Brucia la Grecia, facendo tremare l’euro. La Spagna declassata. Crollano le borse. Miliardi di euro vaporizzati nel nulla. I grandi dell’Europa con facce preoccupate davanti ai flash dei fotografi.
Tra quanto toccherà a noi?
Oggi ho letto un articolo ma non ci ho capito niente. Niente.
Qualcuno mi spiega che sta accadendo?
Edit: mi spiego meglio. Come fanno a guadagnarci se giocano al ribasso? Insomma sembra che questa crisi sia stata orchestrata a tavolino dalla Goldman Sachs per evitare il fallimento. Ma come conta di guadagnarci? Pensa di ricomprare i titoli una volta crollati e poi farsi pagare l’intero dalla Spagna? E per qualche miliardo di dollari inginocchierebbero Grecia, Spagna, Portogallo e sicuramente anche l’Italia?
Insomma, ho capito bene?
Ancora con le file interminabili agli aeroporti, con questa nube di polveri, col vulcano che ha paralizzato l’Europa e ha persino fatto slittare la Formula Uno.
I tg non fanno altro che farci vedere scene di persone in fila, o mezze addormentate sui sedili delle sale d’attesa degli aeroporti, ad intervistare gente che cerca disperatamente un treno per tornarsene a Zurigo. A ogni ritardo, ad ogni volo cancellato i giornalisti fanno salti di gioia: così hanno tanto da parlare nelle edizioni di mezzogiorno, mettendo in secondo piano la crisi governativa.
Sembra che ne facciano una missione personale, una maratona di quanti più giorni è possibile, non si stancano mai, poco importa se ormai da tre giorni non fanno che ripetere le stesse frasi.
Ci propinano scene come questa:
e qualche simpaticone ha pure promosso l’iniziativa di ribattezzare il color grigio “Fumo di Londra”, “Fumo d’Islanda”.
Ma venissero qui, a vedere le file che si fanno ogni giorno alla posta: altro che addormentarsi! Una volta io mi sono letta tutto Il Signore degli Anelli mentre aspettavo di prendere la pensione! Venite qui, giornalisti, oppure fate un giro alle poste della periferia, tipo quella di via dell’Acqua Bullicante a Roma, altro che materassi! ...numero 108! chi è il 108?
Articolo 1: L’Italia è una repubblica fondata sulla disoccupazione e sulle carte.
Le carte, come molti altri oggetti, possiedono una propria volontà. A differenza di altri oggetti però hanno una caratteristica individuale e non ripetuta: la capacità di proliferare come un tribolo.
Per ottenere una carta ne occorrono in media altre venti, quindi la progressione non è neanche aritmetica, ma esponenziale.
Mettiamo un’ipotesi: per avere diritto ad una ricevuta servono quattro attestati, per ottenere ciascuno dei quali occorrono venti fogli e tre giorni di file interminabili.
Considerando che in Italia occorre una carta anche per avere il diritto di evacuare, con semplici formule matematiche otterrete che il tempo necessario per svolgere le normali attività quotidiane è un asintoto che tende ad infinito.
La Legge di Parkinson (1958) spiega come un’organizzazione cresca indipendentemente dalla quantità di lavoro che deve svolgere. In un’epoca in cui le riduzioni di personale sono un frequente strumento per far crescere i profitti (e le fusioni, acquisizioni o concentrazioni si traducono quasi sempre in “tagli” di struttura) accade anche il contrario: cioè che le dimensioni delle organizzazioni diminuiscano per motivi non funzionali – e spesso senza correggere il sovraccarico di funzioni inutili e ingombranti. Questa bizzarra mescolanza di bulimia e anoressia è uno dei malanni più gravi che affliggono le organizzazioni (pubbliche o private) e specialmente le più grandi.
Ma più che l’enunciato della “legge” contano le molte acute osservazioni di Cyril Northcote Parkinson sui difetti e sui problemi delle organizzazioni. Il suo libro merita una rilettura attenta nella situazione di oggi. Oltre a essere profondamente serio nei contenuti è anche una lettura piacevole e divertente.
Cosa dobbiamo dedurre dal fatto che la testata tv più vista d’Italia presenti almeno tre servizi di cultura dedicati al giardinaggio e alle piante, dopo aver per anni totalmente ignorato la questione?
Non certo che d’improvviso le amministrazioni comunali cesseranno di capitozzare a scalvare Cercis in piena fioritura, ma semplicemente che l’interesse per il mondo della natura, in Italia, è in forte aumento, grazie anche al diffuso mutamento culturale generato dalle nuove necessità ed istanze ecologiche. Il fenomeno non è rimasto solo di “colore”, ma è diventato un mercato il cui polso non sfugge all’analisi degli economisti. Secondo una statistica aggiornata a qualche anno fa, il giardinaggio è la terza voce di spesa per gli hobby degli italiani.
