Nel bel mezzo di un gelido inverno, “Rose d’autunno” di Enza Torrenti

Rose d'autunno, di Enza Torrenti, La Campanella Edizioni
I desideri sono desideri: quando li si prova sembrano unici e personalissimi, fino a scoprire che c’è un mucchio di persone che desidera esattamente le stesse cose: una casetta in campagna, un viaggio per un’isola sconosciuta, un pic-nic sul prato. Ci si sente molto stupidi, infine, a desiderare le stesse cose degli altri, è come venire a scoprire di non essere poi tanto speciali e insostituibili. Uno dei miei desideri di sempre –di certo condiviso dalla maggior parte di noi- è un autentico Natale vittoriano, con l’albero ben addobbato con palline e lumini, i bambini che giocano nella nursery, il gatto acciambellato davanti al fuoco, i giacinti forzati nella credenza del salotto, tè, biscotti, il punch caldo, qualcuno che suona una carola al pianoforte.
Il Natale arriva, ma poi delude sempre, gli auguri di pace e felicità si sprecano, ma il nuovo anno raramente ci porta buone notizie. L’inverno, poi, per noi mediterranei che viviamo in zona climatica quasi subtropicale, non ha quelle piacevolezze estetiche come la neve che imbianca le colline (ma non tanto da impedire la circolazione del traffico), il ghiaccio che forma stalattiti sulle grondaie (ma senza causare danni all’impianto di scolo), il vento che inviti a rimanere in casa davanti al camino (ma non tanto forte da far rientrare il fumo all’interno della canna, trasformando il salotto in una camera per l’affumicatura delle provole).

Uno dei miei desideri è un inverno con la neve e con piante tipiche della stagione. Non so se –a tal proposito- si potrebbe scegliere meglio delle rose da bacca. Le bacche delle rose fanno venire in mente i delicatissimi acquerelli di Marjiolein Bastin, soprattutto quando un uccellino ci si posa sopra per beccarle. Le bacche delle rose sono buone per farci la marmellata e gli sciroppi, e tante di quelle cose che stanno attorno al mondo del giardino e gravitano nella sfera della domesticità, del mondo familiare e di una volta, del tempo delle stufe a legna e dei dolcetti fritti in padella. Si possono portare in casa, recise, e mettere in un vaso di terracotta smaltata, sulla credenza della cucina, magari in compagnia di un rametto di mandorlo, di un fiore randagio.
Per ottenere le bacche, ovviamente, non va fatta l’ultima rimonda dopo la fioritura autunnale, ma va lasciata maturare la capsula dei semi. Le varietà più adatte sono le specie selvatiche, ma anche molte varietà ibride hanno bellissimi mazzetti di bacche che durano buona parte dell’inverno.
In provincia di Padova c’è un ottimo e famoso vivaio che delle rose da bacca ha fatto uno dei suoi punti di forza La Campanella

via Campanella 3, 35030 Cervarese S. Croce (PD)
Tel. 049 9910905 – Fax 049 9913042 – info@vivaiolacampanella.com

Una delle molte composizioni di rose autunnali realizzate da Enza Torrenti e illustrate nel volume

Il vivaio, molto noto in Italia, ha fatto un passo importante diventando anche casa editrice. Il primo libro pubblicato è quello di Enza Torrenti, Rose d’autunno. Fra notazioni botaniche e citazioni d’autore. Un volume di cui si sentiva davvero la mancanza, e di cui non se ne avrebbe mai abbastanza, che si legge e si rilegge in cerca di informazioni, dettagli, suggestioni, per capire se quella rosa che cerchiamo è la “nostra” rosa. I libri sulle rose non mancano in Italia, ma hanno il difetto di essere a)traduzioni da testi inglesi che necessariamente per questioni climatiche, non possono dare informazioni del tutto valide anche per l’Italia, b) libri spesso fotografici, tesi a sottolineare la bellezza e la suggestione del fiore piuttosto che le sue caratteristiche di coltivazione.
Questo volume, non grande ma nemmeno riduttivo, colma almeno in parte questa grave lacuna, descrivendo rosai che fioriscono in autunno. Esistono infatti rose ad unica fioritura primaverile, rosai a fioritura rada ma quasi continua, e rose che hanno una doppia fioritura, in primavera e in estate. E’ di quelle che fioriscono dopo la grande arsura dell’estate, principalmente rose orientali, che questo libro parla. Rose dal grande fascino, con colori spesso mutevoli e cangianti, che hanno delle forme così squisite che si prestano magnificamente ad essere osservate alla luce tenera e dorata del sole autunnale.
Questo libro è come quel dono di Natale che non avete mai ricevuto, quella carezza sognata, quella dolcezza per sè di cui non possiamo fare a meno, e che ci rende intensamente leggeri eppur dolorosi alcuni momenti del quotidiano.
La rosa, solo la rosa, creatura femminea vellutata e sensuale, che in sè riunisce castità e carnalità, è capace di rimandare entrambi gli opposti: la felicità e l’immensa desolazione del pensiero che questa felicità un giorno non esisterà più.
Voglio essere romantica, perché no, terribilmente romantica, perchè questo è un libro che seppur non indulgendo a smancerie e poetismi, fa diventare romantici, fa sognare.

Buon compleanno, Professore

Il Silmarillion
Ainulindalë, la Musica degli Ainur

Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilùvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, i Santi, rampolli del suo pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro,proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. A lungo cantarono soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme, mentre gli altri stavano ad ascoltare; che ciascuno di essi penetrava soltanto quella parte della mente di Ilùvatar da cui proveniva, e crescevano lentamente nella comprensione dei loro fratelli. Ma già solo ascoltando pervenivano a una comprensione più profonda, e s’accrescevano l’unisono e l’armonia.

E accadde che Ilùvatar convocò tutti gli Ainur ed espose loro un possente tema, svelando cose più grandi e più magnifiche di quante ne avesse fino a quel momento rivelate; e la gloria dell’inizio e lo splendore della conclusione lasciarono stupiti gli Ainur, sì che si inchinarono davanti a Ilùvatar e stettero in silenzio.

Allora Ilùvatar disse: «Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho accesi della Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell’adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artifici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del tatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta in canto ».

