Santa Inquisizione

Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!
Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!

Giardini per sedie a rotelle

C’è la sedia a rotelle.
Generalmente noi siamo fuori dalla sedia a rotelle. Non c’è racconto o descrizione che valga a chiarire come cambia il punto di vista quando si è dentro una sedia a rotelle, o quando -più o meno da un giorno all’altro- ci si ritrova a doverla spingere.

I giardinieri sono tra le creature meno sensibili di questa terra al problema della sedia a rotelle.
Esistono certamente giardini compatibili con la sedia a rotelle o in cui la sedia a rotelle è un’ospite come tante o non è mal accettata. O giardini che si dotano di attrezzature per sedie a rotelle, magari perchè i loro proprietari sono costretti a farne uso ad una certa età.
Non so come funzionino le cose in America e in Giappone, dove pare che i progettisti siano un po’ più svegli, ma qui in Italia bisogna dire che funzionano proprio male.
Se un giardino si dota di passaggi e scivoli per le sedie a rotelle si tratta sempre di qualcosa in più e non di qualcosa per.
Solitamente poi gli scivoli sono rampe improvvisate, come quelle degli stabilimenti balneari o un percorso alternativo, diverso da quello dei pedoni. Come a dire “non ho niente contro la tua sedia a rotelle, ma se vuoi passare devi farlo per forza dall’entrata secondaria”.
Grazie.
Anche nei giardini più attrezzati, poi, non si può andare dappertutto. La parete rocciosa è abbordabile solo da chi ha gambe buone, vietata se è per questo anche ai malati di cuore. Il prato umido -ci potete scommettere- diventerà come le sabbie mobili, e se uno pesa più di venti chili la sedia a rotelle finisce per “infungarsi”, per sprofondare come in un pantano.
Il vialetto sarà sempre troppo stretto, e il tuo catetere potrebbe staccarsi e saltar via, e sicuramente ci sarà questo o quell’inceppamento nelle connessure del viale, sempre che il designer non abbia deciso di usare la ghiaia, già fastidiosa in un giardino comune, con il suo orribile scricchiolio, del tutto impraticabile per una sedia a rotelle.
Sarà bello fermarsi sul bordo del fiumiciattolo, che si attraversa solo zompettando da una beola all’altra. Sarà entusiasmante dover dire “Oh, beh, torniamo indietro” oppure “Vai tu, non importa”.

Non esistono giardini per le sedie a rotelle.
Come se questo fosse un’a privativa. Un giardino per le sedie a rotelle non può essere bello…perchè? ma è ovvio, perchè le sedie a rotelle sono brutte, ed evocano concetti di malattia, disagio, disabilità, incapacità.
Invece di essere sano stimolo alla creatività e all’estro.

Un tappeto in casa è un ostacolo insormontabile per una sedia a rotelle, figuriamoci un sasso in un prato…si perderebbe tutto l’elemento di naturalità e di mistero, tutta la multiplicatio et variatio universorum, tutti gli elementi di ricchezza di curiosità, di mistero, di divertimento. Via, insomma, chi ha la sedia a rotelle se ne stia a casa sua a guardare la tivvù, dopotutto…che vuole da me, io devo progettare un giardino perchè sia bello…altrimenti gli altri non ci vengono neppure.

Non tutti siamo Balduccio Sinagra, non tutti abbiamo i soldi di Pierre Passebon e di Jacques Grange, che hanno potuto permettersi di farsi fare il giardino da Louis Benech. Non tutti hanno Paloma Picasso e Yves Saint Laurent come amici.
Eppure il giardino presentato su questo numero di “Gardenia” , in pectore, qualche idea buona per una sedia a rotelle ce l’aveva. Peccato che a Louis Benech non fregasse un bel niente.

Dovremo attendere che qualche riccone diventi paralitico per avere un giardino per le sedie a rotelle?
Non c’è bisogno di lambiccarsi il cervello: la risposta è subito data, ed è un facile e chiaro “sì”.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Architetture e paesaggi in Labyrinth di Jim Henson. Matrici del gusto di un cult movie

Labyrinth (Dove tutto è possibile, recita il sottotitolo italiano) è un cult-movie per gli amanti del fantasy e per gli illustratori. Possiamo dire che tutto il resto delle persone non lo conosce affatto.
Ma come diceva Santayana, non importa a quanta gente piaccia una cosa, ma quanto piace a coloro a cui piace. Il che è una grande stronzata. Scusi senor Santayana.

