Silent Christmas

Fiori d'inverno

Era da tempo, quanto non so esattamente, che non sentivo un silenzio così puro, originario, ab aeterno, quasi innaturale. Sentivo il cinguettio degli uccelli, leggero, rilassato, non frenetico come di mattina presto, e i miei cani buoni vicino a me ad aspettare la loro colazione.
Non è il senso di quello che c’era: uccelli, fruscii, il rumore della leggera brezza, il freddo del mattino, il ciap ciap delle ciabatte, ma di quello che non c’era.
Niente grida dei vicini, strilli di bimbi, niente schiamazzi di studenti che sciamano verso le scuole, niente campanelli, citofoni, cellulari, decespugliatori, martelli, e -soprattutto- niente auto. Nessun clacson, rombo di motore, accelerate, derapate, frenate, imprecazioni, urti, sirene.
Per carità, non è che la gente sembrasse sparita. Anzi, lo sapevo benissimo d’erano, lo percepivo perfettamente che erano solo addormentati dopo la gran mangiata di ieri. Stamattina era natale. Non è esattamente come la domenica, la gente si alza davvero tardi, c’è poco traffico tutto il giorno.
Dov’erano, mentre io davo da mangiare ai cani e mi sentivo privilegiata per la mezz’ora di silenzio che ho goduto?
Tutti chiusi nelle loro case, serrande abbassate, accucciati nei loro lettini. Addormentati, ma presto pronti ad uscire come serpenti che strisciano fuori dalla loro tana. Tutti chiusi nelle loro case, impilati nelle loro comode scatole. Silenziosi, ma presenti. Chiusi per un po’, ma pronti a venire fuori.

Il mestiere di scrivere, ovvero il blocco dello scrittore

le mie lettere di rifiuto sono anche peggio di così

Oggi mi è capitato di acquistare un simpatico blocchetto per scrivere, si chiama Il blocco dello scrittore, con consigli e “tips” per superare il famigerato momento di grafopausa che prende chiunque scriva, tranne Bruno Vespa.
I consigli sono carini, e sono anche utili, per quanto non originalissimi, niente di non già letto nei mille manuali di script che mi sono letta.
Guarda fuori dalla finestra, dietro l’angolo,scrivi dieci minuti senza fermarti, racconta un segreto, e tutta questa pappa qui, confezionata in graziosa e comoda veste grafica.

Tutti i manuali di script, le agenzie editoriali, gli scrittori, gli editori, le scuole di scrittura creativa, i corsi per scrivere il romanzo del millennio o la sceneggiatura del giubileo, all’inizio di ogni discorso propedeutico alla scrittura vera e propria, antepongono analoga premessa: scrivere è un mestiere, occorre fantasia, talento, genio, passione e lacrime. Ma occorre riscrivere, elaborare, porre attenzione a delle norme, a delle non scritte regole della scrittura.
Stephen King nel suo On writing dice chiaramente che l’ispirazione non è una fatina che battezza lo scrittore di polvere fatata, ma è un orribile nano con cappello a cilindro e sigaro puzzolente con una valigia. In quella valigia ci sono cose meravigliose e stupefacenti. Ma attenzione, quando l’ispirazione passa a trovarvi, dovrà sapere che site seduti alla vostra scrivania dalle dieci a mezzogiorno e dalle tre alle sette.

Scrivere non è solo questione di fantasia a briglia sciolta, ma è una facoltà che possiamo e dovremmo coltivare e curare, esercitare mediante studio e applicazione. I buoni romanzi non sono fatti solo di talento. E il talento senza applicazione è meno del genio senza regole.

Bene.
Abbiamo letto.
Abbiamo riletto.
Abbiamo capito.
Ma la volete la verità?

Scrivere non è un mestiere.

Si può scrivere per mestiere, in quel caso forse è appropriato usare il termine “scrittore”, che inizia a suonarmi un appellativo meno reverenziale di quanto non fosse in passato.

I libri scritti per mestiere non sono dei buoni libri. Mai. Sono libri commerciali, boom economici, blockbuster, fenomeni, ma non sono mai degli amici libri, dei libri in cui ritrovare se stessi e il proprio mithos fondativo.
Saranno ricordati, elogiati, diverranno materia per il cinema e la tv, faranno parlare, ci scriveranno sopra altri libri, parimenti frutto di mestiere, ma se venissero a mancare nessuno lo noterebbe neanche. La storia della letteratura non ne sarebbe turbata di una virgola.

