I miei progetti per l’autunno

hill topLa situazione più scombinata a casa mia, che mi richiederà certo più impegno, è quella che ormai Martha chiama “la questione dei cani”.
Pappiralfi ha bisogno di stare al caldo e all’asciutto, con la sua artrite, mentre dall’altro lato Bibo vorrebbe star fuori a rincorrere volpi e faine anche quando piove, con la fida compagnia di Bassotto, che invariabilmente torna a casa malconcio, ferito, con bronchite e febbre alta. Lei si getta nel laghetto anche in inverno e lui ritona con gli occhi incavati e le zampe tremanti. Non lo farò più uscire a meno che non indossi un maglione pesante.
Andreino non può più sopportare le angherie di Bibo e staziona sul mio letto come se lo presidiasse. Io e Martha lo laviamo due volte a settimana, ma siccome non tollera il phon, lo dobbiamo asciugare davanti al camino ben avviato. Andreino impiega ore ad asciugarsi, intanto noi lo coccoliamo con piccoli bocconcini.

Pertanto ho deciso che Pappiralfi dormirà su un futon molto imbottito, non troppo morbido. Ho già mandato in ordine i campioni dei tessuti che mi ha mostrato Mr. Goldberg.
Andreino dormirà con me, come sempre, e Bassotto avrà la sua ciotola di fianco al letto.
Bibo dormirà con Pappiralfi, su una comoda portrona con telaio in legno, in stile rococò.

La mattina, portandomi la prima tazza di tè, Martha condurrà i primi due fuori, mentre Pappi e Bibo hanno la porta socchiusa, e possono entrare nel corridoio e grattare alla porta della cucina, dove Idella li sentirebbe di sicuro.

Poi non so cosa fare con William. Mi viene a trovare così spesso! E quando Martha mi grida da lontano: “Miss! Sta arrivando il sergente William !”, il cuore mi schizza dal petto e mi blocco come un burattino. Osservo la sua bella figura salire verso la casa, e per rassicurami penso sempre al tè. Con una tazza di tè non si sbaglia mai.
Parliamo del più e del meno, e vedo Callum e Martha sparire, mentre Idella è più che indifferente a William e a ogni altro maschio.
Vorrei che mi dicesse qualcosa oltre le solite frasi sul giardino –Com’è bella la siepe quest’anno, Miss– oppure – Ha fatto qualcosa in quell’aiuola? La vedo diversa– Io rispondo, con gli occhi bassi alla mia coperta patchwork, ma in realtà tento di capire cos’abbia in testa. La cosa peggiore è che a volte i nostri sguardi si incrociano ed entrambi torniamo frettolosamante al cucito e al tè.
Be’, vorrei proprio che dicesse qualcosa, magari prima di Natale, ma forse non è interessato a me e viene a trovarmi solo per distrarsi o perché ho il miglior tè della contea, modestamente. Migliore della “Pertica d’Oro”, se mi posso permettere di vantarmi un po’.

Il giardino non mi preoccupa molto, stiamo già preparando le protezioni per l’inverno, e la serra si sta pian piano riempendo.
Abbiamo raccolto molto stallatico dal nostro vicino, e lo useremo come lettorino caldo per l’orto, o lo lasceremo maturare.
Le prime confetture di mele sono già partite e quando fruttificheranno le altre varietà per me e Idella saranno settimane di incessante lavoro per conservarle, seccarle, fare salse, confetture e gelatine.
L’ordine dai miei preziosi cataloghi è già scritto (tre volte) e pronto per essere imbucato da Callum. Non prenderò più la lattuga dell’anno scorso, è rimasta amara nonostante tutte le mie cure.
I cesti per lo stoccaggio dei bulbi di tulipano e narciso sono pronti: quando arriveranno dovrò assumere il giovane Noah per aiutare Callum, ce ne saranno oltre un migliaio da piantare.

Invece sono preoccupata per la mia giardinetta: il telaio in legno si muove, e sulle buche sobbalza tanto che sembra voler schizzare via. Non posso più rimandare, devo portarla dal vecchio Pappadakis perchè la sistemi.

Ho trovato un’altra gattina, nera e bianca. Ancora non ha un nome, ma è stata adottata da Iside. Rob mi ha chiesto se può tenerla lui, ma non sono sicura che se ne sappia prendere cura a dovere: è ancora molto giovane.

Sto preparando i regali di Natale: talee, piante, segnalibri, disegni, sciarpe e guanti, partiranno dall’ufficio postale della signora Oleson giusto in tempo per essere recapitati poco prima delle feste. Faremo l’albero con un ramo di ulivo, appendendo piccoli origami di carta rossa.

