La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.

Che giardino mi piace

Mi hanno chiesto. Rispondo:
mi piacciono i giardini di Capability Brown, e forse il sogno della mia vita è Chatsworth (non foss’altro per far correre liberi i miei cani su un prato senza fine), mi piacciono gli orti ferroviari di Milano, i piccoli cottage inglesi con fioriture arruffate e le galline alla ricerca di lombrichi, mi piacciono i giardini di sabbia giapponesi, severi, mistici, distanti, e quelli minimal, bianchi, concettuali e con poche piante, quelli sperimentali, le installazioni.
Mi piacciono tutti i giardini, giardini veri, col cuore e con l’anima, giardini pensati, giardini voluti. Ci sono tanti giardini farlocconi, lussuosi e taroccati, ben tenuti, rasati, siepati e pratati, ormonizzati, siliconati, in cui non c’è un briciolo di idea, di creatività, di desiderio. Ce ne sono tanti altri, che sono “imitazioni”, in genere con tante rose e bordure miste. Ci sono quelli “perbene”, che a voler essere cattivelli potremmo definire da parvenu o da “villan rifatto” e moltre sovrapposizioni di tutto questo. La bruttezza è a volte molto sottile.

Ma come disse Goethe, l’Arte è lunga, la vita è breve, il giudizio difficile, l’occasione buona passeggera.

Il livello Telecom

Il “livello Telecom” è uno stadio dell’esistenza umana nell’epoca post-capitalista. Non per tutti si chiama “livello Telecom”, potrebbe essere “livello Eni Gas e Luce”, oppure “livello Infostrada”.
In termini psichiatrici e antropologici, il “livello Telecom” identifica quella fase dell’esistenza in cui non si è più capaci di mantenere le apparenze e si diventa completamente inabili nel contenere il fastidio arrecatoci da persone, cose e situazioni. In letteratura medica si riscontrano diversi comportamenti: non rispondere più al telefono manco se è dio (ciò include la messaggistica istantanea: i messaggi vengono visualizzati, ma se non richiedono risposta, vengono ignorati), non rispondere al citofono, buttare vecchi oggetti come cimeli familiari o mobili, ignorare i rompipalle e sfancularli implicitamente, “amici”, datori di lavoro e eminenti personalità incluse.

Il “livello Telecom” prende questa denominazione (che, come avete visto, è variabile) dall’espressione della voce durante i colloqui con il 187. Se non avete raggiunto il “livello Telecom” probabilmente tentate ancora di essere cortesi con l’operatore che vi risponde, vi sforzate di esporre il vostro problema con gentilezza, di infilare una sorta di sorriso immaginario nel dialogo, anche se tutto risulta innaturale e “sudato”.
Quando avrete raggiunto il “livello Telecom” il tono della vostra voce suonerà inequivocabilmente minatorio sin dal salve, il mio numero cliente è ….
L’operatore Telecom, che è come un cane da tartufi per capire l’umore delle persone, ché Freud poteva portarsi le barche all’asciutto a confronto, risponderà a tono, perché lui o lei, il “livello Telecom” l’ha raggiunto molto prima di voi. Perciò ve lo dico, non pensate di poter battere un centralinista Telecom: semplicemente in voi la “telecommaggine” non è così forte. Immaginate di essere cintura marrone e loro dan di novantesimo livello.
Alla vostra richiesta il suo “attenda” suonerà come lo vedi questo bottone? Se lo schiaccio la tua linea andrà per sempre a 2 mega, perciò non ti conviene.

Anche con i call center che propongono offerte il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” non tenterà neanche la strada del mi scusi sono sotto la doccia, no grazie non mi interessa, non le faccio perder tempo, etc + saluto di cortesia. No. Chi ha raggiunto il “livello Telecom” riattacca, e basta.

Il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” è perfettamente capace di chiudere rapporti personali o lavorativi anche di lunga data se si sente in qualche modo insultato o -anche involontariamente- privato della sua dignità. Il soggetto “livello Telecom” non sopporta telefonate di durata superiore agli otto minuti.

Il soggetto “livello Telecom” non è assoggettabile con la forza di volontà o con la blandizie e difficilmente nutre ammirazione per le “persone normali”. Diventa assai pericoloso se si compie un’evidente ingiustizia di fronte ai suoi occhi: nel qual caso potrebbe reagire con violenza.

