Bella, bellissima, stupenda. La Barbie faceva la figura da stracciona confronto a lei. Romantica, originale.
Martina, un fascio di genio, muscoli e allenamento, che l’hanno resa la persona che ha giocato il miglior tennis della storia. Piatta, affusolata, con delle ginocchia da farti spavento, e i capelli lisci e dritti come spaghetti, color biondo lavastoviglie.
Irriducibili l’una di fronte all’altra. Amiche fuori dal campo.
C’erano Martina e Chris, e con enorme distanza, tutte le altre.
Chris Evert ha avuto il dritto più spettacolare della storia del tennis femminile. Forse non il più forte. Non forte, non palestrato, non urlato, come quello di Steffi Graf o di Monica Seles, ma che spettacolo, signori.
Mano sinistra avanti, apertura, ginocchia piegate, e via, il colpo la faceva scattare come un elastico che appoggiava la pallina all’incrocio delle righe.
Elegante, composta, waterproof, mai banale e mai arrendevole. Micidiale come un martello in mano a un cecchino. Quando Martina scendeva sulla terra contro Chris, tremavano le ginocchia anche a lei.
C’è Martina e c’è Chris. E poi -con infinita distanza- tutte le altre.
Aspetto Cittanova Floreale come l’acqua nel deserto, non tanto per le piante, quanto per poter parlare di giardini e del mondo dei giardinieri. Domenica 1 è stata una giornata indimenticabile (in senso negativo). Sicuramente una delle giornate più significative della mia vita.
Sono uscita di casa con pochi spiccioli, nella speranza di un po’ di brodo caldo per l’anima, la speranza di ritagliarmi uno spazio per me, in cui poter essere me stessa.
Più che l’idea consolatoria di portarmi a casa qualche creatura di selvaggia o domestica bellezza, cercavo Mimma Pallavicini.
Quando mi hanno detto che non c’era per “un problema” mi è subito venuta in mente la celebre frase di Senna “I miss you, Alain”.
In effetti quel che volevo da Cittanova Floreale quest’anno sarebbe stato monopolizzare Mimma per lamentarmi sullo stato della cultura giardinicola attuale.
Forse volevo vedere quante volte sarei riuscita a ripetere “che schifo, che schifo”. Mi immaginavo abbandonata su una panchina, seduta con Mimma, a ripetere “che schifo, che schifo”.
I giardini di oggi fanno schifo, ma veramente. I libri tutti da buttare, anche i miei. L’establishment diventato sempre più aggressivo, prescrittivo. La fotografia che sta sbranando il giardino. L’aridità, la falsità, l’ottusità, la pubblicità.
Ho scritto “etologia”, e per assonanza, non posso fare a meno di pensare alla parola “scatologia” (non “escatologia”, che forse non ci starebbe neppure male).
E buon per chi non deve prendere il dizionario. Continua a leggere “Etologia del pubblico dei convegni sidernesi”
Erano notti limpide e si vedevano bene le stelle. La luce rossa della MIR, messa in orbita a spirale attorno alla Terra, passava ogni venti minuti o meno sulle nostre teste. Dava la percezione dello spazio vuoto, della gravità, del moto.
La MIR andava in disarmo nel 2001, per dare spazio alla Stazione Spaziale Internazionale. Veniva posta in una rotta di collisione con la Terra, che la faceva orbitare in spire sempre più ravvicinate, fino all’impatto nel mare delle Fiji, da cui si disse che lo schianto fu spettacolare.
Eravamo andata a vederla orbitare nei giorni passati: era dannatamente veloce, vicina, rossa.
Io ti ricordo, MIR. Sei stata un sogno di pace e bellezza.
Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano—una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Un bicchiere su un tavolo, nient’altro.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto—non vedo niente di particolare.
Bene, e ora!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. I miei occhi sono attratti oltre la pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.
Non è un luogo ma un come, nonostante ciò spero che venga accettato di buon grado, anzi, forse sarebbe meglio usare la parola “diottria”.
Sono miope: 3,5 gradi. Se volete averne un’idea fate conto che con 3,5 gradi di miopia per riconoscere i lineamenti del volto di una persona dovete esserle a meno di un metro di distanza.
