Holmes e Bradshaw, eminenti medici in “Mrs. Dalloway”

Bradshaw guida di LondraCon il gruppo di lettura di cui faccio parte abbiamo deciso di dedicare tutto l’anno a Virginia Woolf. Devo confessare che all’inizio ne fui terrorizzata, perchè io ho paura di Virginia Woolf.
Ve la faccio breve, senza raccontarvi come ci sono arrivata: in Mrs. Dalloway compaiono due medici, uno che potremmo chiamare “di famiglia”, il dottor Holmes, e un eminente medico specializzato in malattie mentali, il dottor Bradshaw.

Ora, un dottor Holmes può capitare, è un cognome abbastanza diffuso a Londra. Ma un dottor Holmes affiancato a un dottor Bradshaw, no. Non era certo un caso che Virginia Woolf citasse il cognome di Holmes affiancato a quello del suo inseparabile orario dei treni.
No, non poteva essere un caso.

Holmes e Bradshaw compaiono nelle pagine in cui la voce di Virginia più si discosta dal romanzo, diventando una critica quasi diaristica -molto fuori posto in un libro come Mrs. Dalloway, credo- ai rudi metodi di cura dei medici nei confronti degli ammalati di mente. Riporta, in quelle poche pagine, molte delle sue personali esperienze nelle case di cura e anche in casa sua, dove le veniva imposto il riposo assoluto, al buio, in silenzio, pasti ordinati, il bicchiere di latte (“ed ecco Leonard con il bicchiere di latte”), il Veronal per dormire.

Il dottor Bradshaw, preso il testimone dal dottor Holmes, conforta da moglie di Septimius, dicendo: “Non parlo mai di pazzia, ma di mancanza del senso della misura“.
A quale misura si riferisce il dottor Bradshaw? Ma a se stesso, naturalmente! Lui che ha su di sè il sangue delle stimmate degli orari dei treni, è l’Orologiaio, l’ago della bilancia di ogni misura, ed eleva le giuste proporzioni a divinità della civiltà.
Ecco perchè Virginia scelse il cognome Brasdshaw da affibbiare al quel medico che raffigura il cannibalismo dell’anima che gli psichiatri sono soliti elargire ai loro pazienti.

hannibal-lecter

E’ evidente il disprezzo nei confronti dei racconti di Doyle, che sicuramente ella considerava immondizia, ma Holmes è solo il trampolino da cui lanciare Bradshaw, la guida di Londra e il suo orario dei treni. La carica umoristica e dileggiatoria in una simile, sottilissima operazione letteraria, è tipica di Virginia Woolf, la quale nella sua vita ha terrorizzato e fatto incazzare un bel po’ di persone.

Che c’è di meglio di una vendetta letteraria per uno scrittore?
bradshaw train timeline

“L’ira funesta” di Paolo Roversi a Siderno il 2 marzo

Sabato 2 marzo 2013 – ore 18.00, lo scrittore noir Paolo Roversi presenterà il suo nuovo libro

“L’ira funesta” (Rizzoli)

Sarà proiettato il cortometraggio ispirato al romanzo

La giornalista Maria Teresa D'Agostino
La giornalista Maria Teresa D’Agostino

A volte basta un niente per sconvolgere la vita di una placida cittadina di provincia. Basta, per esempio, che l’unico farmacista, corso in ospedale dove sta per nascere il suo primo f iglio, debba tenere chiuso il negozio: niente medicine per gli anziani e, soprattutto, niente medicine per il Gaggina, un colosso di centotrenta chili con il carattere dell’attaccabrighe di professione. Quel giorno, senza i suoi tranquillanti, non riesce a tenere a bada la propria ira: in sella a un motorino scassato tenta di assaltare la stazione dei carabinieri, irrompe nel bar della locale polisportiva, picchia un vigile che vuole fargli la multa, per poi barricarsi in casa minacciando con una katana da samurai chiunque si avvicini. Al Piccola Russia – così viene chiamato il borgo, dove le strade hanno tutte nomi di “compagni” e la giunta è monocolore dal 1948 – si scatena il consueto passaparola. «L’ennesima follia del Gaggina, state tranquilli, non farebbe male a una mosca» assicura qualcuno. Ma quando il corpo del vecchio Giuanìn Penna, appena tornato dall’America dopo trent’anni di assenza, viene trovato tra i campi, traf itto proprio da una spada, la situazione prende una brutta piega. A sbrogliare la matassa sarà chiamato il maresciallo Omar Valdes, alias “tenente Siluro”, un militare tormentato e dal passato oscuro, in un’indagine ricca di sorprese e di una travolgente ironia.