Il soggetto “livello Telecom” diventa aggressivo e in grado di arrecare seri danni in caso di saccenza e in presenza di persone che parlano con tono di voce acuto. È infatti testato che frasi come ma tu sbagli, dovresti fare così, non ti sei comportato bene, hai fatto un errore, guarda me, perché non hai chiamato me e similari possono indurre il soggetto a afferrare la prima cosa che capita e scagliarla addosso all’interlocutore.

In particolare le risposte con due o più parole, di cui la prima è “no”, determinano una reazione violenta e incontrollabile.

Lucertola

Allora racconterò del giardino di mia zia.

Un piccolo cortile di una casa nobiliare in campagna, costruita all’inizio del Novecento per le vacanze estive, dove il caldo sole del sud maturava un vigneto adiacente, a cui si accedeva da un piccolo cancello arcuato, da fiaba.
Ero piccola, e mi sembrava enorme e ricco di luoghi segreti e magici. Mi era concesso andarci solo di rado, e questo lo rendeva immensamente desiderabile, una calamita che mi tirava da dentro le ossa, mentre seduta al tavolo ripetevo le tabelline e guardavo dalle alte finestre il cielo azzurro, ma così azzurro e liquido che pareva poter entrare nella stanza come una brezza per prendermi e sospingermi fuori. I grossi quadretti del foglio di algebra elementare erano ostacoli che si frapponevano tra me e il giardino, solo a compiti finiti era consentito il gioco non sorvegliato.
La zia, che fingeva amore e tenera severità, mi accompagnava fino alla porta d’ingresso, usciva solo per assicurarsi che il cancello fosse chiuso, tirandolo e spingendolo più volte, poi si ritirava dal sole, che odiava. Accostava la porta per non far entrare le lucertole, bloccandola con il chiavistello aperto, per impedire che io mi chiudessi fuori. Nessuna chiave doveva essere data ai bambini, nessuna porta doveva avere le chiavi.

La prima cosa che facevo era correre al cancello per assicurarmi che fosse davvero chiuso. Era sempre chiuso. Poi attraversavo lentamente il cortile: un corridoio di pochi metri che mi sembravano infiniti. Ogni centimetro di terra aveva qualcosa da dire, non perché il giardino fosse particolarmente curato o traboccante di fiori, ma perché era terra, diversa dal tavolo, dai fogli a quadretti, dalla scuola, dalle braccia conserte e le gambe dritte, diversa dai grembiuli neri e bianchi, i codini, le trecce e le cartelle, dal fischietto della maestra.

Setacciavo il giardino centimetro per centimetro a caccia di nuove cose: vermi, animaletti, file di rosse formiche, crepe nel muretto. Non potevo sporcarmi le mani o i vestiti, sarebbe stata una grave infrazione, perciò guardavo e non toccavo, oppure prendevo un bastoncino di canna con cui sollevavo le foglie di pervinca alla ricerca di fiori azzurrini, e di violette, quando era il periodo.
C’era un sedile, che decenni prima doveva essere stato grazioso, con i braccioli in pietra e la seduta di piastrelle decorate. Gli facevano ombra due grandi pittospori, densi e fronzuti. Staccavo i frutti e li lanciavo dall’altra parte, nella vigna, dove non era permesso andare. Quando ero di cattivo umore ne raccoglievo manciate e li tiravo oltre l’alto muro, dove sapevo che sarebbero finiti per strada e dove speravo avrebbero fatto scivolare la figlia del fruttivendolo o del droghiere, che mi guardavano da sotto in su perché ero piccola.

Il sedile era il posto dove preferivo stare, al centro del cortile: ai quattro angoli erano piantati dei folti cespi di Agapanthus e di iris, che non fiorivano mai per la troppa ombra, e le cui larghe foglie spadiformi rimanevano immobili. Dal sedile potevo vedere oltre l’arco sui correva uno strano ibrido di Bignonia, color mostarda e arancio, fino al mio ultimo punto di ancoraggio visivo: un vaso di euforbia spinosa rossa, le cui bratteole appiccicose appuntavo al maglioncino se immaginavo di essere una principessa al ballo.

A sinistra però non guardavo mai. Avevo paura del vaso cilindrico dove si raccoglieva l’acqua piovana, in cui una volta avevo sbirciato allontanandomi subito, orripilata dalla vista di decine di lucertole che tentavano di uscirne, dimenandosi come pazze, azzannandosi, usando il corpo delle altre come trampolino, anche di quelle morte, riverse a pancia in su, l’addome bianco e molle nell’acqua scura e terrosa.
Il giorno dopo il vaso era stato rovesciato e non c’era traccia di lucertole.