Raindrops on roses and whiskers on kittens
Bright copper kettles and warm woolen mittens
Brown paper packages tied up with strings
These are a few of my favorite things!

Mezzogiornexit: il salto quantico verso la morte del Sud

Ecco, ora la parola c’è: Mezzogiornexit.
È anche brutta, suona male, si scrive con difficoltà. Ma senza questa parola l’Italia non poteva ancora annientarci. Ora che c’è, state tranquilli, è solo una questione di tempo.
Possiamo fare armi e bagagli, signori: il Sud è finito e non c’è più niente che si possa fare.

L’invenzione di questa stupida e cacofonica parola ha scatenato le potenze della Fisica Quantistica e della Storia: non c’è più possibilità che l’elettrone che ci teneva vivi, incollati con lo sputo, come il gatto nella scatola di Schrödinger, si sposti da dove è stato collocato. La trappola si è azionata, il veleno è fuoriuscito dall’ampolla, il gatto è morto.
Non siamo sul punto di cadere, siamo già caduti. La terra ci manca sotto i piedi, l’attimo in cui potevamo ancora aggrapparci ad una radice sporgente dal dirupo, è trascorso, inghiottito dalla freccia unidirezionale del Tempo. Ora la velocità aumenterà con una accelerazione uniforme fino a portarci al momento più buio della nostra storia: qualcosa che oggi solo i più pessimisti tra gli autori di distopie riescono a immaginare.

Ciò che è sempre mancato agli studiosi di storia è la capacità di ipotizzare un futuro. Non è un luogo comune che gli storici siano dotti e noiosi, categorici e tanto tetragoni quanto un bieco professore di algebra. La lettura di fantascienza dovrebbe essere obbligatoria dei corsi universitari di Storia e in particolare somministrata come terapia d’urto ai membri della Deputazione di Storia Patria, in cannula giugulare aperta.

Se Marx, Gramsci e Zitara avessero letto fantascienza, forse oggi una speranza ci sarebbe.
Ma non è stato così e i giochi sono fatti. Il rapporto Svimez non è una terribile sirena d’allarme che segnala un pericolo imminente: è una marcia funebre ad un cadavere in stato di putrefazione.
Il Sud è morto nel 1861, e solo dopo 150 e più anni, qualcuno ha deciso di cantarci la messa.
Berlusconi, la Lega, il federalismo fiscale, D’Alema, l’euro, sono stati solo metastasi di un cancro incurabile.
Saviano contro Renzi, Flora Sculco su Saviano contro Renzi, Falasca dalle pagine di Italia Oggi, Neoborbonici incazzati, Duosiciliani agguerriti, Separatisti in fermento.

Sono tutte balle.

Chiudete tutto, preparatevi i bunker, fate scorta di farmaci, antibiotici, acqua demineralizzata e di scatolette a lunga scadenza. Fate fuggire i vostri figli, metteteli in salvo, non insegnategli il dialetto, non fategli amare questa terra. Cantategli l’inno di Mameli per farli addormentare, insegnategli il tedesco in culla, inculcategli l’anglofilia e fategli lezioni di legalità.
Nient’altro che seguire il vento potrà salvare qualcuno di noi, quelli più fortunati, che hanno spirito e giovinezza per andarsi a cercare una salvezza altrove.

Qui morirà tutto. E non ci vuole H.G. Wells per un facile pronostico.

Il coraggio di una rivoluzione non l’abbiamo, è inutile che stiamo a raccontarci frottole, nessuno metterà i sacchi di sabbia sulla Salerno-Reggio Calabria per fermare il camioncino Galbani.

Renzi è un fascista, Saviano un mediocre, Sculco una burocrate, Falasca un giornalista prezzolato.

Volete una ricetta per la salvezza? Il protocollo di salvataggio del Mezzogiorno dal default? Be’, non c’è.
Chi dice il contrario lo fa per convenienza.

La polvere di fata

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Tutti sanno che la polvere di fata rende magiche le cose. Polvere di fata per animare piatti e spugne per lavare la casa, polvere di fata per volare, polvere di fata per trasformare un giardino abbandonato in un orto di delizie.
La polvere di fata è meno rara di quanto si creda. In genere si trova in determinati ricordi, su alcune persone, su certi oggetti.
La storia ricorda alcune fate che -essendone naturalmente dotate- hanno portato la polvere di fata tra i babbani.
Martina Navratilova, John McEnroe, Mark Knopfler, Alexander Calder, George Gershwin e molti altri sono fate che hanno deciso di vivere tra gli umani, coltivandone le arti. Anche gli asinelli, i fiori, le papere, le sorgive, la lana, sono fate.