Attraverso le astuzie e le ingenuità di una piccola folla di personaggi memorabili, L’ira funesta racconta l’anima della provincia italiana, l’apparente semplicità della vita di paese, dove le chiacchiere intorno al tavolo di un bar possono diventare, tra un bicchiere di Lambrusco e quattro risate, una fenomenale chiave d’indagine.

Dialoga con l’autore Maria Teresa D’Agostino
Interviene lo scrittore Gioacchino Criaco

Altri eventi in programma:
Venerdì 1 Marzo h. 17,30
L’on. Giovanni Nucera, regionale presenterà il suo libro
dedicato a don Lillo Altomonte “Profeta degli ultimi e Padre dei poveri”.
Domenica 3 Marzo h 17,30 il fotografo Giulio Archinà, noto per aver documentato il territorio calabrese e non solo attraverso degli scatti fatti da un deltaplano a motore, ci racconta la sua avventura e ci accompagna in una rilettura inedita della nostra terra.

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“La compagnia si scioglie”: gran finale di febbraio confrontando cartine topografiche

Se le serate in discoteca non vi rallegrano più, se Facebook non vi dà più stimoli, se le corse in macchina non bastano più a tirarvi su l’umore, se i parchi gioco vi annoiano, allora questo post fa per voi, perchè è veramente esplosivo.
Perchè, singnore e signori, stiamo per confrontare le cartine topografiche dell’ultimo capitolo del primo volume del Signore degli Anelli, un’attività ludica in grado di produrre su di voi un’emozione potenzialmente letale, perciò leggetelo piano per non causarvi troppa tachicardia. Consigliata l’assunzione di un miorilassante per evitare spasmi e convulsioni.

Ma, siore e siori, non finisce qui, perchè qui su Giardinaggio Irregolare non badiamo a spese quando si tratta di divertimento, e assieme al pezzo da novanta delle cartine topografiche, avremo anche dei brani -siore e siori- dei brani tratti dall’insigne opera.

In breve: un topic quasi tutto scritto e con dei disegni incomprensibili.

Dunque dunque dunque: qui arriviamo ad uno dei passi più belli del Signore degli Anelli, cioè alla morte di Boromir, il rapimento di Merry e Pipino, l’abbandono della Compagnia da parte di Frodo e Sam, l’inseguimento di Grampasso, Legolas e Gimli sugli orchetti di Isengard. Così finisce il primo volume e inizia il secondo, che a me ha sempre annoiato più o meno mortalmente, con interminabili descrizioni di battaglie e assedi. Infatti mi sa che del secondo e del terzo volume, ben poco posterò sul blog.

I nostri amici sono partiti da Lorien il 16 febbraio, e hanno percorso il Fiume Anduin per circa dieci giorni fino a raggiungere le Rapide di Sarn Gebir. Qui ci fu un errore di Aragorn, il quale -avendo avvistato Gollum che li seguiva a nuoto- decide di accelerare i tempi e affretta l’arrivo alle rapide tanto che non si accorgono di averle vicino fino a quasi esserci dentro.
Aragorn non fa molti errori e questo è rimarchevole.
La Compagnia fa retromarcia, accosta sulla sponda occidentale del fiume, si carica le leggerissime imbarcazioni elfiche in spalla e procede lungo un sentiero commerciale. E’ un passo molto bello del racconto, ovviamente di secondaria importanza, quindi non illustrato e non descritto dal film.

tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath
tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath

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Barbara Strachey sostiene che l’attraversamento delle rapide di Sarn Gebir è accaduto attorno al 24 febbraio.
Il giorno successivo, il 25, dovrebbe esserci l’avvistamento degli Argonath e l’entrata nel bacino di Nen Hithoel. E’ durante queste notti che Tolkien lascerebbe capire che Legolas non è effettivamente biondo ma bruno, cosa sulla quale nell’ambiente tolkieniano si dibatte in maniera accesa.
La scena del film è visivamente emozionante quasi quanto la narrazione di Tolkien, e quando si vede al cinema o su un megaschermo, la sensazione di essere immersi nell’acqua e di sentirsi rimpicciolire, è molto forte.

Dal libro:

“Frodo intravide, scrutando il Fiume, due grandi scogli distanti che si avvicinavano: parevano immensi pinnacoli o pilastri. Alti, perpendicolari, minacciosi, montavano la guardia ai due lati del letto. Tra di essi vi era una stretta breccia, ove la corrente sospinse le barche.
“Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!”, gridò Aragorn. “Fra poco vi passeremo in mezzo. Tenete in fila le imbarcazioni, e lontane le une dalle altre!Non abbandonate mai il centro del fiume!”
Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi. Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antica le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano loro state date. Su grandi piedistalli immersi nelle acque due grandi re si ergevano: immobili, con gli occhi sgretolati e le sopracciglia piene di crepe, fissavano corrucciati il Nord. La loro mano sinistra era alzata, con il palmo rivolto verso l’esterno, in segno di ammonimento; nella mano destra reggevano un’ascia; in testa portavano un elmo e una corona corrosi dal tempo. Erano rivestiti ancora di una grande potenza e maestà, silenziosi guardiani di un regno scomparso da epoche immemorabili. Ammirazione e timore s’impadronirono di Frodo, ed egli si prostrò, chiudendo gli occhi, e non osando levar lo sguardo quando le barche furono vicine.”