C’era un signore che veniva a pulire il giardino, secondo me lo puliva troppo, ma la zia non voleva sporcizia, e la terra –diceva- era molto sporca.

Lo stradone a inizio giugno

Dietro casa mia c’è un vasto incolto che ho sempre molto amato, sin da piccola. Era il mio rifugio (probabilmente non ero l’unica bambina che vi si nascondeva per rifuggire dalle lezioni di matematica o dalle iniezioni) e sono certa che ancora oggi vi abitino le Fate – certo, in numero molto minore rispetto agli anni Ottanta.

La cardiologa mi ha detto che devo camminare per migliorare la circolazione, perciò senza troppi se e troppi, ma, mi dirigo sullo stradone che costeggia l’incolto, con tappinelle e crema solare zincata protezione 50+, con una Coolpix dondolante appesa al suo laccetto, come i capponi di Renzo.

A causa delle continue pulizie la flora non è che quella pionierissima e super resistente: canne, avena sterile, fiordaliso selvatico, poco altro.
Complice la luce dorata del tramonto, che rende tutto magico, ho scattato delle foto, in automatico, potete controllare i metadati (ho solo ridimensionato le immagini per poterle inserire).
La fotografia alla luce del tramonto per me è un “barbatrucco” più enorme di tutti i filtri di Photoshop messi assieme, e mi piacerebbe sapere la vostra.
La Coolpix, sempre disprezzata dai veri fotografi, se l’è cavata, ma è facile cucinare un buon piatto con gamberetti freschi e basilico appena colto.

Capofilico, Siderno

Pista ciclabile di Locri, metà maggio

A causa di un incidente sono rimasta a letto per oltre un mese, con una vertebra fratturata. Ho perso così molte delle fioriture che si sono rapidamente succedute e sovrapposte come mai ricordassi.
Le rose in giardino sono sbocciate già “cotte”, sortendo vari effetti culinari a seconda della consistenza del petalo: cartaceo arrosto, polposo bollito.
La primavera è durata un paio di settimane e nonostante ancora faccia un caldo incerto, soffocato dall’umido, ormai le fioriture sono andate.
Mi spiace aver perso quella del lino selvatico, che da anni fiorisce vicino a questi pelargoni a ridosso di un incolto sulla “pista ciclabile” di Locri (virgolattato obbligatorio).
Con fatica oggi sono andata a controllare, ma era troppo tardi.

L’irrigazione a scorrimento e la paura di papà

Mi è stato chiesto di pubblicare questo contenuto sull’irrigazione a scorrimento. Non l’ho scritto io, e non ci ricavo niente nel pubblicarlo, ma mi ha interessata per il fatto che questo è il sistema di irrigazione più vecchio al mondo e probabilmente il più ecologico, di certo uno dei più avvicinabili ed economici anche per chi ha poca acqua in estate.
Ma soprattutto, lo confesso, perché mi ha istantaneamente riportato a galla un ricordo familiare.
Adesso leggete l’articolo, ché dopo ve lo racconto.


Sistemi di irrigazione a scorrimento (link)

L’irrigazione a scorrimento include una varietà di tipi d’irrigazione che hanno la caratteristica comune dell’applicazione dell’acqua sulla superficie del terreno per poi distribuirla a tutto il campo usando la forza di gravità, in modo che la portata dell’acqua diminuisca lungo il campo in quanto si infiltra nel terreno.

Il fatto che la forza di gravità realizzi la distribuzione dell’acqua permette che non sia necessario disporre di strutture complesse di distribuzione dell’acqua per la porzione di terreno da irrigare, come le tuberie presenti nei sistemi ad aspersione o a goccia.

Dall’altro lato non è nemmeno necessario pressurizzare l’acqua per ottenere una distribuzione corretta ed uniforme. Questo fa sì che il sistema d’irrigazione a scorrimento presentino due vantaggi economici chiari: non hanno bisogno di complessi strumenti con costi difficili da ammortizzare nell’economia dell’agricoltore, ne è necessario pompare l’acqua sopra il livello dell’appezzamento, con relativo risparmio economico.