Insomma, con tutte queste fate in giro, viene a succedere che un po’ di polvere di fata circola nell’aria che respiriamo: per la precisione sono due granelli per 10 metri cubi. Avreste detto di meno, eh?
Ogni tanto uno di questi granelli si deposita su un babbano. E siccome la polvere di fata attrae magneticamente gli umani, anche un solo granello finito tra i capelli (o dietro le orecchie, per chi i capelli non li ha), ha effetti sorprendenti, trasformando l’umano o l’umana in un soggetto conteso, apprezzato, ammirato, quasi adorato. Il soggetto stesso ne beneficia, migliorando le sue qualità: più forte, più veloce, più seducente, più interessante, più eloquente.

In genere coloro che hanno più polvere di fata sono quelli che chiamiamo “amici”.
La polvere di fata li rende adorabili.
Il loro modo di vedere le cose è naturalmente più giusto del tuo, perché loro hanno la polvere. Sei tu che sbagli. E quando ti dicono “No no no nonononnonono”, oppure ti correggono, tu ti metti nel tuo cantuccio di normale babbano medio, pensando “Quanto sono fortunata ad avere un amico/amica come te, che mi corregge quando sbaglio!”, e i tuoi occhi si riempiono di stelline sbrilluccicanti.
Finché la polvere di fata abita gli amici, tutto quello che dicono è vangelo. Il loro consiglio è semplicemente quello che si deve fare, e basta. perché se non lo fai il tuo amico o la tua amica ti punirà privandoti del suo affetto.

Non metteresti mai in dubbio la parola di un amico, non penseresti mai che sta prendendo una cantonata, o che ti sta deliberatamente mentendo, che ti ha sempre nascosto qualosa, e soprattutto, non ti passerebbe mai e poi mai per la testa l’idea che possa per un solo secondo della sua vita non averti amato e stimato quanto tu hai amato e stimato lui o lei.
Non penseresti mai che è in malafede, che ti sta deliberatamente danneggiando, mentendo. Che insomma, il tuo amico è in realtà è una bietola e che la polvere di fata -dotata di una sua intelligenza- su di lui non ci si sarebbe mai andata a posare.

E arriva che ti accorgi la polvere di fata non c’entra niente, che era un semplice sentimento umano: amicizia incondizionata.

Ci sono poche parole per definire quella sensazione di aver perso un pezzo dei tuoi ricordi buoni, come un una libbra di polmone tagliato via e annerito dal cancro.
Credetemi.
Rimane la salda consapevolezza che se si ha dato col cuore, si ha dato bene, e che il dare è sempre un prendere simultaneo.

Da un’amicizia non vai mai via a mani vuote.

LEGEND, David Bennent, 1985, (c)Universal Pictures
LEGEND, David Bennent, 1985, (c)Universal Pictures

Il regalo del futuro

gallina_rosita_giardirregolare15 Ci sono delle cose che mi piacciono per avere in sé la qualità, rarissima in un oggetto, di regalare il tempo.
Un tempo preciso, che è il tempo futuro, il tempo della dolcezza e della speranza.

Le cose di carta, le penne, le matite, le gomme, i temperini, racchiudono i disegni che farai, per te, per i tuoi figli, per le persone che ami. Gli scarabocchi nelle ore passate al telefono. Gli appunti per un romanzo, un numero di telefono, un indirizzo.
La carta da lettere, i blocchetti, i quaderni sono future lettere ad amici lontani, che non si ha più neanche il coraggio di chiamare al telefono. Romanzi, racconti, storie vere, storie di draghi, di maghi e di fantasmi, da correggere all’imbrunire.
Le carpette e gli elastici saranno meglio dei reali sigilli di ceralacca. Un nastro a cui fare un fiocco, per essere più cortesi.

I fili. La lana. Gomitoli di mille colori, morbidi, soffici, accostati l’uno all’altro come cagnolini pelosi sul ventre della mamma.
Sono future calze, future sciarpe, futuri maglioni che potranno essere a loro volta regalati. Sono pomeriggi stanchi e domestici, passati davanti alla sciocca TV, a chiacchierare in famiglia.

I libri. Amici con cui trascorrerai ore insieme, senza che loro pretendano niente da te, o ti vogliano cambiare. Ti lasceranno sempre qualcosa, anche il più brutto. Vivranno per sempre con te.