Il mestiere di scrivere aveva una sua dignità all’inizio del secolo, quando scrittori poveri in canna si celavano sotto altisonanti pseudonimi per pubblicare le loro storie su magazine e riviste. Dopo il boom dell’editoria e da quando il libro è divenuto bene d’acquisto, item, regalo, oggetto, cosa, issue, packaging, collectible e feticcio, scrivere è diventato un lavoro, non un mestiere. Un mestiere ha in sè la nobiltà dell’artigiano, ma qua non c’è nessuna nobiltà. Solo vanità, sciocchezze, moda, soldi.

Non scrivete dalle dieci a mezzogiorno e dalle tre alle sette, non scrivete per vendere, semmai scrivete per non vendere, per non essere pubblicati (è l’unico modo essere pubblicati), se avete il blocco tenetevelo, non fate esercizi che vi rovinino lo stile, siate grezzi, genuini, fate errori, siate quello che siete, non quello che vorreste essere o che potreste essere. Non c’è obbligo ad essere il migliore, a scrivere un capolavoro. Diffidate degli insegnanti, delle lezioni, dei compiti, dei corsi on-line, dei master di scrittura, dello zen e l’arte di riparare il romanzo.

A scrivere un romanzo ci si nasce, non si impara: se non siete capaci rassegnatevi o imparate bene le regole della scrittura creativa e diventate scrittori di mestiere, un bel po’ di gradini sotto il livello del romanzo e del saggio. Siatene consapevoli.

Gli unici maestri validi sono gli altri romanzi, quelli che ci hanno colpito, trascinato e sono diventati memorabili per la nostra vita. Gli insegnanti che imboccano lo sciroppino della scrittura creativa sono appena meno criminali degli astrologi e dei chiromanti.

Scrivere può essere un mestiere. Scrivere bene, no.

Prosit.

Cani e canetti

Pappiralfi1Ehi, se mi fotografi voglio la percentuale!sette euro buttatiDai, corriamo!Prateria naturale con caniprateria con cani
Arriviamo, mamma!pappiralfiBiboSpostati!Nella prateriapace è vedere il ciuffo bianco della coda di un cane che scatta nel verde della prateria
Brigittebardò, bardò!Noi aspettiamo, mamma!Prodotto interno lordoBrigittaPappiralfi2pappone mio
pappiralfiPappiralfi Bibo gelosonamamma, la puzza della tappina mi ha stordito!e io mangio

Cani e canetti, un set su Flickr.

bibo colpevole



bibo colpevole

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Bibo soverchia di sensi di colpa per aver fatto scappare Bassotto e Andreino George, si getta disperata contro il muro, fissando la strada. Sa di averla combinata grossa.

Ehi! ma io non c’entro niente! Cosa volete da me?



Ehi! ma io non c’entro niente! Cosa volete da me?

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Citazione per i posteri

Il cane è un asintoto che conduce alla felicità infinita

Lidia Zitara, canara del XXI sec.

Il mithos fondativo di Lavinia Taverna

Un blog è un blog: una recensione di un libro può essere di “pancia” e personalissima. Mi sento quindi autorizzata nel recensire a mio modo la riedizione del libro di Lavinia Taverna Un giardino mediterraneo.

Il vecchio testo del 1982

Il libro di Taverna è stato per tantissimo tempo fuori catalogo. Introvabile già quando ero alle prime armi, anche su siti “potentissimi” come AbeBooks. In precedenza era stato pubblicato da Rizzoli nella celebre collana “L’Ornitorinco” diretta da Pizzetti, che ne fece a suo tempo l’introduzione.
Quest’anno la Pendragon, casa editrice che ormai ha al suo attivo una solida esperienza con i giardini, ha deciso di ripubblicarlo, cosa per cui si merita la mia personale gratitudine, come credo di tutti coloro che non sono mai riusciti a trovarlo o leggerlo.
Per dovere di cronaca ne dico i difetti subito subito, così ce li togliamo dai piedi: 1)copertina amorfa, generica e non particolarmente gradevole o attrattiva, leggermente sfuocata, mal ritoccata. Grossa pecca nella confezione del libro. Tuttavia vedo dalla rete che la copertina dev’essere stata cambiata in una successiva ristampa: ottimo. 2) Mancanza di un’introduzione che riepilogasse la storia del volume, del suo successo editoriale e della sua scomparsa dalle librerie, che raccontasse la figura della Marchesa, della sua amicizia con Pizzetti e Page, della sua influenza sullo stile italiano di molti giardini contemporanei. 3) La mancanza di una postfazione dedicata ai Giardini della Landriana, dai suoi fasti al suo innegabile decadimento, fino ad arrivare alla Fiera omonima e ai suoi molteplici aspetti.