Quando i sistemi d’irrigazione a scorrimento sono ben progettati ed utilizzati nel modo appropriato l’irrigazione a scorrimento è molto efficiente e permette l’irrigazione uniforme del terreno.

Senza dubbio quando questi sistemi sono mal progettati o mal operanti, o quando non sono adattati alle condizioni particolari di una tenuta, questi vantaggi si vedono annullati a causa di altri costi collegati al sistema, come elevate necessità di mano d’opera, diminuzione nella produzione o poca efficienza nell’uso dell’acqua.

La sfida attuale dell’ingegneria dell’irrigazione è modernizzare e riabilitare questi sistemi, in modo da ottenere un’elevata efficienza ed uniformità dell’irrigazione per minimizzare le perdite dovute al deflusso superficiale e, diminuendo così l’aggressione all’ambiente.

L’obiettivo primordiale dell’irrigazione è somministrare alla coltivazione l’acqua additiva a quella delle precipitazioni per un ottimale sviluppo e coprire le necessità di lavaggio dei sali per evitare un accumulo nel suolo, assicurando la sostenibilità dell’irrigazione.

L’irrigazione a scorrimento si divide in fasi che separano processi idraulici distinti e che aiutano la comprensione e l’analisi del movimento dell’acqua sulla superficie del terreno. Le fasi d’irrigazione sono separate dai cosiddetti “tempi caratteristici”, nei quali si producono certe singolarità dell’irrigazione. Questi tempi sono:
• Tempo di inizio dell’irrigazione. È il tempo nel quale si inizia ad introdurre acqua nel terreno o nelle scanalature;
• Tempo di avanzamento. È il tempo nel quale l’acqua copre la totalità del terreno o arriva alla fine delle scanalature;
• Tempo di taglio. Tempo nel quale l’acqua smette di essere introdotta al terreno o alla scanalatura;
• Tempo di svuotamento. Tempo nel quale una parte del terreno o della scanalatura resta in superficie dopo l’infiltrazione dell’acqua o il suo spostamento verso altre zone;
• Tempo di recesso: è il tempo nel quale l’acqua sparisce da tutta la superficie del terreno o della scanalatura.

La durata tra questi tempi caratteristici definisce le tipiche fasi dell’irrigazione a scorrimento.

—-

Ora vi racconto l’ aneddoto familiare, che vorrei ricordare meglio. Nella foto che vedete sopra, ai bordi della strada ci sono due muretti di cemento. Alla base, nascosti da tutti quei cespugli di inula, Xanthium, calcatreppole e lapini, ci sono due canalette profonde circa 30 cm e larghe altrettanto. Ogni “tot” si vedono benissimo le scanalature della guida in cui si inseriva una placca di metallo, o forse un pannello di legno, per “tagliare” l’acqua, in modo che il flusso potesse irrigare un altro campo. Queste canalette sono abbastanza diffuse a Siderno, come anche le torrette che servivano a dare pressione all’acqua e dove (credo) ci fossero delle pompe.
Noi ne abbiamo una adiacente alla nostra proprietà, è quella di cui parlo nella Piccola Estate, ed è proprio su quella che si arrampica una Bougainvillea ‘San Diego Red’ che mia sorella piantò negli anni Ottanta.
Ora, la “tagliata” dell’acqua era una questione di importanza capitale e curiosamente in qualche modo contribuì al rafforzamento del potere della ‘ndrangheta a livello locale. Era la ‘ndragheta a regolare le tagliate, e allungare il tempo di irrigazione al proprio campo poteva costar caro a un coltivatore.
Il controllo delle tagliate mise in moto un perverso meccanismo: il potere di eseguirle veniva affidato ai contadini più fedeli, servili e spesso violenti, che diventavano così piccoli e feroci tiranni a livello locale.
Mio padre, la cui famiglia di commercianti era sempre stata rispettata, pur rimanendo distantissima dalla mafia, mi raccontò che oltre al servizio di leva impugnò un’ arma solo da giovanotto, quando fu costretto ad andare a farsi “rispettare” da un contadino che aveva indebitamente tolto l’acqua al fondo di agrumi di famiglia.

Diavolo, mio padre me lo raccontò così, en passant, che poteva averci sessant’anni, ma credetemi, era spaventato da morire.