La bicicletta. Occhi futuri sul paesaggio futuro.

I semi. Ricchezza presente, bellezza futura.

Portachiavi “bomba di Urano” per #natalealverde

Natalealverde settimana 3 (1)Ieri al mio piccolo paesello è mancata la linea ADSL. Non vi dico: il panico.
Perciò arrivo oggi con ritardo e un po’ in soggezione nel presentarvi l’idea assurda che ho concepito per l’iniziativa #natalealverde.

Be’, lo sapete che io le cose le prendo sul serio, no? Mi si era intarlata in testa l’idea di un portachiavi da regalare a una amica. Ma non volevo niente a che fare con cuoio, feltro, maglia e uncinetto. Il primo per motivi ecologici, gli altri per la mia completa inettitudine al fai da te.
Mi sono ritrovata questa palletta di faggio e ho chiesto a un amico di praticare un foro da parte a parte, pensando di fissarci un nastro con un occhiello, dentro cui far passare il classico anello d’accio per le chiavi.

Il mio amico me la restituisce con dei fili di rame dentro, tanto per farmi pensare a qualche cosa di differente rispetto al classico nastrino.

Natalealverde settimana 3 (3)

Lo confesso, una volta finito non è piaciuto a nessuno, anzi, mi hanno derisa. Sentite, io l’ho fatto col cuore, magari potrà darvi qualche idea. Basta un oggetto che sia pesante o un po’ grosso, perché un portachiavi non deve essere leggero, specie se da donna. Un filo, una catenina o qualcosa che fissi il corpo ad un anello da chiavi, e basta.

Natalealverde settimana 3 (2)

Natalealverde settimana 3 (4)

Io la palletta l’ho dipinta di verde color Urano/Nettuno, ma se il vostro materiale è bello al naturale, potete lasciarla com’è. È davvero a costo zero, fatta con quello che si ha in casa. Potete prendere anche un sasso dalla spiaggia, tondeggiante e non troppo spesso. Il problema sarà praticare il foro, ma con una piccola cordicella da marinaio, sarebbe davvero grazioso.
Per quanto riguarda le decorazioni io ho usato quegli smalti un po’ glitterati e luminescenti, ma il legno recepisce bene anche le comuni tempere da scuola, purchè lasciate molto liquide, tipo velatura.
Se non avete niente e volete comunque applicare qualche tipo di decorazione, prendete piccoli ritagli, di giornali o riviste, francobolli, qualsiasi disegno vi piaccia, incollateli e passateci sopra numerose mani di colla. Maglio sarebbe una o due mani di flatting opaco (va bene anche quello in barattolo, ma meglio lo spray).

Ecco, io ci ho provato, ragazzi. Ora però voi non mi dovete ridere dietro!
Natalealverde settimana 3 (5)

Partecipano all’iniziativa #natalealverde i seguenti blog:

Aboutgarden
Art and craft
Cakegardenproject
Centopercentomamma
Comida De Mama
Con le ballerine verdi
Dana garden design
Giato Salò
Home Shabby Home
Hortusinconclusus
Piccolecose
4piedi&8.5pollici
Quattro toni di verde
SalviaeRosmarino
Shabbychicinteriors
Shabbysoul
Ultimissime dal forno
Un giardino in diretta
25mqdiverde
Verdeinsiemeweb
Il Castello di Zucchero
La malle de maman
L’ortodiMichelle
Non solo stoffa
Orti in progress
Ortodeicolori
Passeggiandoingiardino
Piciecastagne

Tutte le rose in un solo cane

2 Febbraio 2012
La parola “padrone”

Cuccio capofilicoSì badrone, vengo badrone, subito badrone.

Ecco quello che mi suscita la parola “padrone”, che non risulta né più digeribile né più tollerabile con il suo diminutivo “padroncino” (che fa pensare ai camionisti), né “padroncina”, che a momenti ti viene in mente un film porno.
Quei brutti doppiaggi dei film in bianco e nero in cui gli schiavi neri raccoglievano il cotone dei bianchi e mettevano le “b” al posto delle “p” e parlavano solo all’infinito.

Nella Valle dell’Eden Adam Trask chiede al suo amico cinese, che parlava un ottimo americano, il perché con gli altri si esprimesse utilizzando un linguaggio sgrammaticato e con una forte inflessione cinese.
“Così non mi temono”, rispose. O qualcosa del genere.
Credo che anche noi sentendoci “padroni” dei cani, dei gatti, delle mucche, dei cavalli, ci sentiamo superiori, non ne temiamo i morsi, i graffi, le incornate, gli zoccoli; e magari quando “l’animaletto” non si è “comportato bene”, ci sentiamo autorizzati, in quanto “padroni”, in quanto detentori dello stato di patria potestà, di allentargli un bel calcio in culo o di tirargli il collare a strozzo fino a farlo tossire.