Quest’ultima descrizione, di Frodo che si prostra, mi emoziona sempre. Peter Jackson ha elaborato qui uno dei momenti più belli del primo film e dell’intera trilogia, a mio avviso.

Tavola 25, il Nen Hithoel e il Parth Galen
Tavola 26, il Nen Hithoel e il Parth Galen

Una volta superati i cancelli di Argonath, le barche entrano nel bacino ovoidale del Nen Hitoel, dove si erge Tol Brandir. Ai due lati si levano altre due cime, Amon Hen (Colle della Vista, a occidente) e Amon Lhaw (Colle dell’Udito, a oriente), dove gli antichi re si recavano per avere visioni e comunicare tra loro anche tramite i Palantìr.
Dal libro:

“Mirate Tol Brandir!”, tuonò Aragorn, mostrando a sud l’alta vetta. “Alla sua sinistra è Amon Lhaw, e alla sua destra è Amon Hen, i Colli dell’Udito e della Vista. Ai tempi dei grandi re, su di essi erano stati posti degli alti seggi, custoditi notte e giorno da sentinelle. Ma si dice che mai piede umano o animale si sia posato su Tol Brandir.

Le barche vengono tirate in secco sempre sulla sponda occidentale, essendo quella orientale popolata da orchetti, su una zona pianeggiante chiamata Parth Galen.

Ecco un’illustrazione più dettagliata che raffigura le linee di percorso di tutti i personaggi:

Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia
Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia

Come si vede, dopo essere approdati a Parth Galen per il riposo e decidere il da farsi, Frodo si avvia verso Amon Hen, seguito da Boromir, il quale, una volta Frodo infilato l’anello ed essere sparito, tornerà sui suoi passi al Parth Galen, in tempo per vedere l’attacco degli orchetti, Merry e Pipino rapiti, combattere e morire. Sulla mappa è segnato l’antico sentiero che sia Frodo che Boromir hanno seguito.
Si vede anche il percorso irregolare compiuto da Legolas e Gimli in cerca di Frodo, e quello di Aragorn che raggiunge Amon Hen, mentre Sam, che lo seguiva, torna indietro alle barche, avendo capito le intenzioni di Frodo.
Frodo e Sam prendono una barca e si avviano verso Mordor, attraversano il Nen Hitoel, mentre il corpo di Boromir ha una sepoltura arturiana, poichè viene posto in una barca con una panoplia di armi, e lasciato cadere nelle cascate di Rauros.
Successivamente il suo corno fu trovato e portato a suo padre Denethor, che impazzì dal dolore.

Nella mappa, in nero, è segnato anche un altro percorso commerciale che consentiva di portare le barche in spalla per evitare le cascate di Rauros.
Nella piantina più estesa (la tavola 26) è possibile vedere il percorso a ritroso che seguirono Legolas, Gimli e Aragorn nell’inseguimento di Merry e Pipino, e dove fu trovata la spilla di Pipino.

Tutto questo accadde ieri, il 26 febbraio.

Di seguito i commenti dell’autrice:
nen hithoel_estemnet_strachey 2

tol brandir_parth galen_strachey 2

E per finire in bellezza, un’illustrazione di Alan Lee vecchia maniera, che raffigura la vetta di Tol Brandir vista da Amon Hen. Dovete scaricarla e guardarla bene ingrandita. Osservate l’angolo in basso a sinistra, e in cima alle scale, e ditemi cosa (o chi) ci vedete.

Alan Lee, Tol Brandir
Alan Lee, Tol Brandir

Addio a Lorien

Dopo aver soggiornato circa un mese a Lórien per guarire dalle ferite e dalla stanchezza, la Compagnia dell’Anello lascia il Bosco d’Oro il 16 di febbraio.
Le illustrazioni che riguardano questo addio e in generale Lórien non sono tra le mie preferite. A mio avviso nessuno degli illustratori contemporanei è riuscito ad avvicinarsi alla descrizione di Tolkien, sebbene questa sia meticolosa e suggestiva.
Alan Lee, uno dei migliori illustratori di Tolkien, ha anche realizzato i bozzetti per le scenografie del film (portandosi a casa un Oscar), ma devo confessare che la sua visione di Lothlorien e di Rivendell mi fa l’effetto di un’ughiata su una lavagna.