Allora la voce degli Ainur, quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole e organi, quasi con innumerevoli cori che cantassero con parole, prese a plasmare il tema di Ilùvatar in una grande musica; e si levò un suono di melodie infinitamente avvicendantisi, conteste in armonia, che trascendevano l’udibile in profondità e altezza, e i luoghi della dimora di Ilùvatar ne erano riempiti a traboccarne, e la musica e l’eco della musica si spandevano nel Vuoto, ed esso non era vacuo. Mai prima gli Ainur avevano prodotto una musica simile, benché sia stato detto che una ancora più grande sarà fatta al cospetto di Ilùvatar dai cori degli Ainur e dei Figli di Ilùvatar dopo la fine dei giorni. Allora i temi di Ilùvatar saranno eseguiti alla perfezione, assumendo Essere nel momento stesso in cui saranno emessi, che tutti allora avranno compreso appieno quale sia il suo intento nella singola parte, e ciascuno conoscerà la comprensione di ognuno, e Ilùvatar conferirà ai loro pensieri il fuoco segreto, poiché sarà assai compiaciuto.
Ora però Ilùvatar sedeva ad ascoltare, e a lungo gli parve che andasse bene, perché nella musica non erano pecche.

Ma, col progredire del tema, nel cuore di Melkor sorse l’idea di inserire trovate frutto della propria immaginazione, che non erano in accordo con il tema di Ilùvatar, ed egli con ciò intendeva accrescere la potenza e la gloria della parte assegnatagli. A Melkor tra gli Ainur erano state concesse le massime doti di potenza e conoscenza, ed egli partecipava di tutti i doni dei suoi fratelli.
Spesso se n’era andato da solo nei luoghi vuoti alla ricerca della Fiamma Imperitura, poiché grande era in lui il desiderio di porre in Essere cose sue proprie, e gli sembrava che Ilùvatar non tenesse da conto il Vuoto, e la vacuità di questo gli riusciva intollerabile. Ma il Fuoco non l’aveva trovato, poiché esso è con Ilùvatar. Standosene solo, aveva però preso a concepire pensieri suoi propri, diversi da quelli dei suoi fratelli. Alcuni di questi pensieri li contessè ora nella sua musica, e attorno a lui subito fu discordanza, e molti che vicino a lui cantavano si scoraggiarono, il loro pensiero fu deviato, la loro musica si fece incerta; altri però presero a intonare la propria a quella di Melkor, anziché al pensiero che avevano avuto all’inizio. Allora la dissonanza di Melkor si diffuse vieppiù, e le melodie che prima s’erano udite naufragarono in un mare di suoni turbolenti. Ma Ilùvatar continuò a sedere in ascolto, finché parve che attorno al suo trono infuriasse una tempesta come di nere acque che si muovessero
guerra a vicenda, in un’ira senza fine e implacabile. Poi Ilùvatar si alzò, e gli Ainur si avvidero che sorrideva; e Ilùvatar levò la mano sinistra, e un nuovo tema si iniziò frammezzo alla tempesta, simile e tuttavia dissimile dal precedente, e acquistò potenza e assunse nuova bellezza. Ma la dissonanza di Melkor aumentò in fragore, con esso contendendo, e ancora una volta s’ebbe una guerra di suoni più violenta della prima, finché molti degli Ainur ne restarono costernati e più non cantarono, e Melkor ebbe il sopravvento. Allora Ilùvatar tornò a levarsi, e gli Ainur s’avvidero che la sua espressione era severa; e Ilùvatar alzò la mano destra, ed ecco, un nuovo tema si levò di tra lo scompiglio, ed era dissimile dagli altri. Poiché sembrò dapprima morbido e dolce, una semplice increspatura di suoni lievi in delicate melodie; ma era impossibile soverchiarlo, e assunse potenza e profondità. E sembrò alla fine che vi fossero due musiche che procedevano contemporaneamente di fronte al seggio di Ilùvatar, ed erano affatto diverse. L’una era profonda e ampia e bella, epperò lenta e impregnata di un’incommensurabile tristezza, onde soprattutto ricavava bellezza. L’altra aveva ora acquisito una coerenza sua propria; ma era fragorosa, e vana, e ripetuta all’infinito; e aveva scarsa armonia, ma piuttosto un clamoroso unisono come di molte trombe che emettessero poche note. Ed essa tentava di sovrastare l’altra musica con la violenza della propria voce, ma si aveva l’impressione che le sue note anche le più trionfanti fossero sussunte da quella e integrate nella sua propria, solenne struttura.

Nel bel mezzo di questa contesa, mentre le aule di Ilùvatar oscillavano e un tremore si diffondeva nei silenzi ancora immoti, Ilùvatar si alzò una terza volta, e il suo volto era terribile a vedersi. Ed egli levò entrambe le mani e con un unico accordo, più profondo dell’Abisso, più alto del Firmamento, penetrante come la luce dell’occhio di Ilùvatar, la Musica cessò.

Arredare Country volume I, “Progetto Country”

L’uomo che sussurra alle vigne

Dramatis uvae

Barolo: Mozart gli dà alla testa
Verdicchio: abituato con Mozart sin dalla più tenera età, ne è un profondo estimatore
Pinot: balbuziente dopo una esperienza con Philip Glass
Mantonico: rude amante di Frank Zappa
Chianti: silenzioso, parlerà solo alla fine. Ascolta solo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e i rumori lontani della città.

Barolo: “Sciapete che coscia dicono adescio gli sienziati? Che scientendo la muscica di uno che sci chiamava Mozart noialtri sci dovrebbe fare un vino migliore e pure più abbondante. A me dà fasctidio, mi scento già ubriaco”
Verdicchio: “Ah, ma cosa dice! Lei, signor Barolo, mi sembra che non capisca nulla e che abbia superato ogni ragionevole tasso di fermentazione alcolica, probabilmente dovrebbe spostarsi in una botte più piccola! Mozart non è solo musica, ma è LA musica, la musica in assoluto, capisce? A me la fanno sentire tutto il giorno, non sento altro che quello (a dire il vero Verdicchio non ha mai sentito altro, ma non lo confessa, n.d.c.)”
Barolo: “Ma non è affatto vero che ho sciuperato la fermentassione, è quella muscica che mi dà alla testa! Non la sciopporto più…ma poi, dico io, perchè sci sciono intestarditi con questo Mozart?”
Verdicchio fa per rispondere, ma si intromette Mantonico
Mantonico: “Ma perchè non conoscono nient’altro, razza di idioti che non siete altro!”
Pinot: “Al-ltro che M-Mozart! Il mio p-p-padrone è un-un-un in-n-novatore. A m-me fa sentire u-u-uno che si chiam-m-ma Phil-lip Glass. S-solo che d-da quan-n-do l-lo sento m-mi è v-v-v-venuta la b-b-b bal- bal..”
Mantonico: “Balbuzie, idiota! Tu e il tuo padrone del menga! Certo che ti viene la balbuzie! hai mai provato a sentire Frank Zappa? Che razza di vino ci vuoi fare con quello lì? Con Frank Zappa fai dei chicchi grossi come cocomeri!”
Verdicchio: “Sì, certo, come cocomeri! ma acquosi e privi di sapore! Dovrebbe saperlo, lei, signor Mantonico che la quantità non è sinonimo di qualità!”
Mantonico: “Eeeeh, ma quante arie che ti dai, bello mio! te le ha insegnate il signor Mozart?”
Pinot: “S-scusi s-signor Mantonico, m-ma chi è questo Frank Z-zappa? ”
Barolo: “Ma scie lo scianno tutti che è il prescidente della Confagricoltori! E poi mi dicono che ho sciuperato il tasso alcolico, certe persone col Mozart sciotto il naso!”
Mantonico: “Ma sta’ zitto, tu, altro che tasso alcolico, a te quello sfrigolio di arpe e violini ti ha dato alla testa!”
Verdicchio: “Cafone! Con certa gente meglio non avere a che fare!”
Pinot: “N-non si il-lluda, signor V-verdicchio, l-le p-potrebbe capit-tare di finire nella s-s-stessa bottiglia c-con uno qual-lsiasi di noi…s-s-sa, oggi i v-vini si taglia-no tutti… (poi, dopo una pausa) …aaaaaah, mi fis-schia un orecch-cchio…sento gli accordi di Einstein on the Beach…”
Mantonico: “Certo, bellezza, pure a me fischierebbero le orecchie con quella robaccia là”
Chianti (quasi tra sè e sè): “Mah, che parlano a fare? Tanto finiremo tutti nella stessa cassetta di plastica, raccolti da un indiano che sente musica di Bollywood con l’i-pod…”