Chiariamolo subito: “padrone” non è un termine applicabile a nessun animale. Gli animali non sono di proprietà di nessuno, come noi umani, d’altra parte. Nessuno è proprietà di nessuno, e penso che questa cosa sia applicabile anche agli oggetti.
Siamo tutti responsabili degli altri, animale, sasso, acqua, foglia o roccia di questo pianeta. Possediamo tutto e niente: l’unica cosa si cui possiamo legittimamente avanzare un possesso è il nostro corpo e -forse- la conoscenza.

Mi sa che è per questo, al contrario delle peggiori ramaglie dei miei parenti, che non nutro alcun interesse per i titoli nobiliari dei miei avi, per vecchi palazzi, per emblemi, blasoni, alberi genealogici.

Io sono io, sono il risultato delle mie esperienze e del mio raziocinio. Non appartengo né voglio appartenere ad altri che a me stessa. Non sono la figlia di mio padre o la moglie di mio marito. Sono io, e basta. Né ritengo che altre persone mi debbano appartenere, per quanto amate e vicine.
E trovo sia più che legittimo che questo basilare concetto dell’etica contemporanea si estenda agli animali. Proprio perché li amo e li rispetto come entità biologiche e come individui caratterialmente delineati.

Noi non ne siamo “padroni”, ma custodi, nei fatti e nel pensiero. Ne custodiamo la salute, ne custodiamo la gioia che ci offrono, i fastidi che ci infliggono, i figli che ci affidano, ne custodiamo i ricordi quando non ci sono più.

Ecco anche perché rifiuto l’inverso del verbo “possedere”, usato da animaliste varie che per non dire “Ho due cani e tre gatti”, dicono: “Sono posseduta da due bastardini, due micette e un gattone”.
È una sequela di vezzeggiativi che non rende giustizia etica, scientifica, biologica né a noi né al cane o al gatto, al suo motivo di esistere sulla Terra, e alla sua qualità di creatura vivente indipendente.

lidia capofilico

“Padrone” ha per me sempre e comunque un’accezione negativa, maturata nel tempo, sia dall’osservazione degli altri “padroni”, sia dalla mia esperienza con i cani che vivono con la mia famiglia.
Considero i cani degli amici, così come i gatti, anche se non sono esente dai vari “Vieni da mammina, la mamma ti prende”.

Li considero dei compagni di viaggio, da cui imparare più che a cui insegnare.
L’insegnamento al cane può essere molto divertente e appagante, perché implica un reciproco incontro di menti. Ma preferisco l’osservazione e l’apprezzamento di come si comportano senza troppe intromissioni. E per capirsi basta uno sguardo, non un campo da agility-dog.
In un libro ho letto che i cani non si tengono così, che devono essere “allezionati”, educati, tenuti in costante esercizio. “Altrimenti – recitava il libro- fareste bene a dedicarvi ad altre specie animali, come il gatto”, ben sapendo che i gatti sono impermeabili a qualsiasi volontà umana.

E Dio creò il cane
E Dio creò il cane

E sia chiaro che mi sento animale quanto un cane e un gatto, e uso la parola “umano” per distinguere tassonomicamente l’Homo sapiens dal Felis catus e dal Canis familiaris.

Neanche la parola “animalista” mi fa simpatia. Cos’è? un nazista degli animali? Brutte, pericolose, mal concepite, nel migliore dei casi poco significative, le parole che finiscono in “ismo”. Sempre a doppio taglio, sempre ambigue, in ogni caso di cattiva assonanza. Idealismo, Romanticismo, Postmodernismo, Astrattismo. Bah.

Non zoofilo, parola esistente nei nostri dizionari, che però implica l’atto sessuale con gli animali (cioè ancora violenza sugli animali), ma biofilo, secondo la celebre teoria di Wilson .

Un’altra parola con cui ho da fare i conti: “razza”.
Un mio ex-amico mi disse che tutti i giacinti appartengono alla stessa razza, cioè Hyacintus (che è il genus). Le cultivar, cioè le varietà (rosso, rosa, crema, azzurro, ecc.) –mi spiegava il mio ex-amico- sono tipologie derivate da incroci, come accade per l’uomo. Razza giacinto, razza uomo.

Il cane no.