Lòrien per i bozzetti della scenografia del film
bozzetti della scenografia del film

Non di meglio è riuscito a fare Ted Nasmith illustrando la scena dell’addio a Lórien.

Ted Nasmith, Addio a Lòrien
Ted Nasmith, Addio a Lòrien

Quando ero studentessa e portai il calendario contenenete questa illustrazione a scuola, noi tutti rimanemmo ammirati dall’iperrealismo della scena, finchè un mio collega disse: “Ahò, bello sì, però ogne tanto ‘sto qui appiccica, eh!”

“Appiccica” è un termine gergale degli illustratori vecchia maniera che significa che non s’è data aria sufficiente tra un piano e l’altro. Un iperrealismo troppo spinto “appiccica”, mentre bisogna saper rinunciare a dettagli, sfumare certi contorni. Ted Nasmith “appiccica” un bel po’, ma vorrei saper “appiccicare” io come “appiccica” lui!

Le due illustrazioni più riuscite, secondo me, sono una di Tolkien:

Illustrazione di Tolkien di Lothlorien in primavera
Illustrazione di Tolkien di Lothlorien in primavera

E una del Lee vecchio stile.
Alan Lee_ CerinAmroth

Ma torniamo alla fida Barbara Strachey e alle sue asciutte illustrazioni topografiche:

I viaggi di Frodo, Lòrien
I viaggi di Frodo, Lothlorien

Commento dell’Autrice:
Lòrien_Strachey_i viaggi di Frodo

Peccato che nessuno dei grandi illustratori si sia concentrato sul brano più appassionante dell’addio della Dama del Bosco d’Oro, cioè quella dei doni.
A Sam Galadriel regalò una semplice scatola di legno contenente terra benedetta (“beati i miti perchè erediteranno la terra…”), che poi Sam, una volta tornato nella Contea, devastata da Saruman, sparse al vento, facendola ritornare alla sua originaria bellezza.

Questo è il brano:

“Per te, piccolo giardiniere ed amante degli alberi”, disse rivolgendosi a Sam, “non ho che un piccolo dono”. Gli mise in mano una scatoletta di semplice legno grigio, del tutto disadorna, con un’unica runa d’argento sul coperchio. “Codesta è la G di Galadriel”, disse la Dama; “ma può anche essere l’iniziale di
giardino nella tua lingua. La scatola contiene terra del mio frutteto, ed ogni benedizione che Galadriel ha ancora il potere d’impartire. Non ti aiuterà a percorrere con costanza la giusta via, né ti difenderà contro le insidie; ma se tu la conservi, ed un giorno ritorni infine alla tua casa, allora forse sarai ricompensato. Anche se trovassi tutto spoglio e abbandonato, quando avrai sparso in terra il contenuto della scatola, pochi giardini fioriranno come il tuo nella Terra di Mezzo”.

Cloud Atlas, il bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio), con sferzata finale a quelli che non restituiscono i libri

La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica
La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica
Sfiga ha voluto che mi perdessi al cinema due film che attendevo da tempo: Vita di Pi e La migliore offerta.
Tenendomi al dito questo insulto della sorte, forse per vendetta, forse per cretineria, forse attratta da Tom Hanks tatuato, forse solo per desiderio di non rimanere tagliata sempre fuori dalle letture fantascienza/fantasy e addentellati, ho preso Cloud Atlas con i punti della card Mondadori.
In realtà l’ho preso a dicembre ma ho iniziato a leggerlo solo un paio di settimane fa, nel terrore che arrivasse anche da noi l’attesissimo film dei fratelli Cosi e che io non l’avessi ancora finito. Cosa avrei fatto a quel punto? Finire il libro in una notte? Neanche Houdini. Andare a vedere il film e poi finire il libro? Che orrore.

Ma tant’è…il film non è arrivato nè ne sento neanche parlare in giro, mi sa che non lo portano neanche.
Ecco come la vita trova sempre il modo di mettertela in quel posto: avrei potuto prendere Vita di Pi, invece di Cloud Atlas, e consolarmi della mancata visione del film. Ma all’epoca ero straconvinta di non perdere Vita di Pi.
Riassumendo, ho mancato un film che volevo vedere e letto un libro il cui film con tutta probabilità non vedrò neanche.

A questo punto, se non avete ancora letto o visto Cloud Atlas, sospendete la lettura perchè ve ne narrerò la trama.

Non conosco l’autore di Cloud Atlas, non so se gli altri suoi romanzi siano buoni o no. Ho dato un’occhiata alle recensioni su Amazon e Ibs: c’è chi dà cinque stelle, chi una, chi tre, chi getta un fiore, chi si prenota per due ore.
Insomma, ha accontentato più o meno tutti i palati.

