Versatile blogger award

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Come minimo

Orchis italica

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Aggiornamenti Blogroll

Cari colleghi e lettori,
conoscete me e la mia scelta editoriale. C’è chi desidera cambiare le cose, mantenendo una speranza più che un’illusione. Credo che internet debba essere libera (in verità non lo è mai stata) e franca, cioè veritiera e affidabile.
E’ da tempo che noto apparire in molti siti che ho elencato nel blogroll delle pubblicità più o meno invadenti, non i comuni ads impost dalle piattaforme gratuite, ma dei veri banner o degli articoli un po’ marcati su qualche prodotto. Per non parlare di foto-link a giochi, a negozi on-line, a siti di e-commerce.
Può darsi che a molti non dispiaccia leggerli e il detto “si deve pur campare” per me non è per niente una scusante a delle posizioni antitetiche (ad esempio orto in casa e pubblicità di noti marchi industriali – o il famoso bollino bufala il mio blog è a impatto zero) o ad un desiderio di visibilità a tutti i costi.
Per cui avviso fin d’ora che nel corso del tempo aggiusterò il mio blogroll secondo un più preciso sentire filosofico, eliminando o aggiungendo. Non so se dispiacermi o no per chi ne avrà a male, ammesso che qualcuno se ne accorga davvero. Penso che magari questa decisione possa essere interpretata come un segno dei tempi e un nuovo modo di intendere la comunicazione e la condivisione non finalizzata ad altro che al piacere di farlo, e possa essere di stimolo a fare altrettanto.
Se per questo i contatti segnalati vorranno rimuovere il link di Giardinaggio Irregolare a loro volta, io non me ne dorrò minimamente.

Disordine

MW 1.070

Sculture da fuoco (15 settembre ad Ameno- Novara)

Sculture da fuoco il documentario realizzato da Emilio Tremolada con Andrea Salvetti, che documenta la performance all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, sarà proiettato fuori concorso al Festival Corto e Fieno, il 15 settembre ad Ameno (Novara)

Corto e Fieno, Andrea Salvetti, Sculture da Fuoco
Andrea Salvetti. Sculture da fuoco. Film di Emilio Tremolada

Delicatessen

Italian Cyberpunk, Autori Vari, a cura di Franco Forte, Millelire Stampa Alternativa, 1995

Italian Cypberpunk. 8 racconti di fantascienza.
A cura di Franco Forte
© 1995 Millelire Stampa Alternativa

italian cyberpunkEra il 1997: non c’erano molte scuse. I grafici professionisti lavoravano già bene con i programmi digitali anche se dalla cattiva risoluzione della copertina non riesco a capire se si tratti di una pessima illustrazione fatta a mano con un vecchio strumento chiamato aerografo, o di una pessima illustrazione ritoccata in digitale con un allora più che dignitoso Photoshop 4.1.

La brutta copertina è stato il preludio ad una lettura estenuante e noiosissima, alla quale ho posto fine ieri, chiudendo l’ebook, cancellandolo e riprendendo Le Cosmicomiche per tirarmi un po’ su di morale.

Probabilemnte sono tra le persone meno adatte a parlare di cyberpunk, un genere che mi piace tanto al cinema quanto non mi piace leggere. Ma se Neuromante conserva intatto il suo mistico fascino, questa raccolta arranca pesantemente in una demenzialità matematico-tecnologica da trapassato remoto.

Mi auguro di aver scelto male, e che questo non sia tutto ciò (o il meglio di ciò) che l’Italia (segnatamente Milano e Napoli) hanno prodotto nel genere cyberpunk.

Uao, plastica!

Dopo un periodo in cui tutti avevamo le sporte, sono tornate alla grande le buste di plastica. Tanto le abbiamo sempre pagate. Ora ci dicono però che sono “ecologiche” perchè biodegradabili.
Sì, si degradano, ma rimanendo nella loro forma polimerica, che finisce comunque nell’acqua e che si accumula, producendo chissà che malattie o effetti teratogeni.
Non esiste nemmeno sulla Terra un organismo in grado di assimilare e scomporre il PVC. Per quello che ne sappiamo il PVC in forma polimerica potrebbe essere ancora sulla Terra quando il sole diventerà una gigante rossa.