Quante me ne hai combinate!

Per il resto ho solo una cosa da dire: ho capito quanto sia stato importante questo libro per me, pur non avendolo mai letto, solo adesso, appunto, leggendolo. Su questo libro si appoggia il mithos fondativo che alimenta la mia storia di giardiniere e buona parte di quella di essere umano. Questo tanto per dire di che potere sia animato questo libro, che ha influenzato le giovani leve del giardinaggio italiano che magari non ne conoscono neanche l’esistenza.

Il giardino della Landriana e l’ormai mitizzata figura della Marchesa Taverna sono stati una sorta di iniziazione viatica per me, e mi hanno accompagnato per molti anni, e mi accompagnano ancor oggi. Molte delle persone che ho conosciuto e conosco hanno gravitato nella sfera della Marchesa: Sandra, direttrice dei giardini, che ho conosciuto sotto lo pseudonimo di Alahambra, che oggi è la proprietaria del forum di CdG. Quando seppi che era lei la responsabile dei giardini ne fui immensamente colpita, perchè allora ero giovane e implume, non mi riusciva di capire che il mondo del giardinaggio è in fondo molto piccolo, e non pensavo di poter arrivare a conoscere un personaggio così in vista. Lucilla, amica della Marchesa, che ne vede ogni tanto lo spirito, o forse immagina di vederlo, soprattutto nelle serate con la luna.
Gabri, che del giardino della Landriana ha preso a modello molti aspetti, rimaneggiandoli poi secondo il suo gusto personale. Gabri che cucina, fa la marmellata di cipolle di Tropea e accudisce i nipoti teneramente.
Maurizio, cioè Noor, l’ispiratore di tutto il mio mondo giardinicolo, e mia musa. Amico, nemico, ostacolo o spalla su cui piangere, confidente, affinità elettiva, amico tra gli amici, con il quale ci siamo accapigliati, scontrati, schiaffeggiati, dato la morte civile, per poi riprenderci, ritrovarci, ridarci sberle, parlare per ore al telefono, tenerci il muso, mandarsi sms. Per me Noor è -e sarà sempre- l’incarnazione stessa del giardino, e del mio amore per esso. Racchiude in sé, come giardiniere e come persona, tutti i misteri, le contraddizioni del giardinaggio e del fare i giardini, le domande senza risposta di cui sono da anni sulle tracce. Per lui ho dei sentimenti che vanno al di là della semplice amicizia e della collaborazione professionale, sentimenti più accomunabili alla fratellanza, alla geminità. Noor ama molto la Landriana, e l’ha sempre evocata come spirito di perfezione e ispirazione. Quando da giovanissimo approdò sul forum di Giardinaggio.it, capii subito che era fatto di una pasta diversa, di quell’amalgama speciale che il padreterno tira fori solo ogni tanto dal suo fuoco creativo. Diamante, gomma arabica e ardesia, poco zucchero.
Noor possedeva quel libro nell’edizione Rizzoli, lo lesse e Lavinia lo imprintizzò. Noor ha poi imprintizzato me e molti altri nel forum, sia in G.it che in CdG. Fu così tramite della lezione di Lavinia Taverna presso i due più importanti forum italiani. Certo non è stato solo per questo che la lezione di Lavinia è arrivata ovunque, in Italia, dove ci fossero le condizioni climatiche ed economiche perchè si sviluppasse un giardino di tenore stilistico elevato. Altri libri, guide, articoli, gli stessi giardini conformati sul modello Landriana, hanno ispirato altri giardinieri.
Oggi molte cose -come direbbe Lucilla- sono andate di moda: la bordura grigia, più appartenente all’Ottocento che al Novecento, a Gertrude Jekyll e a Vita Sackville-West che non a Christopher Lloyd o Piet Oudolf. Le piante grigie sono ancora oggi uno degli “articoli” più amati del giardinaggio, ma si badi bene, di un giardinaggio ormai fatto di grandi numeri, seriale.
Altri problemi che lei sollevava, come il difficile lavoro sul rosso, sono stati poi abilmente risolti da Christopher Lloyd con il suo “espressionismo pop” (cit. Giudo Giubbini).
Alberi a parte ho avuto nell’arco di un decennio metà delle piante di cui parla, di cui conosco la metà delle cose che sapeva lei. Ma la verità è che ogni pianta che lei descrive mi parla, mi parla dei vecchi amici del forum che non ho più riincontrato, Kathleen Harrop, Zia Lilli, Alex da Ferrara, Chiarina la spammer, Pietro Puccio, e altri che ancora sono rimasti nella CdG ma un po’ discosti, Chicca, Lucia, Paola. Ricordo l’emozione nello scoprirle, per conto mio o su suggerimento dei forumisti, la fatica per mettere da parte le cifre per acquisti all’estero, la gioia di averle nel mio giardino, i confronti con gli altri, i consigli dati e ricevuti, la disperazione quando non ho più avuto acqua e tutto, pian piano, si è perso.
Senza saperlo mi sono trovata per le mani un libro che è un viaggio a ritroso nella mia vita, che mi riporta al passato, alla freschezza di quando un narciso appena sbocciato stillava gocce di pace nella mia anima.
Ora che il giardino è diventato un mestiere o un mezzo mestiere, parecchia della sua carica emotiva si spegne in quella razionalista, e questo è un bene solo a volte. La riedizione della Pendragon mi ha portato all’acquisizione di un tassello mancante nella mia vita e a capire che questo libro racchiude tra le sue pagine buona parte del mio cuore. In sostanza un atto gnoseologico. Una agnizione.