Malattie delle alberature in ambiente urbano

Ancora una comunicazione dal CNR che vi passo prontamente.

Malattie delle alberature in ambiente urbano
Il verde urbano rappresenta una risorsa di inestimabile valore per la collettività, risultando spesso il luogo di incontro tra natura ed arte e preziosa testimonianza di epoche e culture diverse, di innovazioni progettuali, di tecniche di coltivazione, di introduzione ed acclimatazione di nuove specie. La vegetazione arborea in ambiente urbano si è modellata in una relazione funzionale con le richieste della popolazione e con le necessità dette amministrazioni locali. Negli ultimi anni il verde urbano è purtroppo esposto ad un’aggressione sempre più intensa da parte di fattori abiotici e biotici, che spesso superano il potenziale ecologico dell’albero. Oltre alle alberature e parchi cittadini, in Italia riveste un’importanza consistente il patrimonio culturale di parchi, viali e giardini storici, spesso ormai inglobati nel verde urbano, che dimostrano al mondo la storia del territorio, la bellezza, la fantasia compositiva e la grande variabilità vegetazionale. La conservazione, manutenzione e gestione di tali realtà sono molto complesse, onerose e dipendenti da numerosi fattori. Per questo l’Istituto per la Protezione delle Piante (IPP) del C.N.R. ha ritenuto opportuno presentare il volume “Malattie delle Alberature in ambiente urbano”, in modo che la conoscenza delle malattie e dei loro agenti permetta di prendere decisioni e rimedi prima o alla comparsa della malattia stessa per la corretta prevenzione e per la più idonea lotta. Questa pubblicazione è stata resa possibile dal lavoro di ricerca effettuato nell’ambito del Progetto Finalizzato CNR Beni Culturali, Unità Operativa del SP5 “Analisi e protezione della componente vegetale del giardino storico “. II manuale si articola in schede riferite a 54 specie arboree che trovano impiego ornamentale nel tessuto urbano e prende in considerazione aspetti di patologia vegetale legati a funghi, batteri, virus e virus-simili. Ciascuna scheda riporta una sintetica notazione sulla adattabilità alle condizioni pedo-climatiche dell’arborea considerata e delle sue varietà ornamentali di più diffuso impiego. Le schede hanno diversa ampiezza, come testo e annessa documentazione fotografica, in relazione alla casistica fitopatologica espressa dalle singole ornamentali elencate. I destinatari del manuale possono essere docenti e studenti, privati, tecnici delle pubbliche Amministrazioni e delle Ditte private, cioè coloro che operano, a diverso titolo, nel comparto del verde ornamentale e si trovano spesso a confrontarsi con le numerose problematiche fitosanitarie che attengono al settore. Nella elencazione delle problematiche fitosanitarie viene, deliberatamente, riservato ampio spazio ed adeguato risalto iconografico agli agenti di carie legnosa. Con rare eccezioni le arboree passate in rassegna subiscono spesso l’aggressività di molteplici agenti di carie. Peraltro le condizioni di stress in cui sono permanentemente costrette a vivere le piante inurbate esaltano la loro suscettibilità verso i funghi cariogeni. Dai loro sviluppi (così come da quelli di altri agenti di disfacimenti radicali) possono derivare reali pericoli per l’incolumità pubblica. L’insistenza, con cui vengono riportati elementi di morfologia dei carpofori delle Poliporacee e Agaricacee che si candidano ad agenti di carie e con la quale viene proposta la loro immagine fotografica, risponde all’esigenza di agevolare gli arboricoltori pubblici. Nelle singole schede sono trattate separatamente le malattie fungine rilevabili sull’apparato fogliare, quelle a carico degli organi legnosi epigei (rami, branche e fusto), quelle confinate all’apparato radicale e al colletto.

170 x 240 mm, 215 pagine a colori

Il libro edito e venduto direttamente dall’Istituto Protezione Piante del CNR viene offerto ai lettori a prezzo scontato del 50%: 20€ anziché 40€.
Per informazioni sull’acquisto, modalità di pagamento e spedizione contattare Giovanni Torraca IPP-CNR
g.torraca@ipp.cnr.it

Il cipresso, dalla leggenda al futuro

Ricevo questa notifica dal Centro Nazionale Ricerche (CNR) e la pubblico con entusiasmo.

