L’ultimo sguardo verso Hobbiville e Lungaque

Il 2 di questo mese facevano quarant’anni dalla morte di Tolkien. Mi ero ripromessa di scrivere qualcosa, ma l’ho dimenticato, e oltre me sembra che questa data sia stata dimenticata dall’universo dei tolkieniani. Un vero peccato se si considera che tra pochi mesi avremo in sorte il secondo capitolo dello Hobbit.
Non posso più riparare, ma settembre è un mese che passa veloce, ed è già arrivato il 23, il giorno in cui Bilbo e Frodo intrapresero i loro viaggi.

Ho sempre dichiarato che uno dei momenti che amo di più nel Signore degli Anelli è l’ultimo sguardo a Hobbiville e al lago di Lungacque, ma non avevo mai trovato una illustrazione di questo breve brano che sembrava carico di presagi solo a me, trascurato da critici e lettori. Ebbene, mi sono imbattuta in una illustrazione di Ted Nasmith, che -be’, diciamolo- non è proprio il massimo, ma per quel che ne so è l’unica che raffigura questo momento.

Last Sight of Hobbiton, by Ted Nasmith

Dopo un bel po’ di tempo attraversarono l’Acqua, ad ovest di Hobbiville, su uno stretto ponticello di tavole. In quel punto il corso non era che un nastro nero e contorto, orlato di ontani scuri.
Qualche miglio più a sud, attraversarono veloci la grande strada del Ponte sul Brandivino; erano giunti in Tuclandia. Voltarono verso sud-est in direzione del Paese delle Verdi Colline.
Quando ebbero percorso i primi passi in salita, si voltarono per vedere le luci di Hobbiville brillare in lontanaza nella dolce valle dell’Acqua. Ma ben presto sparirono tra le falde delle colline immerse nella notte.
Intravidero anche Lungacque, accanto al suo lato grigio. Quando finalmente la luce dell’ultima fattoria sparì nell’oscurità, Frodo, guardando furtivamente fra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio.

Italian Cyberpunk, Autori Vari, a cura di Franco Forte, Millelire Stampa Alternativa, 1995

Italian Cypberpunk. 8 racconti di fantascienza.
A cura di Franco Forte
© 1995 Millelire Stampa Alternativa

italian cyberpunkEra il 1997: non c’erano molte scuse. I grafici professionisti lavoravano già bene con i programmi digitali anche se dalla cattiva risoluzione della copertina non riesco a capire se si tratti di una pessima illustrazione fatta a mano con un vecchio strumento chiamato aerografo, o di una pessima illustrazione ritoccata in digitale con un allora più che dignitoso Photoshop 4.1.

La brutta copertina è stato il preludio ad una lettura estenuante e noiosissima, alla quale ho posto fine ieri, chiudendo l’ebook, cancellandolo e riprendendo Le Cosmicomiche per tirarmi un po’ su di morale.

Probabilemnte sono tra le persone meno adatte a parlare di cyberpunk, un genere che mi piace tanto al cinema quanto non mi piace leggere. Ma se Neuromante conserva intatto il suo mistico fascino, questa raccolta arranca pesantemente in una demenzialità matematico-tecnologica da trapassato remoto.

Mi auguro di aver scelto male, e che questo non sia tutto ciò (o il meglio di ciò) che l’Italia (segnatamente Milano e Napoli) hanno prodotto nel genere cyberpunk.

Agonia di una civiltà

Ho scoperto il ricco filone di Eugenio Turri attraverso un altro libro: Il grigio oltre le siepi.

Non mi è piaciuto granchè, Turri è lontanissimo da una scrittura brillante e icastica, come ad esempio quella di Vito Teti, o per citare esempi più famosi ma non per questo più profondi, Piovene, Rigoni Stern, Guareschi.

Mi sembra che il mondo sia strano: perchè io che studio il paesaggio devo studiare quello veneto e i veneti non studiano quello calabrese?
Mah.

E’ un libro per chi vuole riscoprire le proprie radici, va’, per usare una terminologia alla tg di costume, ma non è esente da speculazioni.