Ma il mio riflettere non termina qui, in una mera rievocazione didascalica dei miei ricordi, che non sono neanche tanto importanti.
Il titolo, che dà forma al contenuto, cioè “un giardino mediterraneo”, è secondo me errato. O lo era allora e lo è oggi, o lo è oggi alla luce di una maggiore e più diffusa informazione, di una rinnovata attenzione al territorio e al “localismo” .
Il giardino della Landiana, nel tempo, ha iniziato a incarnare tutti gli stilemi compositivi che dalla grandezza della Taverna e di Page sono percolati nella cultura di massa, contro i quali ho dichiarato aperta battaglia aprendo questo blog. Il giardino di Lavinia Taverna è sostanzialmente inglese e per nulla mediterraneo, se non nel clima, mite ma non troppo, di Tor San Lorenzo, che sarà una USDA 9/b, massimo massimo 10a. Con inverni più freddi dei nostri e piogge più regolari, che permettono la crescita di molte piante che qui in estete soffrirebbero l’arsura.
E’ naturale che il gusto della Marchesa si sia formato sulle letture d’oltremanica, e che abbia cercato di adattare quei principi compositivi al clima più caldo della costa laziale.
Ma ciò non ne fa un giardino mediterraneo. Dubito che un giardino mediterraneo possa esistere al di fuori della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Basilicata, forse della Campania.
Un giardino mediterraneo è improntato nello spirito alla sicilianità. Nè credo si possa ricostruire a piacere, ma solo conservare quei pochi esemplari che ne sono rimasti, ignorati, non catalogati, negletti. Un giardino mediterraneo è una comunicazione di spazi, prima di ogni cosa, spazi vissuti e posseduti da diverse famiglie. Non può dunque prescindere dagli edifici che ne costituiscono le abitazioni, da passaggi, camminamenti, viottoli, sentieri, da muri, cancelli, separazioni e recinti come in una mappa catastale. Viottoli stretti quel tanto per passare che sbucano su stradine sterrate ai cui lati ci sono siepi fiorite. Campi e pascoli in declivio ombreggiati da limoni e altri alberi di agrumi, da cui si domina la casa nobiliare o la serie di edifici collegati. Muri a secco, alti, che proteggono coltivazioni, canalette per l’irrigazione, dotate ognuna della sua “ghigliottina”, per “tagliare il solco” e deviarlo verso altri campi. Un’economia comunitaria, una vita non principesca e raramente ornamentale, basata su un’economia prima di sussistenza e poi destinata alla vendita.
Un giardino mediterraneo è prima di tutto un orto, racchiuso tra mura, separato dal contesto scenografico e ricco nel quale si ricevevano gli ospiti nelle calde sere estive.