Avrei potuto fare il noto intervento di riduzione della miopia, dopo il quale molte donne hanno ripreso a mettere lenti non graduate pur di portare montature alla moda, ma ho voluto conservarmi il dono di una duplice vista: una tecnicamente corretta, precisa, nitida, socialmente imprescindibile anche se molto prevedibile. E un’altra sfocata, “sbagliata”, scambista, a volte paurosa, ma mai confusa, come tutti i non ipovedenti sono convinti che sia. Non si confonde il verde dell’oleandro con quello del corbezzolo, né il rosa delle rose con quello delle godezie.
La miopia non è confusione: è bellezza. È quel velo di cipria con cui il modo si imbelletta ogni tanto. Scompaiono le scritte sui muri, le ammaccature sulle auto, le creste sulle teste dei giovani pubescenti usciti a frotte dai manicomi scolastici. Scompaiono gli afidi sui fiori di Hibiscus.
L’anonimo riflesso meridiano sui fari di quell’auto lì, sì, proprio quell’orribile auto grigia parcheggiata di fronte alla biblioteca, diventa un triplo circolo barbagliante di frattali diamantati. Basta socchiudere le palpebre, ruotare la testa o di qua o di là, e la forma cambia, si allunga, diventa più ovale, si schiaccia, si riempie di spigoli appuntiti. Le punte si allungano, come quelle delle aureole dei santi nelle immaginette, diventano lame di luce iridescente.
In lontananza piccole stelle comete si muovono in linea retta, in fila indiana, come i frammenti della Schoemaker –Levy 9 in rotta verso Giove, altre si muovono intorno con un moto browniano, quali più lente (occhiali a specchio?), quali più rapide (il fanalino posteriore di un vespino che fa retromarcia?). Ogni stellina o perlina di luce si porta dietro una scia sfarfallante come capelli d’angelo.
La notte sembra di stare nel profondo di uno scuro e freddo oceano, popolato da strane creature e pesci luminosi, meduse multicolori, pesci lanterna, krill fosforescente.
Ma il momento più bello è il pomeriggio, sdraiati sul divano, a fingere con se stessi che non si dormirà che cinque minuti. La luce pomeridiana, non ancora dorata, filtra dalle tapparelle, e ogni foro diviene un occhio luminoso e benevolo, non maligno come quello di Sauron. Si dilata, si restringe, prende insoliti colori, dall’azzurro violento del cielo, al verde giunglesco degli avocados, al terra di siena delle imposte. Sfuma, vira, riflette, schiocca la luce come un colpo dato col pollice e l’indice. Tutta la serranda, come insieme, invece di occultare, filtra e amplifica la luce, la esalta, colorandola in girandole caleidoscopiche e mutevoli. Un tappeto verticale di lamelle di luce, biforcute, triforcute, multiforcute, una più alta, una più bassa, rotanti, colorate e veloci a prendere l’una il posto dell’altra, o dar spazio ad altre nuove nate dai mille occhi luminosi.
La luce diventa morbida, commestibile, carezzevole. Uno spettacolo privato, per chi è privato degli regolamentari dieci decimi. Si sta, in quei momenti, abbandonati e inerti, in contemplazione della magia causata da un errore di natura.
Dolce per sé, come disse Leopardi (non Maraini Dacia), mai veramente spiegabile, pertanto suscettibile di poesia, come è sempre la luce, specie quando devia dai suoi canoni narrativi tradizionali.
Qualche giorno fa ho sentito un tale parlare in TV dell’addestramento cinofilo. Un signore simpaticissimo, con un volto a metà tra Cicciobello e Benny Hill, di quelli che ispirano fiducia. Con un simpatico e morbido accento tedesco e un vocabolario un po’ scolastico e demodé che lo faceva assomigliare ad uno gnomo dei boschi o a Babbo Natale in libera uscita, questo tale ha detto una profonda verità: non tutti gli umani sono adatti ai cani.
Ci sono umani bravissimi, amanti dei cani, che però non sono adatti a tenerli, perchè non sono sufficientemente calmi o agili, perchè sono pantofolai, perchè non hanno il germe del capobranco. Continua a leggere “Nam myoho renge CAN”
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)