Arredare un giardino (J’accuse)

Quando mi interrogo sul significato di un termine complesso, il dizionario etimologico è una delle prime risorse a cui faccio capo.
Tempo addietro mi capitò di leggere una domanda su come “arredare” un giardino.
Purtroppo, complice il linguaggio burocratico, subito ripreso da siti contenitore di qualità scadente (“I dieci modi per arredare il tuo giardino con meno di 100 euro” e cose così), questo sintagma errato e francamente pure brutto a sentirsi, si è diffuso tra chi il giardinaggio lo pratica due volte l’anno: la prima quando spende 500 euro in vivaio per piante, vasi, terricci, concimi e decorazioni varie, la seconda quando le piante morte e il terriccio indurito vengono gettati nell’organico.

Ho cercato dunque i termmini “arredare” e “arredo” sui dizionari etimologici di cui dispongo, uno dei quali è il Pianigiani, usato su etimo.it.
Così recita il Pianigiani:
Ne emerge subito che l’etimologia, come per tutte le parole complesse e che sono fondative della nostra quotidianità (anche mentale), non è univoca.
La Treccani:


Garzanti, laconico

Sabatini Coletti, come sempre semplice e chiaro

Nessuno di questi dizionari fa menzione di giardini da arredare, neanche la Treccani, l’unica che -almeno online- parla di “arredo urbano”, definendolo quel complesso di oggetti, come panchine, statue e fontane, che servono per rendere accogliente, bella e funzionale una città o un paese. Comprese le aiole di proprietà comunale, quindi le rotatorie, le fioriere, le alberature pubbliche.

Un giardino insomma non si arreda. Un giardino si crea, si disegna, si imposta, si progetta, si studia, si pianifica, si dispone, si organizza, si sistema, a volte si restaura, spesso si arrangia o si inventa, si allestisce (se si tratta di un giardino temporaneo), un giardino è un qualcosa che deve prendere una forma, una forma che noi decidiamo.
A differenza dell’arredamento d’interni, di cui la progettazione del giardino a volte può anche seguire gli schemi di disposizione prospettica, degli ingombri e dei colori (specie in quel tipo di giardino modernista in cui l’esterno era una proiezione dell’interno, senza che nessuna delle due parti perdesse coerenza se separata dall’altra), il giardino -di solito- si fa con le piante. Le piante (guarda tu se uno deve ribadire certi concetti da prima elemetare) non sono oggetti. Non sono lampade, non sono divani. Non è che dove le metti stanno, e al massimo si impolverano o si rigano o si macchiano. Non è che il divano esce da un ovetto piccino picciò e cresce nel tempo. “Eh, cara, il divano è diventato troppo grande, bisogna chiamare il falegname per farlo accorciare…”.
Il giardino è imprevedibile, perché le piante tendono a fare cose inaspettate e a comportarsi non esattamente come avevamo previsto.
Non sono immutabili, e una volta “composto” o “finito” il giardino (cioè “arredato”), le piante non staranno lì ferme come bomboniere in esposizione, ma faranno un sacco di cose: in alcune speriamo, in altre no, altre ancora le temiamo, altre saranno belle o brutte sorprese, e via via fino a eventi che non avremmo neanche immaginato.
Il giardino è anche (solitamente) costituito di altre cose oltre le piante, vialetti, muri, reti, ringhiere, vasi, ecc. Anche questi subiscono mutamenti a volte anche piuttosto rapidi poiché sottoposti alle intemperie.

Ma più di ogni altra cosa ciò che differenzia il giardino dall’arredamento è che questo ha a che fare con oggetti e cose fatte dall’Essere Umano, “oggetti culturali”. Mentre il giardino ha a che fare con “soggetti naturali” su cui il potere umano è decisamente limitato.

Usare questa espressione è da pigri, ottusi, conformisti che si fermano sotto la soglia della mediocrità, che van dietro alla moda del burocratismo linguistico. Insomma, dei kitschmenchen che pensano con la testa degli altri e abdicano al loro diritto di esercizio della facoltà di giudizio critico.

Ecco perché quando leggo come accetbile o accettata la frase “arredare un giardino”, concludo una sola cosa: chi non si batte contro l’errore concettuale che è alla base, lo fa solo per convenienza. Lo fa perché gli conviene che attorno a sé ci siano persone ignare, ignoranti e vacue, e poter in questo modo risaltare tra esse grazie ai suoi modestissimi talenti.