Certo, il nucleo dell’operare della Marchesa Taverna fu proprio la scelta delle piante adatte al clima della costa Laziale, a differenza di quelle che crescono con facilità nell’umido clima britannico. Il che a volte è un handicap, ma altre volte un vantaggio. Ci permette, avendo a disposizione un po’ d’acqua e buona terra, di coltivare piante esoticheggianti in giardino, accosatte ad altre più tradizionali. Ecco il motivo della “mediterraneità” del suo libro e del suo agire. Storicamente purtroppo non confermabile.

I miei appunti su Murabilia, le fiere di giardinaggio, le mostre ideali e i blog che ne parlano

Direi il falso se non ammettessi che la discussione su Murabilia su CdG non mi ha sollecitato una riflessione, in un momento in cui per sollecitarmi occorre la potenza di uno virgola 21 gigawatt.

Non entro nel merito dell’oggetto della discussione che sembra poi ridursi a una questione semplice come se far entrare o no quelli che vendono saponette. Alcuni dicono di no, altri dicono che le saponette sono necessarie per sostenere l’organizzazione in modo che possano venire vivaisti di qualità. Insomma, è come vendere cento libri di Bruno Vespa per poterne vendere uno di Pizzetti.
Le saponette sostengono i vivaisti, insomma.

Dall’altra parte c’è chi le saponette non ce le vuole, perchè se le ritrova sempre ad ogni benedetta fiera a cui va. Quindi no alle saponette, no ai tovagliolini ricamati, no alle essenze di lavanda e fiori d’arancio: vogliono solo piante. Giustamente loro vanno ad ogni santa mostra che fanno, alla fine di saponette ne hanno fin sopra i capelli. Io che ci vado una volta ogni cinque anni le saponette me le comprerei pure.

E’ un po’ il discorso dell’enogastronomico che feci a suo tempo.

Ora c’è pure chi se la prende a caldo, e giù raffiche di proposte, e magari pure qualche pungolata nel sedere.
Bene.

Ma la domanda che a me sorge spontanea è: che me ne frega a me di tutta ‘sta baracca? Mica ci vado io a Murabilia. Non c’ho manco i soldi del biglietto per arrivare a Bologna, figurati comprarsi piante per centinaia d’euro di spesa, portarle a braccio alla stazione, caricarle sul treno e farci insieme mille cambi che Trenitalia ha disposto per arrivare sulla Jonica. E che so’ io Braccio di Ferro, Superman?
Senza contare che la metà ti muore di caldo e l’altra metà ci pensano i cani a distruggertele.
La sola cosa bella è che hai visto un po’ di amici che erano anni che non li vedevi. Il viaggio vale la pena solo per quello, ma non certo per le piante.

Quindi, dal mio punto di vista, Murabilia è una delle tante mostre di fiori e saponette che fanno da Roma in su, proprio laddove devi cambiare treno per prendere il Frecciarossa o FrecciaArgento, dove inevitabilmente si congela anche in estate perchè l’aria condizionata è talmente alta che un pinguino direbbe che è “appena tiepido”- e poi ci ingiungono di risparmiare sulla corrente, coglioni!
Al di là degli amici, vuoi visitarla e comprarci tante tante piante? Devi avere una beeeella auto spaziosa e scattante, infilarti sull’autostrada e arrivarci in macchina, pagare tre o quattro notti d’albergo. Te la visiti tutta, ti compri anche gli ammennicoli essenziali se li vuoi, se no fai finta di non vederli, sistemi tutto nel portabagagli e torni a casa lunedì mattina. Quattro giorni di ferie non pagate.

Murabilia, come le altre fiere, per me sono un nome scritto su un depilantes, una data, dei racconti di chi c’è stato, per il resto è come se non esistesse.

Vivi in Calabria? e resta in Calabria! è il motto dell’italia. Per arrivare a Cagliari, che è sullo stesso parallelo di Cosenza, io devo andare a Roma o a Bari, sempre se trovo il treno. Traghetto? Devo sempre partire da Palermo o da Roma. Tanto vale che ci vado a nuoto. Vivi in Calabria? e restatene in Calabria! Ma dove devi andare, ché ci hai il mare coi pesci belli rimpolpati di tunisini morti in mare, ché c’è il sole, il peperoncino, la ‘nduja, ché si mangia bene, ché c’è la cordialità! ma chi te lo fa fare di spostarti per una fiera di giardinaggio? Ma che le vuoi le Puya carnose? Ché ci hanno la carne dentro? e perchè, non le sapete fare delle belle polpettine al ragù, voi calabresi, che siete maestri di cucina? Ma resta dove sei, guarda, ti tolgo il treno, ti tolgo l’autobus, ti tolgo l’aereo, ti scasso l’autostrada e ti faccio un favore, così rimani nella tua terra e impari ad apprezzare le cose belle. Poi quando ci vediamo mi dici grazie e mi offri il caffè.
E comprati un oleandro e non rompere.