Labirynth comunque non è un filmucolo passato alla storia con dubbi meriti, per puro ghiribizzo del caso. E’ invece un film ricchissimo di suggestioni, con una forte caratterizzazione estetica, in cui citazioni, fonti e rimandi sono vari e diversificati e nascono evidentemente da un gusto colto e raffinato, arguto, sottile. La matrice del gusto è molto strutturata e complessa.
Per questo è un cult-movie presso noi illustratori, anche per quelli che non hanno inclinazione al fantasy.
Farne una critica compiuta non è affatto semplice, ho raccolto in questo articolo i fotogrammi che ritenevo di maggior interesse, ma il lettore mi scuserà se ho tralasciato qualcosa.

scena iniziale labirynth
La scena iniziale, che a tradimento ha fatto immaginare a tutti di trovarsi in un mondo fatato del tipo Legend o The Princess Bride, è solo un inganno. Sarah “gioca alle fate”. La scelta del paesaggio è sottilissima. Un paesaggio più selvatico non sarebbe poi potuto passare per un parco cittadino, uno più caratterizzato architettonicamente non sarebbe passato per un mondo fantasy.
Occorre molto occhio per fare scherzetti del genere.
La scena è molto simile a quella iniziale di Alice, ma meno decorata, più “classica” (o meglio “neoclassica”…). Un prato verde e leggere pendenze, un ponte di pietra, un lago, un cigno: elementi classici delle fiabe, senza tempo. Eidos. O se vogliamo clichè.

Suonano le 7
campanile labirynth
e veniamo a scoprire che ci troviamo “quando” nel 1986, e da subito, anche “dove”, perchè la torre dell’orologio, costruzione tipica di ogni città americana, ha le fattezze caratteristiche di quelli del New England, come d’altra parte anche il paesino in cui Sarah corre. Le architetture sono neo-vittoriane e neo-georgiane. In veste più antica ed austera le abbiamo viste mille volte nei quadri di Edward Hopper e nei film di Hitchcock, come Gli uccelli o Psyco.
paese labirynth

pesino labirynth

paese labirynth

Gli interni della casa di Sarah sono molto eleganti, ben al di sopra di una normale “famiglia americana”, seppur benestante. C’è gusto, anche se la decorazione non manca, non è mai soverchia o pacchiana. L’elemento più distinguibile è l’arco d’entrata, di tipo ellittico, molto usato durante il periodo Liberty. L’arredo lascia vedere con chiarezza elementi elaborati nei muri (una mensoliera incassata con volta a platte-bande, delle sedie in stile Shakers tinte di scuro.
interno casa di sarah

La carta da parati è di colore non comune (un verde salvia piuttosto spento) con disegni tipici dell’Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin.
carta da parati casa di sarah

L’arco ribassato, stile Liberty, di grande profondità dovuta allo spessore dei muri, è tipico delle case del New England che imitavano lo stile europeo fin de siécle. Anche qui notate i parati in stile Liberty.
arco ribassato

La cameretta di Sarah invece indulge al country, la coperta patchwork ne è l’esempio migliore.
sarah's room
Lo scaffale e le pareti affollate sembrano quelle dei racconti illustrati di Boscodirovo, di Jill Barklem, che ama disegnare scaffali stipati di cianfrusaglie e oggetti di ogni genere.
Alla parete si vede già un poster di Escher, dentro cui Sarah finirà alla fine del film. Un prodromo.

Cambiando scena arriviamo all’esterno del Labirinto.
esterno del labirinto
Il paesaggio è quasi cimiteriale, con tozze steli che rimandano agli storicismi ottocenteschi (per capirci, tra gli altri, la mania di avere i “reperti” egizi in giardino)

Hoggle

L’architettura è di un gotico muscolare, pesante, non manierato. Non rozzo, ma semplice, razionale, quasi rivisitato da un le Corbusier nel suo più felice periodo brutalista.
In alcuni punti il brutalismo è più evidente:
mano che indica
In altri punti invece la visione d’insieme potrebbe essere un bozzetto per il disegno del castello della Bella e la Bestia.
esterno del labirinto
I fiori sono radi, tutti bianchi, al massimo con una accennata sfumatura rosata. Questo per contrastare con il colore di fondo del muro e per essere il più visibili possibile. Sono radi, mai in gruppi, per non essere sdolcinati e romantici, e per avere un aspetto “medievale”. Insomma, un paesaggio che sembra uscito dalle tele di un Johmn Everett Millais che volesse dipingere il giardino di Ginevra.

All’interno textures indefinite e ancora muscolarismo, con il muro che si rastrema, per dare un’idea di maggiore solidità.
labirinto
Nei muri del labirinto i conci sono visibili, un accenno neomaya?
labirynth

labirinto

Cambio di scena: cambia anche il materiale con cui è composto il labirinto, stavolta si tratta di siepi.
labirynth
Rimangono le steli di tipo egizio, ma qui sono più che altro un escamotage ottico per “ancorare” l’occhio alla base.

labirynth
Scena molto complessa da analizzare. Il labirinto è di tipo “tradizionale”, cioè cinquecentesco-seicentesco, di chiara ispirazione francese e “versaillesiana”, ma se fate attenzione le alte sentinelle di pietra sembrano il Soldatino di stagno (1838) o lo Schiaccianoci (1816). Siamo già nel periodo del revival degli stili storici e nell’Eclettismo Ottocentesco. In Inghilterra una scena così composita potrebbe (forse) ricordare The Lilac Fairy Book di Andrew Lang, ma qui in Italia ricorderebbe certamente I quindici e qualche divagazione Luzzatiana su Italo Calvino.
Ma a ben guardare l’altra figura femminile a sinistra dimostra chiaramente delle influenze contemporanee, certamente di Moore e Modigliani. Eppure non stona affatto, anche in virtù del fatto che il materiale e il colore è identico alle statue dei soldati con colbacco.