Il cane o è di razza o è bastardo. E dona a noi le signore della Torino-bene, di cui non faccio nomi, solo cognomi: Marchesa Caterina Gromis di Col Tana e compagnia cantante, che con la loro carità pelosa li chiamano “cani da pagliaio”, per farli sentire più apprezzati. “Un cane da pagliaio senza nemmeno la bellezza di un cane da pagliaio”, dice lei nel suo libro Vita da cani. Avventure di un capobranco, a pagina vattelappesca perché l’ho dato via.
Di che razza è? Domanda frequentissima.
Allegro miscuglio, bastardini, cani da pagliaio, razza canile, tutti eufemismi per dire che è un cane senza pedigree (sai, poi, i pedigree come si fotoscioppano facilmente!).
Come di che razza è? È un cane. Canis familiaris, razza canina. Non vedi che non è un gatto né un pappagallo?
Credi che abbia un numero di cromosomi diverso dal tuo, che è un Dobermann palestratissimo addestrato ad azzannare alla gola, o un Pointer che punta le quaglie come neanche un mirino laser?

“Ah, sì …(dona a noi le signore…), sono quelli che danno più affetto!”.

Il cane di razza canina ha in sé tutte le razze del mondo, è come dire una rosa che ha in sé tutte le rose mai ibridate dei millenni.

Hai tutte le rose in un solo cane.

Ma cosa vai cercando di più?

Gli occhi di un cane scppatore e ululatore, non fidatevi
Gli occhi di un cane scappatore e ululatore, non fidatevi

Appunti per il nuovo libro

grape_magpies_fall

La principessa smarrita:
naturalmente la cassiera è una principessa. Lo vedete? Basta guardarle il viso: il colorito pallido, come la pelle delle mandorle cotte. Le labbra disegnate, leggere, sorridenti, non sono di questa terra. I capelli del colore della paglia lavata dalla pioggia e dal sole, sottili come bave di ragno. Le dita piccole, da fata, veloci, quasi evanescenti, e il corpo minuto, pronto a trasformarsi in giunco. Gli occhi a volte grigi, a volte azzurri, verdi, osservano con distacco. Neanche lei sa perchè: ha la nitida sensazione di non appartenere a questa terra, di essere fuori posto, ma non ricorda. Non ricorda di essere la figlia di una Fata regina, e di essere stata perduta e poi trovata dagli umani, e allevata come tale. Non conosce i suoi poteri, non ancora. Una piccola, quasi invisibile verruca accanto alle labbra: un segno che cresce con gli anni, come cresce la sua convinzione di essere umana. Forse dimenticherà del tutto, forse ricorderà. Nel suo regno ancora la cercano.

I trenta gatti di stoffa:
i trenta terribili fratelli in patchwork provenzale. Di giorno rimangono immobili nella loro cesta accanto al letto, e di notte razziano i paesi e i villaggi agli ordini del loro feroce capitano Miao-Sì. Si dice siano stati cuciti con i capelli della Zia Strega, dopo che divennero bianchi, e che la prima cosa che fecero appena presa vita, fu di accecarla, per evitare che li scucisse. Sono fortemente gregari, instancabili predatori e possono inseguire la preda giorno e notte, se necessario, visto che il tempo nel mondo delle Fate scorre differentemente rispetto al nostro. Non di rado si uniscono ad altre bande di mercenari, lasciando dietro di sè una scia di sangue e cadaveri. Il loro olfatto è potente, ma ancora di più l’udito, che li guida nella caccia. Possono essere molto pazienti e rimanere immobili per ore in agguato. Il loro unico punto debole è la variopinta livrea che li rende ben visibili.

Il manichino di bronzo:
è un automa dalle sembianze di un donnone imperioso ma dozzinale, costruito con placche di bronzo che gli danno l’aspetto di un organismo semovente. Ha una gonna a pieghe e un cappello sformato in testa, un paio di occhiali e tira continuamente su col naso. Si aggira nelle biblioteche, con passo pesante e stridio metallico. È in grado di compiere un’unica operazione: quando le viene posto sotto mano un libro inizia a declamarlo e enumerarne gli infiniti pregi. Essendo molto versatile, a dispetto delle sue sembianze farraginose, è in grado di discettare su qualsiai libro le venga posto sotto il naso. Non ha alcuna utilità nella storia e probabilmente rimarrà solo tra gli appunti.