Il cipresso. Dalla leggenda al futuro
Il cipresso è l’albero simbolo della civiltà mediterranea, ha accompagnato nei secoli l’evoluzione dei popoli, racchiudendo in sé l’essenza di queste terre, delle religioni, della storia e dell’arte della gente mediterranea. Rappresenta non solo l’albero del passato ma soprattutto l’albero del futuro per i paesi del Mediterraneo, soggetti a significativi cambiamenti climatici, alla progressione della desertificazione e martoriati da frequenti incendi. Occorre inoltre ricordare le numerose funzioni economiche ed ecologiche del cipresso: produzione di legno di ottima qualità e di oli essenziali, protezione di colture di pregio dall’azione del vento, protezione del suolo dall’erosione e dagli incendi. Il cipresso è anche una specie arborea pioniera, che bene si adatta a terreni sassosi, argillosi, calcarei, esposti a temperature elevate e ad aridità estiva prolungata, autoctona nei paesi orientali del Mediterraneo e naturalizzata in tutto il Mediterraneo occidentale. Il libro riporta le conoscenze finora acquisite dall’Istituto Protezione Piante del Consiglio Nazionale delle Ricerche con un’attività trentennale di ricerca programmata a livello europeo, che ha dato risultati significativi nella tassonomia, nella biologia, crescita e sviluppo, nella scelta del materiale di riproduzione per le varie funzioni del cipresso, soprattutto in relazione alla resistenza al cancro, alle malattie ed al loro controllo, alle infestazioni di insetti, alla produzione di legname ed alla qualità del legno. Nel libro vengono trattati anche aspetti che dimostrano l’inserimento del cipresso nella storia, nella religione e nell’arte. Particolare enfasi è data al cipresso come pianta principe nel paesaggio mediterraneo, al suo ruolo nel giardino storico, al suo impiego nei viali “odorati” e monumentali ed alla sua importanza come piante singola monumentale nel bacino mediterraneo. Una descrizione delle proprietà medicinali e fitoterapeutiche illustra l’importanza del cipresso nella medicina tradizionale e nell’industria della cosmesi. Veramente esaustiva è la trattazione dell’allergia data dal polline di cipresso. Per tutte le motivazioni indicate il libro rappresenta un’opera esclusiva e completa sul cipresso, utile per il ricercatore ed il tecnico del settore, ma anche una lettura piacevole e stimolante per l’utente e per l’amatore.
210x 297 mm, 456 pagine a colori

Il libro edito e venduto direttamente dall’Istituto Protezione Piante del CNR viene offerto ai lettori a prezzo scontato del 50%: 40€ anziché 80€.
Per informazioni sull’acquisto, modalità di pagamento e spedizione contattare Giovanni Torraca IPP-CNR tel. 055-5225661, g.torraca@ipp.cnr.it

Tristissimi giardini

Non c’è niente da fare, con certi libri non si può lottare. Ho fatto quest’ora per finire Tristissimi giardini, e non ho sonno per niente.
Il libro mi ha annullata, cancellata come una sabbiatrice scrosta la vecchia vernice, m’ha lasciata impotente, la testa che gira a vuoto.
Una recensione? per dirla con parole non disprezzate dall’autore, non è cazzo mio.

Buttiamo giù appena qualche impressione a caldo.
Sin dalla prima frase si avverte una spigolosità della scrittura, che rallenta la lettura e costringe a tornare più volte sullo stesso periodo. Ma una volta trovato il ritmo si procede, anche sulle frasi a volte lunghissime, più vicine al linguaggio del pensiero che a quello della saggistica.
Non sapevo bene a che pensavo quando l’ho comprato: ho capito subito che non era una trattazione legata esclusivamente al tema dei giardini, ma che era una descrizione del Nord-Est. Boh, dicevo, ne parlano tutti così male, soprattutto quando si tratta di giardini, che forse questo ne parlerà bene. Sarà un po’ come il Kansas di Prateria.
In effetti il libro mi ha molto ricordato Prateria, perchè è o aspira ad esserlo, una mappa in profondità.

A pagina 8 ho dovuto mandare un messaggio ad Alessandro, a pagina 11 telefonargli.

Ad ogni frase saltavo su dalla poltrona e più volte ho dovuto rileggere per confermare quanto i miei sensi stavano acquisendo: ma ho letto giusto? ha scritto proprio questo?
In un mondo in cui la comunicazione è diventata forma, nel senso peggiore del termine, in cui questa forma è patinata e levigata come le modelle di Dior ritoccate con strumento toppa a Photoshop, una prosa caustica e provocatoria è un bene rarissimo, un regalo dell’Alto dei Cieli. E’ come una zappa che lavora la terra, è lavoro della mente, è raggionare.
Sorge spontaneo un impeto di ringraziamento all’autore, che vende, ma almeno vende idee genuine, rrrobba bbuona, rrrobba frisca.
Che potenza di ironia, il Witz tedesco, l’arguzia, la capacità di afferrare il lettore e sostenerlo a braccia per portarlo con sè, anche quando è riluttante.
Una scrittura leggera quando deve essere leggera, dolorosa quando deve essere dolorosa. Un libro attraverso cui si intravede un carattere irascibile e lunatico, ma chi l’ha detto che chi scrive saggistica debba essere per forza saggio e soprattutto, sereno, anche ad una certa età?

Non spiegarmi le cose, fammele vedere, ti crederò più facilmente: è questo che fa Trevisan, inquadrando il Veneto partendo dalla lingua e dal territorio. Una descrizione impietosa, agghiacciante, raggelante, che fa passare la voglia di emigrare anche ad una meridionale disoccupata.
Tra vistosi calci nel sedere ai cliché della cultura veneta (Rigoni-Stern, Palladio, Scapin, Menghello) e della sua società (gli extracomunitari, la periferia, i rapporti di vicinato), una polemica teatrale con Paolini, la sfacciata dimostrazione del pensiero acritico e strumentale della politica che fa (o meglio non fa) cultura, l’autore trova lo spazio per raccontare il suo rapporto personale con la città, il giardino della madre, la sua moto, la lingua italiana e dialettale, la filosofia, i fantasmi del suo passato.

Un libro decisivo.

Piante da ferrovia

Chi non conosce le piante da ferrovia e gli orti ferroviari, i giardinetti delle stazioni? Ognuno di noi ha un suo specifico ricordo legato a un piccolo quadrato di terra a ridosso dei binari, coltivato a pomodori o melanzane, o ai giardinetti delle stazioni che ancora negli Anni Settanta non erano caduti in disuso, in cui magari si poteva trovare, come a Siderno, una vasca coi pesci rossi.
Fu il Fascismo a dare i natali a questa operazione di abbellimento delle stazioni, e l’uso di coltivare fiori e ortaggi lungo le ferrovie d’Italia non è mai cessato anche se da molti anni è venuto a diminuire.