Ma quello che mi sorprende è che nessuno abbia visto l’autentica struttura del “romanzo” (per questo genere di opera narrativa occorrerebbe trovare altra definizione).
Forse i miei incontri ravvicinati del terzo tipo con le case editrici mi hanno dato qualche gettone in più, ma è più credibile che il pubblico d’oggi (e comunque il pubblico giovane, anche se ben acculturato, a cui è diretta l’opera) non sappia più leggere tra le righe, o tra i capitoli, in questo caso.
La mia netta impressione è che l’autore abbia concepito il testo a tavolino, con uno o forse entrambi gli occhi a una versione cinematografica (qualcuno ha scritto che Cloud Atlas era difficile da rendere filmicamente…diobbono, ma se sembra una scenggiatura), che abbia scritto diversi racconti uniti tra loro da concetti pretestuosi trattati in maniera marginale, da una ipotetica reincarnazione dei personaggi, e da un riferimento casuale che rimbalza da un episodio al successivo, con ippopotamica andatura.

Lo scopo è -mi sembra evidente- produrre un libro di maestose dimensioni, tali che la carta su cui è stampato è quasi una velina (chiaro stratagemma per non terrorizzare i lettori poco determinati),che aspiri allo status di epico o colossale, di must, di pietra miliare nella storia della letteratura di genere, di zenit fantasifilmico, di oggetto di emulazione, di macchina editoriale per rastrellare premi e recensioni su periodici importanti.
Manco a dirlo, se l’autore ha avuto un merito è stato capire che ad un certo punto si doveva fermare, perchè con il sudoku letterario che ha utilizzato, il librone sarebbe potuto lievitare anche all’infinito, raggiungendo gli antipodi e forse la luna.
Insomma, di Cloud Atlas nessuno potrà porprio fare a meno, se non altro di parlarne, visto che leggerlo risulta indigesto come la cicoria cruda.

Lo stile? nè fresco nè accattivante. Uno stile “da avventura” con le classiche formalità dell’editing americano. Dei “rutilanti colpi di scena” già al terzo racconto non se ne può più. Qualcuno su Amazon ha scritto che se anche fosse stato “ventriloquismo letterario” (o qualcosa del genere) ne sarebbe valsa la pena. Io non confonderei un ventriloquismo con un gargarismo, sebbene facciano rima. Lo stile camaleontico è senza dubbio l’unico pregio di questo libro, purtroppo ammazzato? massacrato? assassinato? distrutto? appiattito? cancellato? ucciso? omicidiato? fatto fuori? da una traduzione che definire criminale è una gentilezza. Frassinelli, Frassineli, ma che cazzo combini? Credi che siamo ciechi, che non vediamo, che certe cosette con sappiamo dove scaricarle e farci i confrontini sui tablet? Credi che siamo ancora negli anni ’80, quando ci voleva la cugina americana per tradurci le canzoni dei Duran Duran?

Enfin, del volumone, una volta finito, non sapevo proprio cosa farmene, sicché l’ho usato per continuare la mia missione di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”.
Tutti sapete come funziona il bookcrossing, no? Si condivide un libro che ci è piaciuto, giusto? Ecco, siccome di spazio nella mia casa per romanzi inutili non ce n’è, e la biblioteca comunale ha finito gli scaffali, io con questo sistema mi libero contemporaneamente di un libro che non mi è piaciuto e risparmio spazio sugli scaffali miei, in più spero pure che qualcuno apprezzi il gesto e si legga il libro, magari trovandolo bello e tenendoselo sullo scaffale suo.

Ho notato, infatti, che le persone tendono a prendere a prestito i libri perchè non vogliono spendere soldi nell’acquisto di tali oggetti fatti di carta. Se glieli presti, se li leggono, se no nisba.
Avrete tutti capito che non sono tipo da prestar libri, piuttosto ne compro un’altra copia e la regalo, ma in questi mesi mi è capitato di prestarne qualcuno: sono stata giustamente punita per la mia generosità e nessuno dei libri prestati mi è tornato indietro, costringendomi a ricomprarli.

Sarebbe anche carino che le persone a cui hai prestato un libro da mesi e non accennano a restituirtelo, si offrissero di prestarti quello che loro hanno comprato, che sanno che non hai e che ti interessa.

Non molti, a dire il vero, praticano la forma di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”. E non molti ricambiano i favori ricevuti.
Un insegnamento ad essere gretti e meschini. Grazie, vita di merda.