Il cane del professore Tux:
un vecchio cane nero, senza arte nè parte, grosso come un mastino, bavoso come un secchio di lumache allo spurgo. È al servizio dei Magritti: osserva e ricorda tutto quello che gli accade intorno. Spia dagli occhi rossi e spietati. È inavvicinabile, solo il professore Tux riesce a domarlo con biscotti e carezze. Porta un collare di metallo borchiato e quando caccia si serve di un branco di bracchi selvatici, tra cui mantiene l’ordine con ferocia. Quando attacca lo fa per uccidere.

La porticina segreta:
ogni racconto fantastico ha almeno un passaggio segreto: per varcarli bisogna ingrandirsi, rimpicciolirsi, mangiare foglie di primula o diventare invisibili. Le porticine segrete stanno spesso nei tronchi dei grandi alberi, e sono fatte di legno contorto e bitorzoluto, con un bel pomello centrale. Ma sembra un po’ scontato. Occorrerà trovare qualcosa di più originale.

Il grande gelso e la gallina:
il gelso e la gallina stanno sempre insieme perchè fanno parte di un vecchio orto con un pollaio. La gallina è l’unica compagnia del gelso e chiacchierano smodatamente. La gallina, che ha le zampe, si può spostare, e siccome il pollaio non è isolato, può agevolmente uscire e avere notizie su quel che accade nei dintorni, che poi racconta al gelso, anche se solitamente arricchisce il racconto con sue invenzioni personali. Il gelso è nel fiore degli anni e nel pieno del suo vigore, con rami slanciati e una chioma regolare e nitida, e ama molto sentirsi fare dei complimenti.

Brunella
:
la cavallina Brunella è una giovane cavalla dal manto scuro, color cioccolato, e la criniera appena più bionda. Se fosse una donna sarebbe bellissima, elegante e flessuosa. I suoi occhi sono grandi e intensi, il suo nitrito potente e può dissolvere un incantesimo. Vive dal fattore sopra la collina, è attenta e vigile, e mentre bruca ascolta i rumori intorno. È piccola, e a un certo punto della storia dovrà condurre gli eroi in groppa, a tutta velocità.

La pietra-gatto:
è una pietra nera, piccola, di forma oblunga, dagli angoli lisci e smussati, di un nero opaco ma non sgualcito come l’ardesia. Più lucido, come il diopside stellato. A tratti un’onda di pelo la anima, e un forte miagolio la scuote, ma poi si ritrasforma immediatamante in pietra. Alla fine della storia sarà consegnata a chi l’ha attesa tanto a lungo.

Gli uccelli, le gazze, i piccoli mammiferi e altre creature:
sono in genere presenze positive, possono risolvere una situazione, dare un consiglio, indicare la strada, offrire rifugio e confondere le tracce.

13 settembre 1999

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http://catacombs.space1999.net/main/images/space/titles/spty2019.jpg
La Luna si allontana di 3,8 cm l’anno. Arriverà il momento in cui sarà “hurled into outer space”.
Avverrà tra miliardi di anni, ma sono più che certa che accadrà un 13 settembre. Giovedì. All’ora del té.

Q

q_star_trekQ, ti prego, portami via da qui.

Via dall’odioso nulla, dalla pozza nera dell’assenza di speranza. Portami a dormire tra le nebulose, a dormire come dorme un bambino non nato, sospesa nel vuoto eternamente silenzioso, rotolando secondo tutte le eclittiche possibili, il buio illuminato da una vicina T-Tauri e nebule di idrogeno ionizzato. Fammi dormire un sonno eonico accanto ai Pilastri della Creazione, non voglio neanche sentire il mio cuore battere, nella camera anecoica del cosmo.

Fuori dal tempo, fuori da tutto.

Pillars_of_Creation

Quando avrò riposato queste membra stanche dell’inerzia a cui sono costrette, e disincagliato il veliero della creazione dalle secche dell’apatia, fammi volare, veloce, velocissima, più veloce della luce se si può, altrimenti mi accontento di una buona approssimazione.
Attraverso Wolf 359, Cor Caroli V, Veridiano VII, Indri VIII, fammi bucare i wormholes, e cavitare nel tempo, sfilacciare il subspazio. Fammi raggiungere in un batter di ciglia l’altro braccio della galassia, e ancora oltre, verso Andromeda, Triangolo, Rosetta, Sombrero.
Fammi sfondare di forza e a testa bassa la Grande Muraglia, sconquassare i filamenti, respirare plasma, spostare le stelle dove non ce ne sono, affiancare una cometa mentre passa vicino alla sua stella ed essere fiamma accanto a lei, accompagnare i pianeti nelle loro precessioni, finché non saranno ingoiati dalle loro stelle diventate supergiganti rosse.
E voglio vedere dentro gli atomi e dentro i quanti, i fotoni , i muoni e i gluoni, e i quark top e bottom, i charmes-strange a spin semi-intero.