…sopra il monte dove andremo, dove andremo, pianteremo la bandiera meridionale…

Per te, papà

In piedi, dannati della terra,
In piedi, forzati della fame!
La ragione tuona nel suo cratere,
È l’eruzione finale.
Del passato facciam tabula rasa,
Folle, schiavi, in piedi! In piedi!
Il mondo sta cambiando base,
Non siamo niente, saremo tutto!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano.

Non ci son supremi salvatori,
Né Dio, né Cesare, né tribuno,
Produttori, salviamoci noi stessi,
Decretiamo la salute comune.
Affinché il ladro renda il maltolto
E respiri l’aria della galera
Soffiamo nella forgia, noi stessi
Battiamo il ferro quando è caldo!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano.

Lo stato opprime e la legge imbroglia,
Le tasse dissanguano lo sventurato;
Nessun dovere è imposto al ricco,
Il diritto per i poveri è una parola vuota.
Basta languir nella tutela!
L’uguaglianza chiede altre leggi,
Niente diritti senza doveri, dice,
Uguali, nessun dovere senza diritti!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano.

Orrendi nella loro apoteosi
I re della miniera e della ferrovia
Mai hanno fatto altra cosa
Che derubare il lavoro.
Nelle casseforti della banda
È stato fuso quel che s’è creato
Decretando che gli si renda
Il popolo non vuole che il dovuto.

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano.

I re ci hanno ubriacato di fumo!
Pace tra noi, guerra ai tiranni!
Applichiamo lo sciopero alle armate,
Cannone puntato in aria e rompiamo i ranghi!
Se si ostinano, questi cannibali
A far di noi degli eroi
Sapranno presto che le nostre pallottole
Son per i nostri generali!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano.

Operai contadini, noi siamo
Il gran partito dei lavoratori,
La terra non appartiene che agli uomini,
Il fannullone sloggerà!
Quanto si nutrono della nostra carne,
Ma se i corvi e gli avvoltoi
Un mattino scompariranno
Il sole brillerà per sempre!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani (bis)
L’Internazionale Sarà il genere umano

Povera Siderno Pagliaccia

Tra feste, Madonna, spazzatura, traffico e maleducazione

Renegade
Ci vorrebbe la penna di un Richard Bachman, o se preferite, di uno Stephen King, per descrivere cos’è Siderno durante agosto. Agosto, mese d’ “alta stagione”, infettato dall’afa, dal mare sporco di liquami, dal traffico impazzito, dalla maleducazione sfrenata che tocca la scelleratezza. In spiaggia radio e musica a tutto volume, cosce scosciate e culi in vetrina, tette e muscoli si contendono il rito sessuale del prendere il sole. Feste in costume per la gioventù locale che paga per potere avere la sua occasione di copula, di inzupparsi di alcolici, vomitare per strada e ricominciare daccapo. Moto e motorini che schizzano tra le auto come schegge impazzite di un proiettile esploso in mille pezzi. Carcasse di animali a putrefarsi ai lati delle strade, lezzi che paiono provenire dalla Geenna che si levano dalle discariche di pattume che si raccolgono quotidianamente agli angoli di ogni strada e in prossimità dei cassonetti. Per il colmo del ridicolo gli insufficienti bidoncini della raccolta differenziata stanno in fila come pietosi soldatini con le loro diverse e inutili divise colorate, traboccanti di ogni ripugnante rifiuto.
hop, hop, hop, un altro saltello e sei di là!

Siderno, che ti sei vantata di aver distribuito gelsomini dorati alla tua intellighenzia, fatta di vacuità, di nullità, di esclusività, di vanità, di pellicce e di grembiulini bianchi, di labari abbrunati e di nasi all’insù.
Ti sei vantata di essere il centro della Locride, il polo economico e culturale di una zona immiserita e abbandonata. Hai tenuto finché la mafia ha tenuto. Ora ti prepari a diventare un immondezzaio che giace torpido nella calura estiva, a vivere l’indifferenza dei tuoi cittadini, peraltro impotenti.