Sarà per questo che il Tg1 dedica tanto spazio alle piante?
Il ritratto fatto dalla giornalista è piuttosto chiaro: tra i 35 e i 40, con un lavoro ben avviato, pratica il giardinaggio per rilassarsi (come quello che ascoltava Mozart durante il tempo libero) o per avere un po’ di “natura” in casa. L’orto ritorna ad essere quello che era: una necessità e non un passatempo. In questo le persone più anziane sembrano essere più consapevoli dei giovani, che piantano le zucchette ornamentali e le insalatine nel prato per essere “di tendenza” più che per mangiarle realmente.
Altro dato sensibile: la riscoperta delle piante nostrane, autoctone e profumate o aromatiche, come lavande e rosmarini.
La riscoperta del primitivo, dell’originario, del naturale, del localismo, è un dato importante, perchè indica che si è stanchi dell’esterofilia anglosassone, e che si vuole intraprendere nuove strade, più vicine al sentiero di casa, che conducano insomma, alla riscoperta di se stessi.
Tutto questo si sta già tramutando in una moda, una moda per ora destinata alle persone di ceto medio con una autocoscienza giardinicola scarsa o in divenire.
Lo testimonia anche la superficialità dei servizi del TG1, che raffigurano una porzione di società in cui una buona parte degli appassionati di giardinaggio non si rispecchia, un po’ fatua e volatile. Per l’appassionato praticare del giardinaggio non è un hobby rilassante, ma una passione a volte anche stressante.
Di questo “effetto moda” è testimonianza il fatto che la pianta più cliccata in questi giorni sarebbe la Lithodora diffusa… Lithodora diffusa in ambiente naturale
…una pianta sicuramente amata per la travolgente fioritura azzurra e il portamento prostrato, che però non gradisce l’ambiente troppo ricco e umido dei vasi da balcone. Insomma, una pianta che si compra, si vede fiorire per poi spegnersi inesorabilmente. Magari l’anno dopo la si ricompra e si riparte daccapo, incuranti delle sue reali necessità di drenaggio, temperatura, acidità del suolo e umidità.
Ogni anno in questo periodo il Giappone festeggia lo “Hanami”, la fioritura dei ciliegi. “Hana” significa per l’appunto “fiore”, e “mi” “guardare”, ma quando in Giappone si dice che si va a “guardare i fiori” si intende che siano quelli di ciliegio, e non altri.
Il ciliegio è albero sacro per i nipponici, che loro chiamano affettuosamente “Sakura”, e di cui hanno ricoperto le falde del monte Yoshino, poco distante da Tokio. Ne piantano centinaia di miglia lungo viali, nei parchi e nei giardini imperiali. Molti sono ciliegi selvatici, ma la maggior parte sono varietà orticole da fiore, dunque sterili.
La fioritura è spettacolare , ma dura poco più di una settimana. Ogni fiore è perfetto, ma è cadùco, impermanente. Per questo motivo il fiore e l’albero di ciliegio hanno preso a simboleggiare la Perfezione, la Virtù, la Cortesia, ma anche la fragilità della Bellezza e della Vita. Addirittura ai fiori del ciliegio erano paragonati gli antichi guerrieri samurai. Hanami
Al telegiornale si danno i bollettini sull’avanzare del “fronte della fioritura” e si danno consigli su quale posto scegliere per godersi appieno lo spettacolo. Tutti fanno festa quanto i ciliegi sono in fiore, comprese le “hana office” e i “sararimen” (“fiori di ufficio” e “uomini del salario”, un delicato gioco di parole per descrivere elegantemente la classe impiegatizia). Negozi ed uffici chiudono, la gente si riversa nei parchi, stende la sua stuoia e tira fuori le cibarie dai cestini da pic-nic, gli “o-bento”, di forma cilindrica ed a scomparti, solitamente di legno e vimini, ma anche di lacca pregiata o di legno istoriato, preziosissimi e molto costosi. All’interno della stuoia ci si leva le scarpe come se si fosse in casa e si mangia e si chiacchiera in modo insolitamente informale per un popolo estremamente rigido come i giapponesi. Si beve anche molto sakè, il liquore di riso, e spesso ci si ubriaca, alla faccia dell’etichetta.
La gente è chiassosa, disordinata, fa ressa e spinge. Lo “Hanami” viene festeggiato in quel modo superficiale e consumistico che anche noi abbiamo sotto gli occhi ad ogni festa comandata. E pensare che già nel 1320 il poeta buddista Kenko si lamentava della grossolanità dei gitanti!
Ma la maggior parte osserva i ciliegi con uno sguardo intenso, velato di malinconia, poiché sanno che tutto questo finirà molto presto.