pleiadi

Ora schiocco le dita e in me fluirà la Natura delle Cose, la conoscenza dell’universo, e queste sciocche incongruità su cui ci arrovelliamo diventeranno per me materia di gioco. Voglio che l’universo sia il mio campo di gara. Scattare da una regione H II a una protostella, farmi investire da una supernova e sentire gli atomi di ferro che si formano attorno a me, sui polpastrelli delle dita: vederle irraggiare radiazioni. Essere presente ad una fusione tra galassie, con esplosioni cosmiche silenziose che abbacinano lo spazio, alla morte dei soli, al principio del tempo. Mettermi in faccia ad una gigante azzurra per coprire con la mia ombra un’enorme stella di neutroni, o per contro portare un fazzoletto ad una nana marrone, la stella più caccolosa che c’è, piccola come un topo, di un colore schernito.
Su piangi sulla mia spalla, non è colpa tua. Non sei brillante come Deneb, né Sirio, né Vega, ma fai impazzire gli astronomi, non ti basta? Oh be a fine girl, kiss me right now, right now, sweetheart.

OBAFGKMRNS meaning - what does OBAFGKMRNS stand for?

Giocare a nascondino tra gli anelli di un pianeta gassoso e rivelarmi in pieno come sagoma scura contro un pallido satellite rosa. Sostare tra gli ammassi di corpuscoli e planetoidi, dove si formano strane luminescenze, bianchi opachi, azzurri, malva, cremisi, bruni mischiati ai rossi. E se il suono potesse propagarsi darei vita ad assonanze insolite, trilli, tintinnii , vibrazioni, tonfi, collisioni, ritmi concitati, traffico spericolato.

Infilarmi proprio al centro di una protostella ed esserne il nucleo che inizia a bruciare elio, vivere la sua vita in tre battiti di tacco di scarpette di vernice rossa, e vederne il collasso gravitazionale, la morte, veloce, fulminea, immancabile, ovvia, naturale, consequenziale, scontata, per qualunque cosa sia fatta di materia.
Voglio volare sopra ad altri pianeti abitati, senza fermarmi: sono timida. Voglio solo darci uno sguardino e a ruotarci attorno come se dovessi avvolgerli con uno spago.
Mi apposterò vicino alla pulsar più precisa per regolare bene il mio orologio: garantito dal Ministero dei Pesi e delle Misure. Il mio orologio andrà meglio di quello di Ginevra. Ginevra dove? La Terra? Sol III, un piccolo pianeta di un sistema di una stella di tipo G, della fascia centrale del diagramma Herztsprung-Russel.

Una stella comune, una stella banale, piccina, si sa, ma chi sa se ce l’ha una grande città.

Antonimina 2

Una brutta giornata, un bel ricordo (reloaded)

mimihawagara3Oggi è martedì 15, sera inoltrata.
Oggi mi hanno fatto ricordare di un personaggio che ha reso la mia infanzia più movimentata di quanto molti potrebbero pensare.
Da piccoletta guardavo sempre il wrestling in tv. All’epoca lo chiamavamo “catch” e i lottatori erano giapponesi. C’erano Tiger Mask, Antonio Inoki, Tastumi Fujinami.
Era tutt’altra cosa rispetto al wrestling americano fatto di schiaffoni, muscoli lubrificati, omaccioni pettinati con la coda di Barbie e calzemaglie colorate.
Era uno sport serio.

mimi hagiwara

Lo vedevamo con il commentissimo di Tony Fusaro.
Era davvero un pezzo che non ripensavo a Mimi Hagiwara, soprannominata proprio da Fusaro “la Farfallina Bianca” poichè vestiva sempre un semplice body bianco, senza nessuna decorazione. Mimi Hagiwara era un po’ la Chris Evert del catch, era bella, aveva i capelli lunghi e li lasciava liberi. Era un vantaggio per le altre lottatrici, ma lei correva il rischio perchè saliva sul ring e combatteva non solo con lo spirito del lottatore, ma anche con quel senso dell’estetica del combattimento che solo i giapponesi possiedono.

Di lei si diceva “appena alza una gamba l’avversaria è già a terra” . Era delicata e fortissima, agile e tenace.

mimi hagiwara1

Grazie Mimi, grazie per le tue gambe, i tuoi capelli, il tuo body bianco, e anche per aver lanciato qualche arbitro fuori dal ring.