Ma una cosa è una pianta coltivata, un conto è la flora spontanea che vive lungo la strada ferrata. Negli anni ’80 Ernesto Schick pubblicò un libro dal titolo Flora ferroviaria: ovvero la rivincita della natura sull’uomo. In questo mese ne è prevista la riedizione per i tipi Florette (una casa editrice a me francamente sconosciuta), di Chiasso.
Io ho già mandato la mia libraia in missione, consiglio di fare altrettanto.
Sul sito di Chiasso Letteraria trovate molte altre informazioni

Campo di moree a ridosso della ferrovia sulla spiaggia del litorale basso ionico (mai dirò il nome del paese). Zona USDA 9b

Garden of Eden, a cura di H. Walter Lach

Gli erbari e le raccolte di florilegi non sono rari, ma costano veramente tanto. Taschen pubblica una raccolta di 100 capolavori dell’illustrazione botanica ad un prezzo accessibilissimo, appena 20 euro per seicento pagine di tavole disegnate dai più grandi plant-hunters e botanici dall’epoca bizantina agli anni più recenti, fino a contemplare alcune fotografie.
L’opera è stata scritta sotto gli auspici della Österreichische Nationalbibliothek ed è presentata in tre lingue, il tedesco, il francese e l’inglese.
Questa cospicua raccolta si configura come un vero e proprio viaggio nell’illustrazione botanica. Considerando che il volume più significativo in proposito è quello di Wilfrid Blunt (che su Amazon.com raggiunge l’inspiegabile prezzo di 130 dollari – e che io ho preso a 10) che è un volumetto piccolo con scarse illustrazioni di cui molte in bianco e nero, questo volume sembra una vera vendetta per chi ha sempre sognato uno di quei bellissimi erbari senza poterli avvicinare per via dei prezzi.

Alcune delle illustrazioni sono molto famose, come quelle del Codex Amiciae Julianae (con scritte in greco e in arabo) o quelle di Pierre Joseph Redoutè che sono diventare un simbolo della Restaurazione dopo le guerre napoleoniche; altre sono meno famose, ma egualmente sorprendenti.
E’ un dato di fatto che il computer non è riuscito ad invadere questo campo con i suoi vettori e i suoi filtri. L’illustrazione botanica rimane territorio di ciò che è squisitamente manuale, artigianale, di ciò che è mestiere sublimato dall’arte. Per fare una buona illustrazione botanica non è solo necessaria una grande competenza tecnica ( anzi, forse quella meno di altro), ma è indispensabile saper comporre la tavola, individuare gli elementi suscettibili di discriminazione tassonomica, e trascurare pure quelli irrilevanti. Un bravo illustratore botanica disegnerà spesso, oltre al fiore, i frutti, le radici, gli organi sessuali, i semi, le capsule portasemi. Tutto questo composto in pagina con gusto, levità ed eleganza.
Complessivamente, questo libro è un modo per programmarsi le sorprese: una pagina dopo l’altra gli occhi vi diventeranno grandi come piattini da caffè.

Sfogliandolo si rivive il gusto e il cambiamento delle tecniche di illustrazione scientifica. Dai disegni più semplici delle piante officinali degli antichi erbolari, alle raccolte di tutta la flora indigena in xilografia, come quella di Pier Andrea Mattioli, ai disegni a colori, a tempera o acquerello, tecnica che è da sempre legata all’illustrazione botanica.
Uno degli ultimi disegni, datato 1986, nel momento in cui le fotografie avevano soppiantato il lavoro dell’illustratore botanico, che rimaneva come lato “artistico” di una attività che prima era scientifica, sembra quasi destinata ad un racconto di fate, e risente molto dell’influenza di Brian Froud. Siamo negli anni ’80, all’illustrazione botanica era richiesta ancora la scientificità e la precisione della descrizione, ma la seriosità per molti era diventata opzionale. E naturalmente è giusto che sia così, perchè le arti seguono e stimolano l’evoluzione dei mezzi con cui si esprimono.
Un gran bel libro, se siete appassionati di illustrazione botanica non potete non comprarlo.
Cliccate qui per aprire la pagina del sito Taschen dedicata al volume

Nel reticolo: Maclura pomifera

Maclura pomifera, illustrazione di C. K. Schneid

In Prateria, William Least Heat-Moon scrive circa undici pagine sulla Maclura pomifera, che qui da noi è considerata al più una curiosità botanica. Nelle sue peregrinazioni, Least Heat-Moon desiderava procurarsi un bastone fatto di legno di Maclura, e da tempo cercava un ramo che si prestasse a quell’uso: “lungo un metro e spesso un pollice” (strana commistione di diverse unità di misura).
Cercando un ramo di quella lunghezza e di quello spessore, Least Heat-Moon finisce per esplorare i confini della contea, “finendo, per così dire, nella mente di Thomas Jefferson” e trovando anche un orologio che sfruttava la corrente galvanica data dall’acido della Maclura.

In Kansas la pianta di Maclura viene detta anche “siepe”, un po’ come da noi i fichi d’india sono detti “sipale”. Ma il nome più comune è “arancio Osage” dal nome della tribù che lì viveva prima che i caucasici la sterminassero.
Il frutto della Maclura è commestibile, ma non è buono, tanto che anche gli indiani Osage lo snobbavano. Dire di una persona che vale meno di una “palla di siepe” è dire che è totalmente inutile.
La Maclura è arrivata nella Chase County poco dopo la Guerra Civile, con i primi pionieri fermamente intenzionati ad evitare che i loro campi agricoli fossero brucati dal bestiame (ancora il conflitto pastori-contadini). Per recintare ottanta acri di campo occorreva un gallone di semi di Maclura.

“I primi pionieri non avevano né il tempo né i soldi per costruire muretti con le pur numerose pietre dei campi (pochi posti oltre alla Chase County hanno pietre così ben squadrate che sembrano fatte apposta per costruire muretti), né potevano contare sul legname perché gli alberi del fondovalle erano sufficienti solo per la legna da ardere e per costruire le case e i granai: recintare quaranta acri di frumento con uno steccato era impensabile. Il filo di ferro, a quei tempi non spinato era un materiale così inaffidabile – cedevole in certi punti e fragile in altri- che il caldo, il freddo, o una mucca caparbia potevano romperlo facilmente. I pionieri, come dimostravano le numerose lettere ai giornali, erano convinte che la civiltà non seguisse il bestiame lasciato libero al pascolo, bensì l’aratro a versorio, e che dovesse essere per forza preceduta da un buon recinto. Prima o poi, per delimitare la terra, per appropriarsene, per strapparla agli Indiani, per reclamarne il diritto di proprietà e per renderla produttiva, la recinzione era non meno necessaria dell’aratro. Ben prima che lo dicesse Robert Frost, i pionieri credevano che soltanto i selvaggi si opponessero alle recinzioni – dimora del diavolo secondo i cristiani-. E credevano pure che i recinti non favorissero solo un buon vicinato ma anche il progresso della comunità. E sapevano che i recinti separavano animali e colture ma univano la gente in un vincolo utilitario. Una terra ricca ma impossibile da recintare per mancanza di materiali, era sempre l’ultima ed essere rivendicata, e i contadini impararono presto che il rapporto tra recinti e profitti era diretto: si raccoglieva solo ciò che si poteva proteggere, e un aratro senza recinto era come un martello senza chiodi o un fucile senza pallottole.