Io ad esempio ho imparato che negli anni ’40, nella collina veneta si stava quasi come sulle montagne calabresi, e che negli stessi anni, il mio paese, Siderno, era molto più ricco e florido delle ville venete descritte. Era un paese più bello, più grande, più commerciale, più aperto, più acculturato, più pulito, più accogliente e meno classista.

Poi dicono che noi siamo quelli “arretrati”.

L’anno del giardiniere, di Karel Capek, Sellerio

capek l'anno del giardiniere
Per almeno un paio d’anni ho girato attorno a questo volumetto, desiderandolo leggere ma non trovando mai l’ispirazione per aprirlo, nonostante le ottime critiche.
Presa da uno dei miei abituali momenti di rigetto per la narrativa, ho pensato di passare a qualcosa che :
a) parlasse di giardini
b) non fosse narrativa
c) fosse rilassante e scorrevole
Mi sono detta: è il momento buono per L’anno del giardiniere , di cui tutti dicono che faccia molto ridere e sia arguto e un po’ bislacco.

Succede spesso di rimanere delusi da un libro dopo aver letto critiche entusiastiche (in effetti molto spesso sarebbe opportuno contenersi), ma la sensazione più viva che ho provato nella lettura di questo volumetto non è tanto la delusione, quanto piuttosto il desiderio di finirlo in fretta e accantonarlo.
La prefazione del traduttore ci avverte: la bellezza del libro è quasi tutta nello stile, perchè Capek usa il cecoslovacco come pochi. Ma il cecoslovacco non proprio la lingua più conosciuta del mondo. Giocoforza la traduzione è perdente in partenza.
Grazie, ma forse non avremmo voluto saperlo.

Io non l’ho trovato divertente per nulla. L’umorismo non è sciatto, ma è un po’ antiquato, il testo sente pericolosamente gli anni che si porta. Le descrizioni un po’ demenziali delle abitudini del giardiniere fanno appena accennare un sorriso, o aggrottare la fronte, perché molti di questi comportamenti si sono evoluti (non sempre in meglio).
Il testo non si propone come fonte “storica”, nè riesce a librarsi sopra un umorismo semplice, un po’ televisivo.
In conclusione non direi che è stata una lettura “persa”, ma neanche la miglior lettura dell’anno.

Molti contemporanei di Capek gli riconoscevano una qualità stilistica sopraffina, e gli rimproveravano di “spenderla” in racconti un po’ sciocchi, un po’ banali. Purtroppo mi devo aggiungere a questa schiera di critici, e lo faccio a malincuore, perchè si capisce che tra una scenetta e l’altra, Capek era molto intuitivo e percettivo, riflessivo. E’ un vero peccato che non abbia messo queste sue riflessioni su carta in maniera un po’ meno barzellettistica.

Leggete ad esempio questo passo che ho segnato col lapis rosso in cui si parla di una “tassonomia botanica”. In buona sostanza di una classificazione dei gusti (e dei disgusti) a seconda delle classi sociali, degli esercizi commerciali, del tipo di idea che di sè si vuole comunicare agli altri.
Un’opera monumentale, in cui autori come Valerio Merlo o Pierre Bourdieu buonanima, si sarebbero persi.
capek 1

Il volumetto invece mi sembra utilissimo per avvicinare i ragazzi al giardino, o comunque per fargli leggere qualcosa di piacevole. Laddove ci saranno concetti un po’ troppo difficili per un ragazzino di dodici o tredici anni, loro suppliranno con l’intuizione (lo facevamo sempre, ricordate?), oppure potrebbero esserne così interessati da decidere di rileggerlo più avanti.
Credo sia un libro veramente ottimo per gli adolescenti amanti della lettura, perchè la comicità semplice è alla portata dei ragazzi, e il giardiniere viene descritto in maniera buffa e un po’ ridicola, con le sue manie, le sue bizzarrie. E il fatto che sia stato scritto da un uomo lo rende un po’ vicino anche ai maschi, che di giardino spesso si interessano quando sono un po’ più maturi.