Lucio dalla e Claudio Baglioni: due nuovi libri a Bergamo

Roberta Maiorano
Roberta Maiorano

Il 4 febbraio al Caffè Letterario Roberta Maiorano e Donato Zoppo presentano i rispettivi testi pubblicati da Aereostella: un viaggio nella canzone italiana attraverso lo studio dei due giornalisti. Interviene Francesco Paracchini, brani dal vivo dei Malaavia
Lucio Dalla e Claudio Baglioni: due nuovi libri presentati a Bergamo

Il Caffè Letterario
è lieto di presentare:

L’uomo che sussurrava al futuro
Questo piccolo grande viaggiatore:
Lucio Dalla e Claudio Baglioni in 100 pagine

(Aereostella)

Presenta Francesco Paracchini (L’Isola che non c’era)

Contributo musicale dei Malaavia

Lunedì 4 febbraio 2013
ore 21.00
Il Caffè Letterario
Via San Bernardino 53
Bergamo

L’uomo che sussurrava al futuro e il piccolo grande viaggiatore. Il bambino curioso che non voleva far invecchiare l’uomo e il cantastorie romantico, architetto e filantropo. Da una parte Caruso, Futura e L’anno che verrà, dall’altra Strada facendo, Questo piccolo grande amore e La vita è adesso.
Due modi diversi, quasi antitetici, di ideare e comunicare l’arte della canzone: Lucio Dalla e Claudio Baglioni. Due tra i più amati cantautori italiani, il primo scomparso l’1 marzo 2012, il secondo sempre più attivo, saranno raccontati da Roberta Maiorano e Donato Zoppo lunedì 4 febbraio al Caffè Letterario di Bergamo.

L’uomo che sussurrava al futuro. Lucio Dalla in 100 pagine e Questo piccolo grande viaggiatore. Claudio Baglioni in 100 pagine sono due tra i più recenti titoli della nuova collana dell’editore Aereostella dedicata alla canzone italiana: Roberta Maiorano e Donato Zoppo – attivi giornalisti musicali e scrittori, entrambi collaboratori del magazine Jam – presenteranno i propri libri illustrando differenze e somiglianze tra i due celebri cantautori. L’ironia e l’eclettismo di Dalla, l’introspezione e i sentimenti per Baglioni, dischi gloriosi come Com’è profondo il mare e Strada facendo, narrati in due libri di sole 100 pagine che illustrano, album dopo album, due importantissime esperienze artistiche.

Condurrà l’incontro il giornalista Francesco Paracchini (L’Isola che non c’era), i Malaavia eseguiranno alcuni brani dei due cantautori. Appuntamento alle 21.00 in Via San Bernardino, Bergamo.

Aereostella:
http://www.aereostella.it

Il Caffè Letterario – BG:
http://www.ilcaffeletterario.com

Donato Zoppo
Donato Zoppo

Let’s translate! (Circolo Cabret)

Sapevate quanti giorni possono trascorrere prima che un traduttore si decida a scegliere tra la parola “topo” o “ratto”?

Sapevate che Moby Dick, del regista John Huston, oltre a essere un film è una traduzione?
Sapevate che quando raccontiamo un fatto a un nostro amico non facciamo altro che tradurre?

In occasione dell’uscita del romanzo L’esecuzione,Newton Compton Editori, della scrittrice americana C.J. Lyons, Antonella Pulice, la traduttrice del romanzo, terrà un incontro dedicato alla traduzione, agli aspiranti traduttori e ai semplici appassionati di letteratura.

Moderano Alessia Siciliano (Circolo Cabret) e Elena Giorgiana Mirabelli (Casa Editrice Coessenza – Circolo Cabret).

Cafè Librairie – domenica 03 febbraio 2013 – ore 18.00


Circolo Cabret – Associazione d’idee

Segreteria:
Via Isonzo 63 – 87100 Cosenza
tel. 0984 1933300
dal lun al ven 10-13 | lun-mer-giov 16-18

http://www.circolocabret.com

Seconda edizione per “Elogio delle vagabonde” di Gilles Clément

Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus
Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus
Ripubblicato, per i tipi DeriveApprodi, la seconda edizione di Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, del notissimo giardiniere e archi-star Gilles Clément, nonchè mio personale amico.

Immutato il testo, con una prefazione di Andrea di Salvo, di cui compaiono le recensioni su Vìride-Alias, leggermente compattato il formato, forse per essere reso più tascabile.

Mi duole eccepire sulle copertine. La prima, avvantaggiata dal formato slanciato, era molto più semplice ed elegante, anche se non originale; la seconda appare come una bustina di semi di nigella con qualità da cellullare (nel senso di ammanettamento e trasporto in galera per il grafico, di cui non faccio il nome, Andrea Whor).
E’ mai possibile, mi chiedo, con gli strumenti fotografici e di composizione grafica oggi in dotazione anche ai pc domestici, produrre delle copertine così anonime e mal fatte?
Evidentemente sì, e non è un merito.

