre l’argomento ad una sequela di…di…di…di nullità, mi ha a dir poco annichilita.

Oltre la bella copertina con due bandelle graziose e vivacemente colorate, c’è proprio poco da dire.
Le illustrazioni in bianco e nero dell’interno non sono neanche passabili, più brutte e amorfe delle vecchie illustrazioni copy-free per visual di cui nei Novanta compravamo gli album per imparare a fare le pubblicità del pesce in scatola o del detersivo. Oggi c’è poca gente che sa lavorare bene a mano per la pubblicità, e ancor meno persone che lavorano bene il bianco e nero per la stampa sulla carta uso mano grezza (che però non è specificato se essere riciclata o meno).
La china è per molti una bestia nera.
Tra l’altro la differenza tra l’esterno lucido e vivace e l’interno in bianco e nero poco curato sarebbe troppo anche per una piccola casa editrice, figuriamoci per un marchio Salani.

Quello che sorprende è l’autorevolezza della casa editrice , Ponte alle Grazie con Altreconomia, che dovrebbe aver partecipato alla pubblicazione di un libro davvero innovativo Rose & Lavoro. Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori. Controllando su entrambi i testi i marchi sembrano differenti, e a questo punto non saprei più dire se l’editore è il medesimo.
Insomma, in un libro su cui si sono concentrati tre marchi editoriali si spererebbe di trovare qualcosa di buono.
Invece nisba.
Il testo di Massimo Acanfora non tratta neanche in minima parte di una economia nuova o “rinnovata” che possa vedere in una parziale autonomia alimentare un punto di svolta. A questo punto non si capisce che cosa ci stia a fare questo marchio.

Il volume non è neanche strutturato solidamente come un manuale per apprendisti, ma affronta gli argomenti tecnici in maniera non certo erronea, ma quantomeno superficiale e vaga, tale che risulti superflua per chi possieda già informazioni orticolturali e insufficiente per chi non le possiede. In definitiva un libro assolutamente inutile dal punto di vista delle nozioni di base. Tra l’altro tutti preferiamo un orto-giardino bello anziché un orto-giardino brutto. I consigli elargiti con tanta generosità non riescono a penetrare il difficile argomento della bellezza dell’orto, più complessa da ottenere su un balcone. Un orto funzionale sarà certamente bello, un orto brutto non sarà mai funzionale, poichè è dalla funzionalità che trae la sua bellezza. Il risultato dell’applicazione pedissequa dei consigli di Acanfora è difficile da immaginare se non come un’accozzaglia di vasi e vaschette, bottiglie di plastica, grigliati, bidoni.

Lo stile è da settimanale “facile”, con giochi di parole, battutine da far allegare i denti, richiami a contesti esterni al giardino solo per rendere la lettura familiare, cioè per far esclamare nella testa di chi lo legge “Ah, sì! Questo film l’ho visto, era bellissimo!”. E varie amenità. Qualche strafalcione qua e là a dimostrare che gli editor non sono gli evangelisti del Perfetto Italiano, e un po’ di scopiazzature tanto per allungare il brodetto.

A partire dalla quarta di copertina, con una frase copiata quasi di peso da un mio articolo, si fa fatica a non immaginare che altro materiale non sia stato attinto dalla rete e poi confezionato con opportuni interventi di editing.
Le citazioni delle fonti web sono tante, e questo è uno dei pochi pregi del libro, ma sono anche poco selettive, per quanto CdG sia citata due volte.

In conclusione Coltiviamo la città, di Massimo Acanfora, edizioni Ponte alle Grazie, si candida per il prestigioso premio Amore al Risciacquo nelle seguenti categorie:

Elettroencefalogramma piatto
Rocco Tarocco
Orchite
Green Guignol

Stiamo lavorando per voi

Arrivano numerosi i suggerimenti e le proposte per il prestigioso Premio Amore al Risciacquo. Stiamo valutandoli e la selezione delle categorie si sta riempiendo. Ricordiamo che l’indirizzo a cui mandare le segnalazioni è: gogolis@alice.it . Oppure si può usare il modulo dei contatti presente sul sito.

Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh, prima candidatura ufficiale del premio “Amore al risciacquo”

Una storia editoriale da sogno, tanto incredibile da sembrare un’invenzione, raccontata punto per punto sulla bandella di quarta: nel 2010 alla Fiera del Libro di Londra si scatena un’asta serratissima per avere i diritti per l’opera prima di una pedagogista americana; Garzanti si aggiudica la traduzione prima ancora che venga stabilito chi sarà a pubblicarlo in USA, ma solo a prezzo di una cifra da capogiro.

Il linguaggio segreto dei fiori è già un best seller prima della sua pubblicazione.

Tradotto in una trentina di lingue, pare che in due mesi abbia superato le 250.000 copie in tutto il mondo.
Presentato con quattro copertine, ognuna con un fiore (e quindi un significato) diverso, rivela un’abile strategia per fare in modo che ogni libreria, per quanto piccola, ne tenesse almeno quattro copie disponibili (tattica già peraltro messa in opera un bel po’ di anni fa da qualche Crichton o roba simile).