Personalmente credo che se mi fosse capitato tra le mani quando facevo le medie, l’avrei trovato scompiscevole.

“Flora ferroviaria” di Ernesto Schick, ed. Florette

Ernesto Schick_Flora Ferroviaria (3) Nel 2010 la Edizione Florette di Chiasso ha ripubblicato un testo scritto da Ernesto Schick sulla vegetazione selvatica della stazione ferroviaria di Chiasso e precedentemente pubblicato nel 1980 con il patrocinio del Credito Svizzero di Chiasso.
Schick aveva visto la nascita della stazione ferroviaria, l’ampliamento dei binari, e per anni osservò la flora che spontaneamente tornava a riprendersi parte del terreno sottratto a boscaglie e campagna. Prendeva appunti e disegnava le piante, pur avendo un tratto rigido e poco aggraziato, riproduceva fedelmente i tratti botanici salienti delle piante “pilota”, e delle altre spontanee.
Il suo testo, preso sic est, non è poi diverso da molti libri sull’argomento, Schick era ben lontano anche dall’immaginare che la flora spontanea, per di più “ferroviaria”, quindi in qualche modo “pilota” e “vagabonda”, sarebbe stata di lì a qualche decennio, al centro delle attenzioni mondiali.
Negli anni ’80 un libro sulle piante colonizzatrici doveva apparire un testo ben strano e gradito solo al botanico o all’appassionato.
Ora invece non si parla d’altro, perciò quanto scritto da Schick potrà risultare già noto a molti.

Detto questo, bisogna dire altro: questo libro non è un “libro”, è una scatola magica.
E’ un progetto di ripubblicazione, curato nei minimi dettagli, su cui è stato speso tempo, investito del danaro e soprattutto conoscenza e passione.
Qui ci sono competenze elevatissime, che fanno del libro non solo un omaggio al suo autore e al suo scritto, ma tracciano anche un sottotesto gradevole in sè, e realizzano un prodotto editoriale di fattura decisamente superiore allo standard usuale.

Penso che questo sia dovuto al fatto che le Edizioni Florette abbiano pubblicato solo questo testo. Perlomeno io non sono riuscita a trovarne altri in rete. Ad ogni modo il volume non ha l’ISBN, il che significa che la casa editrice ha pubblicato per il desiderio di riportare alla luce un vecchio libro.

Il libro è un susseguirsi di piaceri: dalla copertina in cartone grigio, con una grafica molto bella per titolo e nome dell’autore, azzeccata la fascetta (di cui faremo sapere ad Alberto Forni), la scelta molto raffinata dei font e dei colori (in pratica bianco, grigio, rosso e nero), l’inserto illustrato in carta lucida, una mappa, e un indice che è un piacere scorrere.
Mi è piaciuta moltissimo, e mi ha commossa, la prefazione di Graziano Papa sulla figura di Schick, che sembra emergere dalle pagine con forza narrativa. Accurata, più scientifica l’introduzione e la revisione del testo, specie per la nomenclatura botanica, di Nicola Schoenenberger. Accettabile la poesia finale di Fabio Pusterla.
Hanno curato l’edizione Simonetta Candolfi e Nicoletta De Carli, che hanno anche supervisionato la distribuzione. In effetti ho fatto molta fatica ad avere questo volume, ma ho ricevuto insieme al libro anche un simpatico biglietto di ringraziamento.
Ehi, sapete, il rapporto umano si sta perdendo, quando assieme al libro ricevi due parole scritte a penna, sai che c’è un umano come te, dietro, ti riconforta. Sono cose importanti.

Il libro è molto curato nei dettagli, dalla pressione dell’incisione dei caratteri, fino alla riga di piegatura vicino al dorso, la scansione delle pagine attraverso delle “bianche” di colore rosso.
Gradevole nelle dimensioni, comodo da tenere in mano, caratteri agevoli per la lettura.
In quarta di copertina la foto su carta lucida contrasta fortemente con l’opaco del fondo grigio.
Senza ricorrere a materiali pregiati o a stranezze tipografiche, un volume che si lascia prendere come fosse un taccuino, per poi scoprire che le annotazioni e i disegni sono già tutti dentro.