Invece è interessante l’inserimento nela collana habitus. Sul termine “habitus” i filosofi hanno discusso in maniera approfondita e una interessante riprova è il volume di Venturi Ferriolo Percepire paesaggi. “Habitus” è dunque non solo il comportamento, ma il luogo che determina tale comportamento. Comportamento, luogo, nicchia ecologica (habitat) e paesaggio che funge da grande scatola contenitore, si fondono insieme in una riflessione non solo giardinesca o botanica, ma anche sociale e biologica.
elogio delle vagabonde_erba delle pampas
Clément ha letteralmente sconvolto l’establishment del giardinaggio mondiale con il suo “Manifesto” e i suoi paesaggi planetari. Mi chiedo cosa ne diranno tra due o tre secoli i giardinieri del futuro e come ne saranno influenzati.
Ormai non si può prescindere dalle sue idee: e come si potrebbe? Clément rappresenta per il giardinaggio ciò che per l’economia sono stati Rifkin e Klein. In un mondo che tende alla globalizzazione non si può ignorarare che questo avviene anche per le piante, gli animali, i parassiti, le avversità, le malattie (e non parlo solo di quelle delle piante, basti pensare alle influenze pandemiche).

Clément è stato il primo giardiniere a porre un forte accento su questo aspetto, e a sfruttarlo, esteticamente ed eticamente nei suoi giardini. Sottolineo “eticamente” perchè il giardinaggio di Clément non vuole essere solo un “bel lavoro, gradevole e ben fatto”, ma un buon lavoro, che gratifichi chi lo compie e chi lo osserva non solo con il senso del gusto estetico impermanente, ma anche con quello più profondo del gusto estetico rafforzato dalla bontà etica.

Se mi è consetito, è proprio in questo la vera rivoluzione di Clément, che al di là della piacevolezza alla vista, propone dei giardini che rappresentino anche un atteggiamento etico e morale nei confronti della Terra e dei suoi abitanti, che siano uomini, cani, insetti o microrganismi.

Insomma una riunione di ciò che il Postmodernismo aveva conclamatamente disgiunto: il buono col bello (il vero essendo uscito dalla scena molto tempo addietro. Cfr. I Trascendentali traditi, di Claudio Sottocornola).

Giardini sì, dunque, ma non con la sprezzante superbia di un Russel Page o la spocchia di una Vita Sackville-West, giardini per tutti e giardini che potenzialmente possono trasformarsi in tutto, grazie alla quantità di biodiversità che li costituisce. Non giardini immoti, come quelli mummificati dell’ Ottocento inglese o del Barocco francese, da ammirare e su cui costruire splendide analisi critiche, ma giardini che rappresentino non tanto una aleatoria ontologica giardinità – se ci è consentito usare temini platoneschi- ma le potenzialità della terra e della Terra.

Confesso che dopo l’infatuazione iniziale con il celbre “Manifesto” ho avuto per Clément sentimenti contrastanti, anche per via degli accesi dibattiti che abbiamo costruito assieme, ma i suoi libri sono imperdibili. E se avete lisciato la vecchia edizione di Elogio delle vagabonde, non perdete questa.
Nonostante la copertina.

Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier
Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier

Clamoroso: dimenticata l’assegnazione del Premio “Selezione del Pubblico” per “Amore al Riasciacquo”!

Tali e tante cose si sono affastellate nella mia vita che ho dimenticato:
a) di soffermarmi a osservare il Mirolago usciti da Moria, il 15 gennaio (sarà per l’anno prossimo)
b) di dare i risultati del Premio Amore al Risciacquo nella categoria “Selezione del Pubblico”.

Ebbene, dopo 7 giorni di votazione i risultati sono i seguenti:

Al primo posto, imbattuta, si colloca a grande distanza dagli inseguitori, Gabriella Buccioli, con il suo Chiacchiere di giardinaggio insolito, Pendragon, con 5 voti.

A grande distanza seguono Maury Dattilo con Storie di Folli giardinieri, Pendragon, con 2 voti e Francesca Marzotto Caotorta con All’ombra delle farfalle, Mondadori – sempre 2 voti.

Ultimo classificato, con un solo voto, Luca Martinelli, con Sherlock Holmes e la morte del cardinale Tosca, Ur Ed. (1 votes).

Celia Thaxter, Mauro Corona, Luigi Capuana e Carmine Abate, totalizzano 0 voti.

In totale hanno votato la bellezza di 10 persone .

Fare un giardino, di Margery Fish (We made a garden)

Margery Fish
Margery Fish

Ecco il primo libro del 2013: Margery Fish, Fare un giardino, ed. Pendragon , Bologna 2010.