I contadini dell’Illinois centrale, che furono i primi a praticare l’agricoltura in un territorio vasto e fertile ma quasi privo di alberi e pietre, dopo aver tentato invano di recintare la terra con muretti di zolle d’erba o con fossi ad alzaia, tornarono all’idea delle siepi dei loro avi inglesi: ma per usare le siepi avevano bisogno di una pianta che, oltre ad avere la capacità di resistere al clima capriccioso della prateria, fosse tanto compatta da essere a prova di maiale, tanto alta da essere a prova di cavallo, e tanto robusta da essere a prova di toro. Essi tentarono col salice, col noce nero, col pioppo, con la robinia, col gelso, col ligustro, con l’uva spina, col rovo, col melo selvatico, con la thuja e con parecchi tipi di rose, ma sempre con scarso successo. Nel 1839 il professor Jonathan Turner di Jacksonville, Illinois – un predicatore dall’animo mistico e scientifico al contempo – affermò che il Creatore non poteva avere commesso l’evidente errore di creare le praterie senza un materiale per cintarle e cominciò a fare esperimenti con una pianta originaria della regione compresa tra i tratti intermedi dell’Arkansas River e del Red River. Nel 1847 Turner cominciò a propagare e vendere quella pianta, fino ad allora nota come il miglior legno da archi del Nord America – e forse di tutto l’emisfero boreale-, un albero che i cacciatori francesi di pellicce chiamavano bois d’arc e che tuttora alcuni abitanti delle Ozark Hills chiamano bodark o, rovesciando i due termini bowdark o bow wood (legno per archi); ma oggi i nomi legati alle recinzioni hanno generalmente sostituito quelli antichi derivati dagli archi indiani. Per una sorta di strana combinazione quell’albero, mentre forniva archi e bastoni che aiutavano gli Indiani a difendere il territorio, consentiva anche ai pionieri bianchi di recintare la terra. Il professor Turner propose di chiamare la Maclura siepe della prateria e disse: – È la nostra pianta, Dio l’ha fatta per noi e noi la chiameremo col nome dell’ «oceano verde» che è la nostra casa.

Meriwether Lewis la descrisse per la prima volta con il nome di «melo Osage» in una lettera del 1804 indirizzata aThomas Jefferson, cui allegò alcune talee prese da un albero del vivaio di St Louiscurato da Pierre Chouteau, un famosissimo bianco dedito al commercio con gli Indiani che cinque anni prima aveva piantato i semi della Maclura comprati da un indiano Osage venuto da una zona distante trecento miglia. Oggi abbiamo fondati motivi per credere che molti degli aranci Osage diffusi nel nord-est degli Stati Uniti discendano dal vivaio di Chouteau, a quel tempo meta di molti viaggiatori: John Bradbury e Thomas Nuttal, ad esempio, lo descrissero nei loro diari. In un messaggio rivolto al Congresso due anni dopo la lettera di Lewis, Jefferson accennò alla possibilità di usare quella siepe per cintare la terra. Poiché la suddivisione del territorio in contee – il grande reticolo americano, espressione tipica del razionalismo settecentesco – era un parto della sua mente, Jefferson aveva compreso quale importanza poteva avere l’arancio Osage nel rafforzare il dominio agricolo e poilitico dei bianchi, e nell’estenderlo alle regioni dell’America situate a ponente degli Appalachi.

Dopo aver letto i rapporti della spedizione di Lewis e Clark, Jefferson si rese conto che nelle pianure il suo sistema territoriale aveva bisogno di una pianta come la Maclura, cioè di una pianta che fosse l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge.

Thomas Nuttal, il cosiddetto padre della botanica americana, descrisse la pianta nel 1811 e la chiamò con il nome del suo ricco amico William Maclure, un geologo filantropo che visse per un certo tempo a New Harmony, Indiana, culla della scienza nel West e sede della Geological Survey, l’ente governativo deputato al frazionamento territoriale. Gli anelli della catena che lega la Maclura a William Maclure e alle contee di Thomas Jefferson mi sembrano largamente casuali, ma le strette interconnessioni tra gli archi Osage e la suddivisione territoriale derivano dalla natura stessa dell’albero.

La Maclura pomifera è un monotipo, vale a dire che in tutto il mondo è l’unico membro del proprio genere; però nell’era preglaciale molte specie le erano affini. Come abbiamo già visto nel caso della radice del pane, anche qui i nomi comparativi in lingua volgare sono forvianti perché la Maclura non è un arancione un melo (talvolta chiamato melo dei cavalli), ma è un piuttosto lontano parente dell’albero del pane e del gelso. (Nel XIX secolo durante i tentativi di impiantare l’allevamento del baco da seta nel Kansas orientale, i contadini diedero ai bruchi la foglie della Maclura ma ottennero una seta di qualità scadente). Mentre le foglie somigliano a quelle dell’arancio, il frutto, così affascinante per chi lo vede la prima volta o per un bimbo che voglia giocare con una palla, è grande come un pompelmo e quando è maturo ha un colore intermedio tra il limone e la limetta. Ma il legno interno del tronco ha uno stupendo color ocra screziato dal quale deriva un altro nome della pianta, legno giallo. Pare che le palle da siepe scaccino gli insetti (a tal fine si mettono in cantina e in cucina), ma le quaglie, gli scoiattoli e i topi di bosco ne mangiano il nocciolo dopo averne bucato la spessa polpa intrisa di una linfa lattea e resinosa. Durante la grande spedizione del 1819-20 nei territori del West guidata da Stephen Long, il botanico Edwin James scrisse della linfa: «Eravamo tentati di mettercela sulla pelle dove formava una vernice sottile e flessibile che ci dava, pensavamo, una certa protezione contro le zecche». Nel 1828 Timothy Flint, probabilmente per spiegare l’effetto repellente della linfa, disse del frutto: «All’aspetto è molto attraente, ma al gusto è la mela di Sodoma». Insomma, dire che una palla di siepe è inutile significa ignorare che serve a segnare il tempo, a sfamare gli animali selvatici, a scacciare gli scarafaggi e a proteggere dalla febbre causata dalle zecche, per non parlare del seme che produce un albero insuperabile per costruire gli archi e per realizzare la suddivisione territoriale ideata da Jefferson. Ma in quanto a palla da gioco, anch’io sono d’accordo che la mela da siepe non vale una cicca come il vecchio Jack Tal dei Tali.