Le quattro copertine

Il linguaggio segreto dei fiori, seppur con tutta la sua potenza mediatica, non è stato neanche capace di dividere i lettori (come ad esempio ha fatto E il giardino creò l’uomo, di Jorn de Prècy): in rete commenti stanchi, anche quelli entusiasti sono così ingenui (senza alcuna connotazione positiva) da evidenziare la giovane età dei lettori e la loro scarsa familiarità con la letteratura.

Lo stile, opportunaMENTE privato di swifty e avverbi cattivi è quanto mai rappresentativo di una narrativa del tutto contemporanea, lineare e amorfa, senza palpiti di stile, creata a tavolino dalle case editrici e dal business del libro, di cui gli editor e i manuali di scrittura creativa sono gli evangelisti. Tale è infatti l’unica narrativa possibile oggi, una narrativa che non impegni ma commuova, che non faccia pensare e che racconti storie tristi dal finale felice. E lo stile che occorre per raccontarle è proprio questo: una piatta distesa di parole. Finisce così che anche chi legge abbastanza (ma solo romanzi o romanzetti) si convinca che questo libro è perfino “ben scritto”. Povera Geoge Eliot, che direbbe? Probabilmente nulla, in certi casi è meglio il silenzio.

Il contenuto tocca argomenti di grande rilievo umano e sociale, affrontati con totale superficialità, banalizzati fino al ridicolo, resi apatici stereotipi mille volte letti, visti, ascoltati. L’autrice non è riuscita a mettere a frutto neanche un’oncia della sua lunga esperienza con i bambini in affido. I personaggi non hanno alcuno spessore nè narrativo nè caratteriale, sono solo delle tracce editoriali su cui far procedere una narrazione ripetitiva e piatta che trova la sua ragione d’essere solo nel compimento del volume per la sua vendita.

Venendo poi all’argomento floricolo, non posso che essere assai scettica a riguardo. Basterebbe leggere l’incipit del mio articolo che riguarda la simbologia legata ai fiori per farsi un’idea di quanto nocivo sia appiccicare un significato “umano” alla natura. Non si potrebbe essere più chiari di Borchardt nel dire che questo tipo di sovrapposizione allontana moltissimo dalla vera essenza delle cose.

Il linguaggio dei fiori ha origini molto antiche, certo pre-vittoriane, e neanche europee, ma indiane o della zona dell’Asia Centrale. Per farsi un’idea si legga a riguardo la recensione al volume Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour, ed. Olschki presente su questo blog.

Eppure il linguaggio dei fiori ha avuto un gran successo tra i giovani, perlomeno negli scorsi anni, come testimonia la ricchezza di testi a riguardo. Si confronti il link di una ricerca su IBS con le parole ‘linguaggio+ fiori’ .
Il tema floreale è del tutto marginale ed è solo un espediente narrativo per dare un tocco di originalità al romanzo, tra l’altro del tutto poco credibile. Nel libro sembra che i fiori, ma solo alcuni specifici fiori, abbiano il potere di cambiare subitaneamente le vite delle persone per il semplice fatto di esistere.
Noi giardinieri sappiamo che è vero, ma che questo si applica indistintamente a tutti i fiori, le piante, gli alberi e tutte le creature che con essi hanno a che fare, e non certo solo a determinati fiori in determinati contesti.

Per noi la lavanda non significherà mai “sospetto”, nè le peonie “rabbia” (forse sì, quando arriva il tipico acquazzone primaverile e le straccia tutte). Nè rose rosse significano “amore” e quelle bianche “purezza”.

La protagonista, parlando con la voce della sua autrice, arriva addirittura a formulare un pensiero davanti al quale si rimane annichiliti e si spera che la casa editrice le elargirà un bonus extra per una serie di sedute presso un buon terapeuta.
Victoria (un nome scelto con molta cura, che rimanda direttamente alla Regina Vittoria e al ferreo rigore delle regole di corteggiamento articolate sotto il suo lungo regno, nonchè alla vittoria/riscatto finale e all’inevitabile happy end) concepisce un mondo in cui i fiori diventino medium, quindi espressione di un pensiero, un’emozione, una frase.
Sogna un mondo senza peonie perchè non vuole più rabbia attorno a sé, e persone che si regalino solo pervinche e rose rosse.
Rose gialle? Via dai giardini! Lavanda? Sciò! Viva le dalie, abbasso gli anemoni. I girasoli? Van Gogh doveva avere qualche rotella fuori posto per dipingerne tanti, e tanti ne dipinse che è chiaro (a Victoria e le sue adepte) perchè si suicidò senza un soldo in tasca.

Il fiore viene dunque confinato in uno status non già di di simbolo, ma di allegoria.
Il fiore perde completamente il suo valore storico e semiotico per assumere una valenza inconsapevole e casuale di artificio letterario di dubbia qualità.

Il linguaggio segreto dei fiori è quindi il primo candidato ufficiale per il prestigioso premio Amore al risciacquo nelle categorie “Potemkin” e “Green Guignol”.