All’inizio del Novecento Margery Townsend incontrò Walter Fish tra gli uffici del Daily Mail, dove entrambi lavoravano. Dopo sette anni Margery ricevette un invito a cena e i due si sposarono, andando a vivere in campagna.
E’ così che nacque il giardino di East Lambrook Manor, considerato ad oggi uno dei più belli d’Inghilterra e uno dei più splendidi esempi di cottage garden inglese.
East_Lambrook_Manor_Gardens

Margery non sapeva una cippa lippa di giardinaggio quando arrivò a East Lambrook, se non quel tanto di cui ogni inglese è imprintizzato, così come noi italiani siamo imprintizzati dalla cucina o dal calcio.

Il libro ha un inizio molto godibile, costruito con quell’umorismo del narrato semplice e piano, sulle vicissitudini della coppia con le operazioni di consolidamento dell’edificio e degli annessi, con i muratori, i fabbri, i lattonieri, con le pietre -che sono una costante di tutto il libro- e che finiscono prima lì, poi là, poi di nuovo lì, poi ho perso il conto.

East Lambrook sarebbe stato certamente diverso senza tutte quelle pietre, che Margery usò in tutti i modi possibili e immaginabili.

Le piccole e delicate fioriture tra le pietre erano una sua debolezza. Divenne bravissima nell'ottenere sentieri fioriti. Credits RHS
Le piccole e delicate fioriture tra le pietre erano una sua debolezza. Divenne bravissima nell’ottenere pavimentazioni fiorite. Credits RHS

Nel raccontare le vicende di East Lambrook, Margery riesce a dare delle informazioni tecniche di buon livello, anche se niente di paragonabile a un libro di progettazione. Ma lo fa con garbo, non con insistenza, come l’ossessiva Celia Thaxter nella sua lotta alle limacce. Racconta i suoi errori, dei consigli ricevuti, dei litigi col marito per come si dovesse sistemare il giardino, seguiti sempre da un’ammissione di torto.

“Naturalmente aveva ragione Walter” e frasi analoghe scorrono in tutto il testo, e anche quando -già all’inizio- capiamo che Walter è morto, Margery continua a dargli ragione, non per un partito preso, ma perchè sa che è vero, e a raccontarci cosa avrebbe fatto lui al suo posto, o a rammentarci un ammonimento, un consiglio, a volte anche un ordine, ricevuti in passato.

Insomma, a dirla tutta questo Walter Fish doveva essere un gran scassaballe, ma lei lo amava. Non lo dice mai, nel pieno stile di fredda compostezza inglese, ma si percepisce fortemente in tutto il libro, e anche il titolo originale “We made a garden” lo conferma.

Quel “noi” è una presenza fissa nel libro, tanto che spesso il testo è scritto alla prima persona plurale (cosa molto rara nei romanzi e ancor meno nei saggi o saggi poetici)

Gesù, salva il mondo dalla brodura mista!
Gesù, salva il mondo dalla brodura mista!

Anche se poi, una volta morto il marito, ha definito il giardino secondo la progettualità estetica che preferiva lei e non Walter. La sua idea era quella tipicamente inglese, cioè la creazione di un giardino che presentasse punti d’attrazione e fioriture lungo tutto l’arco dell’anno.

Effettivamente il risultato è notevole.
east lambrook manor garden
Nei punti più selvatici e meno domestici i giardini inglesi sono insuperabili. Margery aveva buon gusto e una capacità innata di visualizzare un particolare “finito”.

Bulbose a piene mani
Bulbose a piene mani

Margery racconta anche di questa o quella pianta, si sofferma brevemente a dirne le caratteristiche più apprezzabili, e il motivo per cui lei le ha scelte. Non dice “usate questa pianta in questo modo!”, non è mai categorica, mai pragmatica nè poetica. E’ bilanciata, un’osservatrice attenta, paziente e una gran lavoratrice.
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Anche se il risultato a me non convince in molti punti, non si può negare che il giardino di East Lambrook rappresenti una pietra miliare per i giardinieri cottageschi.

datemi un taglierbe, per favore
datemi un taglierbe, per favore

E se il libro è diviso in capitoli che portano tutti titoli tecnici (pavimentazioni, giardino roccioso, lastricato, ecc), Fare un giardino è la storia di come Margery e suo marito iniziarono a lavorare a East Lambrook, una storia apparentemente semplice dietro la quale il giardiniere sa o può immaginare la fatica e le attese necessarie. Ma nel libro non vengono mai raccontate, appena accennate qualche volta. “La pazienza del giardiniere” viene data (e dovrebbe esserlo) per scontata, così come il duro lavoro e lo sterminio delle limacce, senza che la cosa diventi un’ossessione compulsiva.

E se Fare un giardino ha meriti per quel che dice, ha meriti anche per quel che non dice, cioè il superfluo. E di questo ringraziamo.

Margery e Walter fecero East Lambrook.
we made a garden