Ma conservi l’asso nella manica, la tua carta annuale da giocare, la mascherata della festa di Portosalvo, di cui rimane solo un vago sentore di ritualità religiosa, anche questa immersa nella volgarità, intrisa di cattolicismi sovrascritti al paganesimo come su un cluster, parate, marce a piedi scalzi, teatrini dei pupi che poi finiscono frattalizzati e ripetuti mille volte alle tv locali come la pubblicità del Dualetto o del Magic Bullet, privati ormai del loro valore simbolico e umano, divenuti solo mezzo per esternare una posizione sociale dietro cui si nascondono piccole vendette intra-curiali.

L’essenzialmente brutta statua di legno che raffigura il personaggio biblico di Maria, viene portata ballonzolante e pencolante in giro per tutto il paese come una turista. Tra i pochi sinceri fedeli si mescola il tipico rappresentante della specie cattolica: cilicio e un’ostia dopo l’altra, sangue di cristo, scambiatevi un segno di pace, e poi prevaricazioni, tradimenti, menzogne, insulti e bestemmie appena appena lontani dal sagrato.
Intanto la statua della Madonna ballonzola tra la folla, saranno il suo rollio e beccheggio una manifestazione della caduta dei valori etici ed umani, di cui – così si dice- la religione cristiana è massima rappresentante?
Ma la recita in mezzo alla folla non basta e così la statua viene condotta anche a mare, proprio da brava turista, a fare surf tra fedeli o presunti tali, fotografi e tv, a concludere il suo spettacolino annuale.

Panini, pasta al forno, porchetta, rigatoni, pollo e patate
E dopo l’orgia di bancarelle, di ombrelli, ventagli, profumi marca ‘mbusta, film piratati, piatti e pentole, scarpe, vestiti made in China, binocoli, zucchero filato, tappeti e cuscini, torroni e canditi, l’immane spettacolo si conclude con una serie di scorregge potentissime, dette fuochi artificiali, per i quali i soldi non mancano mai, anche se magari mancano per l’assistenza domiciliare o per sostenere le associazioni di volontariato. Non sia mai che Siderno perda il suo primato di lusso spendaccione terzomondista da poveracci!

Festa di Postosalvo, festa di Portosalvo! Ogni anno decreti la fine della stagione turistica, infliggendo colpi mortali a chi di questo turismo sciancato sopravvive. Ogni anno annunci l’inizio delle piogge, qualche volta ti sei tirata dietro un paio di alluvioni e qualche morto. Sei un metronomo, stabilisci la fine del casino per le strade, la riduzione del “turismo di prossimità” (leggi: l’invasione dei cafoni), il ritorno ad una compostezza simulata.
Sei sempre uguale a te stessa, ed anche se ogni anno ti estendi come le metastasi di un cancro, potremmo visitarti ad occhi chiusi: tanto sappiamo già cosa ci sarà e dove sarà. L’unica novità sarà il prezzo: di certo in salita. Sappiamo già che dovremo cercare di camminare di taglio per evitare le “catene umane” che avanzano come rompighiaccio, i passeggini spinti in avanti con ardore da Formula 1 da giovani madri impazzite per la piastra scongelante o il coltello multifunzione. Bambini addormentati in quei passeggini, trascinati di qua e di là come bambole di pezza, come uno dei tanti oggetti in vendita sulle bancarelle, o ancora sepolti da fiori finti, lustrini e scacciamosche, a volte ancora la loro culla utilizzata come carrello per infilarci l’ennesimo doppione dell’inutile oggetto che abbiamo comprato.
La strada olezzante di piscio umano, insozzata da liquidi di ignota provenienza, oli nerastri, chewing-gum e sputi, gelati sciolti, biscotti gettati, vomito di cane. Generatori di elettricità trapanano le orecchie per illuminare banchetti di perline finte e di anellini con sopra l’iniziale del proprio nome: ennesima manifestazione della celebrazione del proprio ego, alla cui fonte veniamo abbeverati come agnellini.

Stai su con la testa, non ti addormentare!

E quando è tutto finito, la mattina dopo, dopo la sbornia e il desiderio di possesso finalmente placato, i tuoi rigurgiti ed escrementi saranno testimonianza di quel che in effetti sei: un miserabile pasto di oscena nudità.