Il legno della Maclura che gli uomini hanno ammirato per migliaia di anni, e fra i più pesanti d’America: un metro cubo allo stato naturale pesa più della metà di un metro cubo di calcare, ed è quasi altrettanto duro perché smussa rapidamente le punte da tornio e le lame da sega; inoltre, pur essendo prodigiosamente flessibile, è due volte e mezzo più resistente del legno di quercia: un arco di arancio Osage, fatto con una pianticella ben stagionata e flesso con un tendine di bufalo, può scagliare una freccia di corniolo con tanta forza da farla penetrare in un bisonte fino alle penne, e tutt’oggi alcuni arcieri considerano il suo legno superiore al celeberrimo tasso usato per gli archi inglesi. Nel 1811 John Bradbury, incoraggiato da Jefferson, fece un viaggio di esplorazione lungo il Missouri River e disse che il prezzo di un arco di Maclura era elevatissimo poiché ammontava ad un arco e ad una coperta.

I bianchi erano disinteressati agli archi, ma coi tronchi sufficientemente dritti degli aranci Osage facevano gli assali dei carri, i mozzi delle ruote, le pulegge, i manici degli attrezzi, i pali del telegrafo, gli isolatori, i manganelli e le traversine ferroviarie: un esperimento della Pennsylvania Railroad dimostrò che le traversine di quercia, castagno e catalpa marcivano in due anni, mentre quelle di Maclura dopo venticinque anni erano ancora sane e sembravano praticamente nuove. La Maclura servi anche a costruire la chiglia e le centine di almeno un battello a vapore e il primo vagone-mensa del mondo. Il legno dell’arancio Osage, pur così duro, resistente agli insetti e imputrescibile da servire in certi casi a pavimentare le strade in blocchetti gialli, è tanto morbido ed elastico che i rabdomanti ne usano i rami a forcella per cercare l’acqua. Grazie al suo potenziale calorico, i contadini hanno insegnato ai pionieri a usare il legno e le sue radici poco profonde, arancioni come una carota lavata, per preparare certe tinture con cui ancora all’inizio del secolo si coloravano le divise grigioverdi dell’esercito.

Ma per un certo periodo l’arancio Osage è stato molto utile agli agricoltori americani insediatisi fra il Wabash River e il 100° meridiano grazie ad un’altra caratteristica, e precisamente grazie alle spine. Non tozze e uncinate come quelle delle rose né lunghe e micidiali come quelle della robinia – che dopo la puntura fanno male per ore-, le spine dell’arancio Osage, pur modeste, sono abbastanza lunghe e robuste da respingere sia gli uomini che gli animali senza danneggiarli (a parte i topi catturati e infilzati sulle spine dall’averla maggiore Una volta mi sono imbattuto in una piccola Maclura ornata di minuscoli teschi di roditori: sembrava il territorio segnato da una tribù di omuncoli cannibali). Se le spine dell’arancio Osage sono strumenti perfetti, è quasi perfetta anche la sua capacità di adattarsi al clima e al terreno della prateria, di crescere da semi o pianticelle economicissime e di resistere agli insetti. La pianta, una volta che abbia messo radice, reagisce alla potatura infoltendo i contorti rami laterali e crescendo in altezza di oltre un metro l’anno. I tronchi più grossi servono a fare pali o legna da ardere. I contadini dicono che i pali di cedro, di catalpa, di robinia, e di albero del caffè, usati per i recinti di filo spinato, durano una vita, ma che i pali di Maclura possono durare due vite. E dicono pure che un tempo i cowboy, certi della longevità di quel legno, nascondevano ogni anno una bottiglia di whiskey – indispensabile nelle lunghe notti della prateria – dentro il buco di un palo malfermo di arancio Osage.
Poiché la Chase County si trova a nord della zona originaria della Maclura, in tempi preistorici queste colline ne erano prive, ma oggi, soprattutto sulle alture sudoccidentali, la prateria è disseminata da lunghe e scure file di siepi. Ogni tanto questi alberi costeggiano le strade ombreggiandole – uno stupendo regalo per chi ci cammina in luglio-, in altri casi formano un segno netto nel verde, simile alla firma minuta di un contadino defunto che , apposta in calce ai suoi campi, ne rivela ancora i confini. L’arancio Osage, importato nella contea dopo il 1870, decretò la fine dei muretti di pietra e delle annose dispute fra contadini e allevatori di bestiame sfociate negli incentivi alla recinzione e nelle leggi sul bestiame: gli incentivi consistevano in sovvenzioni di 128 dollari per ogni miglio di recinto a siepe, e le leggi consistevano nelle disposizioni che imponevano agli allevatori l’obbligo di contenere il bestiame. Occorsero però molto tempo e molte azioni legali prima che gli abitanti del Kansas si decidessero a seguire l’esempio dell’Inghilterra dove non erano i contadini a dover proteggere le colture bensì gli allevatori a dover cintare gli animali. Tuttavia la Chase County non adottò mai una legge sul bestiame, e di conseguenza i contadini furono quasi sempre costretti a proteggere i campi; ma con l’andar del tempo alcuni allevatori progressisti compresero che un robusto recinto proteggeva il bestiame sia dagli incroci indesiderati con tori randagi di altra razza, sia dagli animali portatori della febbre del Texas causata dalle zecche.

Le file di siepi tuttora esistenti non sono soltanto il risultato dell’antica battaglia fra coltivatori e allevatori di bestiame. I diari scritti dai primi uomini che avevano esplorato la prateria e le grandi pianure indussero i pionieri a pensare che quelle terre fossero prive di alberi proprio perché non avevano alberi: infatti i bianchi, consapevoli della notevole umidità prodotta da un boschetto per traspirazione, immaginarono che un aumento di alberi avrebbe favorito le precipitazioni aumentando l’umidità (senza pensare minimamente all’assorbimento e alla dispersione del vapor acqueo dovuta ai venti quasi costanti). Di conseguenza la gente si convinse che le siepi di aranci Osage avrebbero portato la pioggia. Dei quattro fattori essenziali alla crescita del seme – sole, terra, acqua, protezione – due erano garantiti dalla terra e gli altri due potevano essere garantiti dalle siepi di Maclura, che peraltro servivano anche da barriera antivento. Queste idee si rafforzarono perché, dopo l’insediamento dei primi pionieri nel Kansas orientale, la media delle precipitazioni aumentò con una certa frequenza. Il primo storico della Chase County, H. L. Hunt, elogiando l’agricoltura bianca che aveva reso fertili quelle inutili vastità desolate scrisse: «Dal tempo dei primi insediamenti la nostra contea ha subito un deciso cambiamento climatico provato dalle dichiarazioni unanimi dei vecchi pionieri: costoro infatti dicono che , appena arrivati qui, non potevano coltivare le patate senza coprire la terra con qualche materiale protettivo che mantenesse l’umidità , e che il mais cresceva con mote difficoltà». Quei coloni, nuovi della regione, avevano pensato che la grande siccità del 1860 fosse una cosa normale anziché una breve pausa del più vasto ciclo pluviale.
Le siepi della Chase hanno ormai più di un secolo, ma non servono più a recintare i campi: queste strisce alberate, non potate da anni e quindi alte dodici metri e piene di buchi (spesso dovuti agli alberi tagliati per fare i pali del filo spinato), non recingono più nulla, ma sono preziose come barriere antivento e come rifugio degli animali selvatici. Oggi gli agricoltori le maledicono perché, cresciute a dismisura anche per la ragione che più nessuno ne taglia le radici, fanno ombra alle colture e assorbono l’acqua fino a otto metri all’interno del campo inaridendo due acri di terra per miglio di siepe, mentre i cowboy si lamentano che nei pomeriggi d’estate il bestiame smette di pascolare e si ripara all’ombra delle siepi dove l’erba è scarsa. Una volta Slim Pinkston mi ha detto: – Per allontanare un bue accaldato dall’ombra delle siepi, dove non mangia né ingrassa, bisogna fare i salti mortali.