Scatola magica con sorpresa.

The perfumier and the stinkhorn. Il taccuino del naturalista

TACCUINO NATURALISTA COPERTINAMi chiedo perchè Richard Mabey sia così maltrattato dalla casa editrice che -pur lodevolmente- lo traduce in Italia, Ponte alle Grazie.
I titoli dei suoi libri, stupefacenti, un po’ nonsense, understatement, un po’ referenziali, filosofici e poetici, vengono regolarmente stirati in una versione digeribile per l’italiano dotato di medie conoscenze sull’argomento, dando adito a delle travisazioni non da poco.
The perfumier and the stinkhorn , il profumiere e il satirione, questo è il titolo originale del librettino che Ponte alle Grazie vende, cartonato, alla modesta cifra di 11 euro, con una copertina illustrata da Fabian Negrin.
Per 11 euro avremmo preferito una copertina paperback, più maneggevole su un formato così piccolo, e un’illustrazione più bella, anche se quella di Negrin non è deplorevole, magari con un inserto illustrato all’interno.
Ma per come si sono messe le cose nell’editoria italiana già bisogna ringraziare che questi libri vengano tradotti.

Mabey è un naturalista d’approccio romantico, come lui stesso dichiara, un tipo sensibile, afflitto da una depressione ondivaga e da frequenti attacchi di panico. Un osservatore che ben volentieri si scioglierebbe in una pozza d’acqua sulla terra, solo per il desiderio di abbandonare questa “tropo solida, solida carne” e penetrare il misterioso dialogo tra l’acqua, la terra, le foglie, gli animali, le rocce, le nuvole.
Un sognatore che si perderebbe in tutto questo, a cui la vita umana non basta, che non mette l’uomo al centro della sua visione naturalistica.

Tutto l’opposto di Clément, gigione tra i giardinieri, imbucato della filosofia, egomaniaco allo spasimo.
Le conoscenze naturalistiche di Mabey sono di una caratura e di uno spessore ben superiore a quello dell’ultra-famoso Gilles, grafomane d’oltralpe, che è riuscito a impadronirsi di una fetta di “filosofia del giardinaggio” e non molla la presa sull’aureo filone editoriale trovato (Quodlibet in questi giorni pubblica un altro suo volumetto).

L’inerzia editoriale e l’inconsistenza delle conoscenze naturalistiche da parte del pubblico, conducono inevitabilmente ad emulare e citare il famoso Clément, a scapito di un Mabey che quando scrive inchioda sulla pagina dei sentimenti, non come Clément, volatile come i pappi di un soffione.

La lettura di questo piccolo libro, un cahier di ottanta pagine, è come abbandonare la terra e farsi trascinare da una melodia arcaica. Seguire i percorsi di Mabey è come rivivere l’infanzia, vedere le Fate, rimanere soli sulla Terra.
E’ un’esperienza.
La sua scrittura dolce eppur icastica, i suoi racconti autentici, sinceri, il suo saltar di palo in frasca, tirando dietro di sè un lettore sempre più incuriosito e sempre più ammirato, per me fanno di Mabey il più valido naturalista tradotto in Italia, e i suoi libri delle squisistezze da non perdere.
Se ne vorrebbe ancora ed ancora, perchè Mabey fa vibrare le corde del cuore. Al contempo ci si rende conto che “ancora e ancora” lo trasformerebbe in un melenso fanfarone letterario, e che un libro l’anno, sia pur di ottanta pagine scarse, va bene.
Quelle ottanta pagine portano nel mondo delle meraviglie.