Thunbergia grandiflora: da mostro postatomico a cagnolino da poltrona

Avete letto Il mondo senza di noi di Alan Weisman? Il libro da cui hanno tratto quella serie di documentari che va in onda su Focus?
Il libro è interessante, i documentari sono una catastrofe culturale, più che ecologica, tra il ridicolo e lo iettatorio.
Eppure una visione di questo genere
Last-of-us-environment
per me è un sogno ad occhi aperti, non foss’altro che il telefono non potrebbe mai, mai, mai, mai più squillare. In nessun luogo della terra.

In uno dei tanti vagheggiamenti giardinicoli avevo concepito un enorme giardino distopico e postatomico, con edifici assediati da piante, alberi sbucati dall’asfalto, cartelli stradali come supporto per i rampicanti.
Prendiamo Siderno: una amena (?) cittadina sul mare. Azzeriamo la popolazione (che sogno!) e lasciamo che crescano piante tutto in mezzo, incoraggiamole un po’, e qui e lì seminiamo un po’ di fiori. Nel giro di qualche decennio avremmo un lussureggiante giardino tra palazzine in stile internazionale e lidi abusivi. Altro che giardino in movimento ed elogio delle erbacce! Anche a Clément gli verrebbe da prendere il diserbante!
I fotoscioppari di tutto il mondo hanno dato sfogo alla loro creatività, inventando città sommerse o desertiche, mari prosciugati, ponti crollati, edifici a pezzi.
Siderno è una città come un’altra, ma vogliamo mettere disegnare la Tour Eiffel spezzata in due o la Statua della Libertà con la testa mozza? Capisci subito dove sei.
Landmark: strategia per vendere le città.

Bene, se qualche progettista pazzo, di comune accordo con un urbanista folle e dei governanti visionari, dovesse mai realizzare un giardino urbano postatomico, la Thunbergia sarebbe una pianta adatta a ricoprire muri e ponti, perlomeno dove il clima lo consente.
Non è una pianta da giardino perbene, come si tende a pensare, nè una pianta romantica da archi e pergolati, a far compagnia alle rose a fioritura estiva. No, macché, la Thunbergia deve avere a disposizione muri, piloni, alberi, tralicci della luce. In verità non si potrebbe nemmeno considerare una pianta da giardino, ma da boscaglia, o da jungla.
Non è affatto adatta per le ringhiere o per i muri perimetrali, dove viene di solito piazzata assieme al rincospermo (altra pianta che meriterebbe migliori destinazioni), dove diventa una boxing plant, una pianta in scatola, un cagnino da taschino, sempre potata, sempre tenuta in ordine, miserrimo riflesso di ciò che potrebbe essere.
thunbergia sotto la pioggia Qui si è mangiata un vecchio Hibiscus, si sta mangiando un arancio, e se ne sta andando su degli avocados, e anche noi la tagliamo (di tanto in tanto).
thunbergia sotto la pioggia 1
Alla peggio è una pianta da campagna, dove può andar libera su case, garage, ripostigli, pollai, porcili, per poi sparire nell’intrico degli agrumeti.
C’è chi la raccomanda in vaso. A volte ho dei moti di ribellione. Si consigliano piante piccole per i vasi, ma è vero che spesso queste stentano a partire, rimangono indecise. Allora si sterza su una pianta più aggressiva, mettiamo, una gran rosa rampicante tipo ‘Mermaid’, che andrà perioricamente svasata, a cui bisognerà tagliare chioma e radici, cambiare terriccio, ecc.
Be’, non so. Una rosa è una rosa, e dove la metti sta, ma una Thunbergia no. Qui si tratta di una reale violenza estetica ad una pianta.
Forse per la sua facilità di riproduzione, per seme o talea, è ormai considerata una pianta ordinaria e banalotta, diffusa in tutti i villini benestanti che hanno lunghi muri o recinzioni. Se non avesse fiori blu sarebbe già bella che sparita, considerata trash, volgare.
Ma datele un supporto, e si mangerà il mondo!