Gli esteti si dedicano all’osservazione di un solo ramo, addirittura c’è chi segue lo sbocciare di un singolo fiore, massima espressione della perfezione. Al ciliegio sono state dedicate poesie, i celebri “haiku”, i brevissimi componimenti che ispirarono tanta parte della poesia italiana ed in particolare segnarono Giuseppe Ungaretti.
I nomi delle varietà sono spesso molto evocativi, portano nomi di principesse o di divinità, altri sono un po’ buffi (come d’altronde anche i nomi delle peonie cinesi). Ce n’è uno che si chiama “Kuruma-gaeshi”, cioè “mandare indietro i carri”, e che voleva sottolineare come fosse necessario fermarsi ad ammirare la bellezza dell’albero in fiore per tutta la giornata, e che quindi fosse necessario mandare indietro il carro.
Da noi il ciliegio da fiore non è molto conosciuto, ed è un peccato, poiché è veramente un bell’albero, specie la varietà di Prunus x subhirtella ‘Pendula Rosea Plena’. Purtroppo è una varietà non semplice da trovare anche in zone meno primitive di noi, e il più delle volte è necessario prenotarla. Il massimo che si può sperare di trovare qui è l’orribile ‘Amanogawa’, un ciliegio da fiore ideato per i piccoli giardini, a portamento affusolato e colonnare, come un cimiteriale cipresso.
La casa del mare di Mimmo CainoAnche Mimmo Caino, come tutti coloro che abitano a ridosso della ferrovia, aveva un giardino. Un giardino in quella stretta fascia di terra libera che separa la casa dai binari, una sottile striscia rubata alla sabbia, coltivata con dedizione ed ordine meticoloso.
La saggia e operosa indole contadina della nostra gente non permette che neanche un metro di terra vada sprecato, e queste coltivazioni distribuite lungo tutto il tratto della nostra costa sono diventate una costante, una sorta di paesaggio aggiunto a quello naturale.
In genere vi si piantano ortaggi, fave in inverno, pomodori e melanzane in estate. Basilico, peperoncini piccanti, salvia o rosmarino: tutte cose che hanno un piede nel giardino e l’altro in cucina. Molte persone tengono anche dei fiori in questi angusti spazi, solitamente si tratta di rose, ma talvolta si incontrano grandi rampicanti, come bignonie, glicine, bouganvilee. Se poi si ha un po’ di spazio in più ci si tiene anche un piccolo albero di limoni, di fichi o di nespole.
Ad animare i giardini e i piccoli orti della ferrovia non è la necessità di risparmiare sull’acquisto di frutta e verdura, anche perché in spazi così ristretti è impossibile provvedere adeguatamente al fabbisogno di una famiglia. Si tratta di qualcosa che sta dentro di noi, in quella parte buona del cuore umano: il desiderio di fare, di non oziare, di essere operosi. Il piacere delle cose fatte con le proprie mani, di mangiare il frutto del proprio lavoro, e l’avversione per lo spreco di terra, ancorché di limitata estensione.
Mimmo Caino aveva scelto delle piante grasse per il suo giardino lungo la ferrovia: le aveva scelte con cura, nei toni delicati del grigio e del verde argentato che armonizzano così bene con il colore della sabbia, e le aveva piantate in ordine, incasellate ognuna nel proprio spazio, delimitato da pietre piatte levigate dal mare. Contro il muro aveva sistemato altre piante più grandi, ma anche delle zucchine, per non smentire la qualità “ortiva” delle coltivazioni ferroviarie. Più oltre, sulla spiaggia, delle agavi variegate. Aloe arborescens
Mimmo Caino se n’è andato mentre faceva quello che aveva più caro: il lavoro. Cosa accadrà al suo giardino? Chi lo curerà? Chi toglierà le erbacce che inevitabilmente cresceranno tra i sassi e nella sabbia? Il lavoro di Mimmo era per tutti noi, non solo per se stesso, e l’augurio che mi faccio –e penso di poter parlare per tutta la cittadinanza- è che tutto ciò non venga dimenticato, che venga rispettato e che non vada sprecato, ma anzi, che venga valorizzato come dovrebbe. Tiffany's
P.S. 4/2/2010. Mimmo Caino è morto, la sua Casa del Mare è stata venduta. Pare che non fosse stato un buon padre e che la sua famiglia non ne volesse preservare il ricordo.
In questo caso sarebbe toccato al Comune di Siderno acquisire la sua proprietà perchè non fosse dimenticata.
Ora la Casa del Mare è una delle tante casette sulla spiaggia, tinta di color giallo paglia, con il tavolo di plastica e l’ombrellone sul balcone.
Walter Benjamin (che qualcuno definì un “imbucato” della filosofia) propose di aggiungere al “valore d’uso” e al “valore di scambio” della merce quello di “esposizione”. Nei Passages codifica la regola secondo cui una merce acquista valore aggiunto per il semplice fatto di essere esposta.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)