Il taccuino del naturalista_RichardMabey_The perfumier and the stinkhorn

Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti

Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti. Come una collana editoriale è stata capce di divulgare la conoscenza e l'amore per la natura. Illustrazione di copertina di yana Drumeva http://pepit.weebly.com/
Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti. Come una collana editoriale è stata capce di divulgare la conoscenza e l’amore per la natura. Illustrazione di copertina di Yana Drumeva http://pepit.weebly.com/
Se come me amate Ippolito Pizzetti, questo è un cameo editoriale da spiccare come una bacca ben matura.
Il volumetto edito dalla Pendragon, concepito e voluto dall’editore Antonio Bagnoli, raccoglie i testi delle bandelle dei 43 volumi pubblicati nella collana “L’Ornitorinco” diretta da Ippolito Pizzetti per la Rizzoli.
Sebbene il volume riporti che l’autore delle bandelle non è dichiaratamente Ippolito Pizzetti, personalmente non ho paura di sbilanciarmi e di dire che sono certamente sue. In queste bandelle c’è un Pizzetti concentrato all’ennesima potenza. Pizzetti era come ogni grande, grandissimo scrittore: maggiori difficoltà, maggiore onore. Nello spazio ristretto e scomodo della bandella, testo che deve spiegare, riassumere, ma anche allettare, incuriosire, Pizzetti diede dei risultati che sono tra i massimi della sua produzione.
E il fatto di ritrovarli tutti riuniti qui, in un unico volume, è un’opera di ricorstruzione bibliografica inestimabile, nonché un dono per gli amanti del grande patriarca del giardino italiano.

Le bandelle degli “ornitorinchi” non sono certo come quelle andanti per la maggiore oggi, piene di falsità, di svenevolezze, di marketing e di sciocchezzuole da editor fresco di diploma.
Sono autentici, piccoli capolavori. Sincere, prima d’ogni cosa. E poi acute, romantiche, sognanti.

Sul prestigioso inserto domenicale del Sole24Ore è uscita una recensione scritta dallo stesso editore della Pendragon, che spiega tutta la vicenda editoriale della collana e di come si è arrivata a ricomporla. Vi metto un’immagine in formato jpg ad alta risoluzione se volte leggerla.

Recensione inserto domenicale Sole24Ore 7 luglio 2013
Recensione inserto domenicale Sole24Ore 7 luglio 2013

Del libro devo dire un’altra cosa: ho avuto l’onore di scrivere un pezzo introduttivo sulla figura di Ippolito Pizzetti.
L’emozione con cui ho redatto questo breve testo è stata immensa ed è inutile che mi perda in chiacchiere.

saggio su Ippolito Pizzetti
saggio su Ippolito Pizzetti

Il libro non è esente da imperfezioni, di natura squisitamente tipografica. Le scansioni delle copertine sono spesso rese malamente -un tratto negativo già rilevato in altre pubblicazioni Pendragon- inoltre sono molto piccole. Meglio e più giusto sarebbe stato pubblicarle in un inserto centrale su carta lucida. Anche se questo avesse fatto lievitare i costi di cinque euro, poiché ogni amatore di Pizzetti avrebbe speso di più per avere un prodotto migliore.

Qui potete scaricare il pdf della recensione ornitorinchi lidia zitara pendragon ippolito pizzetti1
Mentre l’ornitorinco che si aggirava tra gli scaffali qui potete scarire un file doc con la recensione dell’editore, e qui verde eccentrico il testo che è stato scritto sulla mia introduzione.

Vi lascio con una immagine che il giornale ha pubblicato riunendo alcune copertine degli “ornitorinchi” e un link al sito Aboutgarden in cui Simonetta (preziosa donatrice di sciroppi fragranti), parla un po’ di vecchi libri.
collana rizzoli ornitorinco  5