I boccioli di lillà (la promessa, la svolta, il prestigio)

Era un’estate torrida, asciutta.
Andammo alla fiumara dell’Amendolea a vedere antiche rovine. Tra le vecchie e nobili pietre, disincastrate dalla loro posizione da tellurici eventi e bradisismi, i fiori e le piante della gariga: cardaccioni, verbaschi, malva, scabiosa, centranthus rosso, convolvoli e una cotica di erbe, verdi, grigie e marroncine, difficili da catalogare senza un manuale. Sul fondo del vallone, a cercar acqua, oleandri rosa e rossi come un rivo di colore appena spremuto dal tubetto.
In alto, sulla rocca, c’era una apiacea insolita, neanche il dr. Porcelli era riuscito nell’identificazione. Sfiorita, le infiorescenze parevano ventagli color biscotto, grandi, da farti venire l’acquolina in bocca. Mi riempii le tasche di semi e li buttai in giardino.

Ma non è lei l’apiacea che è nata. È lo Smyrnium olusatrum, i cui semi ho raccolto un po’ ovunque, ai bordi delle strade. Lo Smyrnium è una pianta molto meno chic di quella della fiumara Amendolea, non è necessario percorrere salite spezzagambe, sul ciglio del dirupo, pregando la madonna, dio e tutti i santi di non cadere di sotto, basta fermare l’auto se si avvista. Freccia a destra e parcheggio. Nessuna acrobazia. Che banalità, Smyrnium.

Il primo vero verde di prima primavera è il suo. Quello e il bianco di una comune spirea basterebbero a saziare i miei occhi, tanto che vorrei tutto si fermasse lì: il verde acido dello Smyrnium e il bianco a coriandoli della spirea. Quando i cani ci passano sotto e ne escono coperti di petali bianchi, come delle spose, io non posso chiedere di più
Non oltre, vi prego!

Il verde pubescente delle nuove foglie mi acceca, la massa di boccioli sulle rose attende come una cupola di proiettili pronti all’innesco. Alcune rose vanno così in fretta che da un giorno all’altro il verde scrigno del bocciolo si apre, mostrando una forma quasi cubica, con la base di un rosso che sembra sangue uscito dalla bocca di un gatto ammazzato.
Fermatevi, pazze! Non sapete cosa c’è dopo? C’è la banalità del fiore aperto, che dio, può essere il più bello del mondo, ma non è più una promessa, non è più il sogno, non è più il desiderio. È quando tutto finisce, il momento di freddo che prende il corpo e lo irrigidisce. È l’obbligo di pensare: “Che bello, è bellissimo, è superlativo: tanti mesi di attesa ricompensati da quest’unico fiore”. Mentre tu pensi solo che dovrebbe piacerti e non capisci perché, sì ti piace, corpo se ti piace, ma ti piaceva più prima. Molto di più. Preferivi il bocciolo con i petali quasi invisibili, e la base ovoidale, tonda, gonfia, appena toccata di scarlatto.
Se tutto rimanesse così: una promessa di un bel domani. Come nel film The prestige, le tre fasi della magia: la promessa, la svolta, il prestigio.

Il prestigio sono le carnose foglie del sedum già richiuse su sé stesse per evitare la traspirazione, quelle grandi, enormi dell’acanto flosce come bollite, pronte per giganteschi falafel.
La lavanda apre le sue spighe grigie, lasciando intravedere un viola lillacino destinato a diventare un marrone cianotico dopo la sfioritura e fino alla potatura. I fiori di lillà sbocciano, rosa, rosini, banalotti. La pianta sta lì e io non la tolgo: è tanto bella, quando è carica grappoli piccoli e verdi, con quelle sue foglioline fini, a forma di cuore, che ti viene voglia di avere quindici anni, staccarle e metterle nel diario di scuola. Poi tutto si guasta con la fioritura, così dozzinale, poi. Il lillà, una varietà comune trovata per santo miracolo al mercato, inizia la fioritura con un rosa edematoso, malato, tendente al grigio. Poi i fiorellini, pur graziosi, si aprono e diventano del colore che dà il nome alla pianta.
La spirea ha perso tutte le sue bellezze, i petali bianchi sono diventati di quel tipico color marrone delle cose vegetali morte o sfiorite. Lo Smyrnium è andato: ormai sta formando le capsule dei semi. È già tutto vecchio.
Il glicine ha sparato le sue cartucce e ora mette nuovo fogliame, come se potesse riscattarsi di essere sfiorito.

Il prestigio.

Salva