Nei primi tempi la siepe richiede molte cure. Per ottenere un recinto efficiente ci vuole molta fatica, e occorrono cinque anni prima che una siepe sia cresciuta abbastanza per trattenere il bestiame. La fila di pianticelle alte trenta centimetri che ho piantato anni fa in Missouri, malgrado le mie assidue cure, non è ancora in grado di fermare un infante. Le piante giovani patiscono la siccità, il fuoco, il bestiame e i roditori come il vitello. E’ una siepe che debba fungere da barriera va compattata continuamente e potata una volta all’anno anche quando è già grande.

All’inizio nella prateria le siepi di arancio Osage si moltiplicarono rapidamente, ma l’epoca del loro utilizzo come strumento agricolo finì più in fretta di quella dei battelli a ruota: come la locomotiva soppiantò i battelli fluviali, così il filo spinato decretò la fine delle siepi che, seppur piacevoli e cariche di storia, divennero anacronistiche. Probabilmente il filo spinato non venne inventato per caso nell’Illinois, non lontano dal posto in cui il professor Turner aveva dimostrato che l’arancio Osage era un’ottima siepe da prateria; e sembra inoltre che Joseph Glidden, autore dell’invenzione brevettata nel 1874 da cui discende l’attuale filo spinato, avesse preso l’idea da un ramo spinoso di Maclura (la natura crea e l’uomo elabora: dalla zucca è nata la borraccia).

Anche dopo la diffusione degli efficienti ed economici recinti di filo spinato, gli abitanti della contea (spinti, presumo, da un bisogno da un bisogno profondo che il filo spinato – la corona del diavolo – non avrebbe mai potuto soddisfare) continuarono a piantare gli aranci Osage: infatti la siepe alberata dava un irrinunciabile senso di protezione ai coloni che erano ancora molto legati alle foreste e che, anche nelle successive generazioni, avrebbero trovate minacciose, oppressive e tutt’altro che rassicuranti quelle vaste distese d’erba. I romanzi di Willa Carter, ambientati nella prateria, sono intrisi di un’onnipresente atmosfera oppressiva. Una fattoria col viale d’ingresso nettamente delimitato da siepi poteva ricordare una confortevole e sicura cascina inglese, e la famiglia di pionieri, guardando la distante fila di alberi che segnava la proprietà, aveva sott’occhio tutta la terra cui aveva dedicato la vita e vedeva ben protetto il suo capitale effettivo, il suo investimento, la sua difesa contro l’infido mondo esterno. L’arancio Osage, non meno di un documento legale, evidenziava la proprietà e segnalava al mondo la posizione raggiunta dalla famiglia e il suo contributo alla civiltà. I confini della proprietà erano invisibili, mentre una fila frangivento di aranci Osage, immobili come guardiani, costituiva una barriera tangibile.

Inoltre i recinti disciplinarono il territorio. Prima delle recinzioni, ciascuna famiglia di pionieri, per andare al villaggio, in chiesa o dai vicini, seguiva il sentiero più comodo, e quindi la prateria era intersecata da un groviglio di strade. Ogni famiglia aveva bisogno di attraversare il torrente o la collina in un certo punto, e quindi tutti sconfinavano nella proprietà altrui. Un sistema funzionale di ponti e di strade e il rispetto della proprietà richiedevano un’organizzazione ben più complessa di quella esistente ai tempi in cui bastavano pochi sentieri collinari e poche strade sul fondovalle: ci voleva il sistema ideato da Jefferson. Le siepi, come i marciapiedi urbani, disciplinarono la prateria, delimitarono man mano le strade, incanalarono il traffico e tracciarono uno schema viario così determinante che la gente cominciò a costruire le case rispettando il nuovo e tangibile reticolo e a disporre i mobili –credenze e letti – contro pareti rigorosamente orientate secondo i quattro punti cardinali, col risultato che ancora oggi la Chase County dorme in direzione nord-sud o est-ovest. E siccome le stanze rettangolari sono in quadro col mondo esterno, i dormienti sono ben allineati come una colonna di cifre su un registro contabile: così il loro sonno è perfettamente compartimentato secondo il grandioso reticolo territoriale di Tom.

I cittadini possono dormire tranquilli sapendo che all’esterno dei muri corrono linee divisorie capaci di difenderli da una natura così rigogliosa e invadente da costituire una minaccia costante di prevaricazione e disordine. Per questo motivo, secondo me, la gente conserva le visibilissime siepi di aranci Osage e taglia, diserba, brucia e sradica a forza di ruspe le Maclura debordanti che invadono disordinatamente i pascoli in cui le erbe originarie e anonime predominano da sempre. Ed è anche parzialmente per questo che gli abitanti della contea, magari senza averne coscienza. Fanno la fila sulla Broadway di Cottonwood Falls sotto un temporale estivo per mangiare un pezzo di bisonte alla brace cotto sui vecchi pali di arancio Osage.

E forse questo spiega pure come mai, in un martedì d’autunno, un viaggiatore del Missouri possa mettersi a cercare per ore un arancio Osage adatto a fare un bastone da passeggio; come mai, dopo averlo finalmente trovato, si scortichi tutte le braccia per prendere e come mai infine lo spunti, gli tolga le spine, lo lisci e lo unga fino a renderlo lustro. E questo spiega anche perché, con quel bastone in mano, costui si aggiri nella contea con una sensazione un po’ diversa da prima: infatti l’arnese cui s’appoggia non è soltanto un bastone ma una sineddoche del posto.”

Apprezzatemi, ho trascritto tutto questo testo a mano perchè con l’OCR veniva male.