vecchi libri su Aboutgarden

Le immagini sono pesanti poichè ad alta definizione

Blossomzine

Blossomzine
Blossomzine

I più accorti e gli adepti di Facebook avranno avuto la notizia della nascita di una rivista online diretta da Dana Frigerio, titolata Blossomzine . E’ gratuita e consultabile online presso il sito che vi ho linkato. E’ molto fashion-trendy-lifestyle, un po’ distante dalle tematiche di Giardinaggio Irregolare, ma è stata fatta davvero bene e con grande amore e partecipazione di tante persone che vi hanno lavorato prestando la propria opera per il piacere di farlo. In ultima pagina c’è una intervista anche a muà, se qualcuno vuole darci un’occhiata.
Devo dire che tutte le persone della redazione sono state simpaticissime e si sono rivelate amichevoli, aperte, generose. Sapete, tra i blogger c’è sempre un po’ di competizione per i primi posti del ranking, ma per questo progetto si è lavorato insieme, e di tutte le cose che mi piacciono di Blossomzine, questa è quella che ho apprezzato di più.
Dateci un’occhiata, è una rivista fresca, con belle foto, con un occhio alla domesticità country e shabby, ma senza cadere nel dolciastro e svenevole. Ci sono notizie e informazioni sul giardino. C’è un bell’articolo sull’orto medievale.
Su Facebook potete cliccare il fatidico “mi piace”, o sfogliare la pagina delle foto e leggere l’intero magazine.

Di sotto vi metto una foto mia che è stata utilizzata per il magazine.

Una mia foto sul primo numero di Blossomzine
Una mia foto sul primo numero di Blossomzine

Maestri di giardino presenta “Scrivere verde” a Torino

tasini_def1Nell’ambito delle attività di Torino Musei, con biglietto di ingresso ad un euro, vorrei segnalare che l’8 maggio, alle ore 17, Daniele Mongera presenterà la collana “Scrivere Verde”.

I giardinieri scrivono. L’hanno sempre fatto. Tolgono gli stivali, sfilano i guanti, scrollano il pullover e aprono un diario. Potano appunti e vangano; innestano frasi e annaffiano. È un mestiere pratico, terricolo, ma sfugge come le stagioni; obbliga a un lavoro duro, ma effimero. Dove i bilanci sono affidati al tempo di un fiore, o di un frutto, che solo le parole sanno trattenere. Allora scrivono.

Ancora più in là nella stagione, il 26 giugno, sempre alle ore 17 – Diana pace presenterà la Collana “21/34”

Non meno di 21, non oltre 34. Tra questi due numeri interi, la spirale originata dalla successione di Fibonacci prende effettivamente il largo. Graficamente, la sequenza si esprime in una serie di quadrati che aumentano di dimensioni, restando legati al più piccolo, al quadrato di lato 1, da una regola aurea. Prima che ci si allontani troppo, è opportuno rintracciare l’origine, o lasciare traccia.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Domani Diana Pace presenta “Cosa c’è sotto”

Domani, 24 aprile alle 17, presso il Borgo medievale di Torino, in via Virgilio 107, Diana Pace presenterà il suo libro Cosa c’è sotto, edito dall’Associazione Maestri di Giardino nella collana “Scrivere verde”.

BM giardino 5Diana Pace è vivaista ed esperta di tecniche di coltivazione naturale.
L’incontro sarà l’occasione per scoprire come coltivare al meglio le piante in giardino e sul balcone a partire dal terreno e dai fertilizzanti naturali, aiutati anche da una breve attività pratica sul compostaggio, imparando a scegliere scarti della cucina e del giardino (i partecipanti sono invitati a portare i propri scarti) per ottenere un ricco nutrimento per le piante.

Conoscere cosa succede nel terreno permette di capire meglio l’ambiente del giardino e di contribuire, con tecniche di coltivazione rispettose, a una maggiore salute degli organismi viventi. Tutto questo è spiegato nel libro Cosa c’è sotto – Considerazioni sulla terra, in cui si affrontano temi legati alla cura e alla biologia delle piante con un approccio personale, preciso ma non tecnico, accessibile a tutti, introdotto da un excursus sulle principali tecniche di coltivazione alternative. Obiettivo dell’autrice è proporre un ecosistema ispirato a quello della foresta, ma esteticamente piacevole e adatto a essere declinato negli spazi ristretti di un giardino

APPUNTAMENTI SUCCESSIVI:

12 giugno 2013, ore 17

Presentazione della collana di libri “Passione verde” Mimma Pallavicini. I lavori nell’orto e in giardino, potature e innesti, piante annuali e aromatiche

INFO: tel. 011 4431714 – 011 4431701 e-mail giardinomedievale@fondazionetorinomusei.it
sito internet http://www.borgomedievaletorino.it/giardino

BM giardino 4