Qualche maschera
maschere labirynth

maschere labyrinth

maschere labirynth
che più che far pensare ai costumi veneziani rimanda alla barocca fantasia di William Shakespeare e alle caricature di Leonardo. Brian Froud, santone internazionale dell’illustrazione, guru delle fate e degli gnomi, ha qui certamente messo una delle parti più belle della sua magica matita, e le grottesche deformazioni dei nasi e dei visi diventano quasi zoomorfismo, andando a toccare i momenti più delicati e al contempo terrorizzanti di Arthur Rackham e dei Racconti di Mamma Oca. Come vedete anche qui la matrice del gusto è Arts & Crafts, Liberty, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
maschera david Bowie

Sarah ha un vestito da principessa delle fiabe come ce lo siamo sempre immaginato tutte da piccole, cioè con le maniche a sbuffo dell’Ottocento e la crinolina. Mentre all’inizio del film aveva un vestito di tipo medievale, più “Marion Zimmer Bradley”. Una diversa visione della fiaba di fate si è alternata nel film.
sarah labirynth
Il decoro nei capelli è vettoriale, alla Victor Horta. Ancora Liberty.
sarah labyrinth ball

La città di Goblin non è come ce l’aspetteremmo, immersa in una foresta, con case sugli alberi come in Tolkien o in Dragonlance (mi scusi Professore per quest’accostamento profano), ma è un borgo medievale, di tipo centro-europeo, di campagna. Insomma, per farla breve, un paese come quello dei Quattro musicanti di Brema. Ci sono finanche galline.
città di Goblin
Le figure scolpite sul pozzo (cuore di ogni paese medievale) sono di carattere gotico, francofono.
città di goblin
Nella sua interezza la Città di Goblin sembra un diorama di un presepe. C’è un sacco di Hans Christian Andersen e di Fratelli Grimm, qui dentro.
città di Goblin, piazza

La parte finale è quella più semplice da spiegare ed è anche quella che più facilmente viene compresa anche da chi ha poche conoscenze d’arte, essendo le stampe surreali di Escher molto diffuse anche negli studi medici e nelle salette d’attesa dei politicanti.
labyrinth escher

La conclusione di questo articolo mostruosamente lungo è che Labyrinth è guidato da un’estetica Liberty e romantica, filtrata attraverso il personalissimo segno del genio pittorico di Brian Froud, che con questo film realizza un vero e proprio piccolo capolavoro, in cui ogni scena si risolve in una raffinata illustrazione tridimensionale.

Il conformista

Conformarsi è dannatamente facile.
Non ho altro da dire sull’argomento.

La tamarrìa di Siderno

Qualche domenica fa sono andata a fare un pezzo per il “mio” giornale: un pezzo diciamo di quelli “chiamati” .
Tra parentesi c’era un maestro fiorista olandese gay simpatico da far resuscitare i morti. Si chiama Peter Landmann.
Ad un certo punto però mi sentivo abbastanza resuscitata e volevo tornarmene a casa a prendere un tè e fare quattro passi coi cani.
Al parcheggio però la brutta sorpresa di trovare la macchina bloccata da un’auto. Com’è come non è, esce fuori che l’auto era della “padrona di casa”, una ragazza giovane, bionda e molto carina, vestita con abiti costosi ma brutti, la quale mi dice che ero io in torto perchè il suolo, seppur adibito a parcheggio, era privato e che io ero abusiva.
Beh, dopo essermi rovinata l’unico giorno libero della settimana per farle un favore, era quello che mi ci voleva. A quel punto mi sono sentita resuscitare del tutto.
Mi va quindi di inquadrare storicamente questo tipo di comportamento sociale, che viene definito “tamarrìa”.

Etimologia: “Tamarro” significa propriamente “campagnolo”, ma nell’accezione comune è un modo di comportarsi nella società civile, cioè rozzo, da contadino, da ineducato.

Il problema: esisteva o no la “tamarrìa” in Calabria, a Siderno, in tempi antichi, o è un fatto recente?

La storia
Primo periodo: dagli anni ’30 alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1943 in Calabria)
Esistono due società completamente distinte: quella cittadina (consumo) e quella campagnola (produzione). La borghesia terriera sfrutta e sbeffeggia i contadini, che sono poverissimi, miseri, servili, sudici, senza scarpe, con abiti logori e fuori moda di almeno venti anni. Solo nei borghi antichi, in cui produzione e consumo coincidono, c’è una sola società. I rapporti tra le due società sono ancora di tipo feudale, nonostante i contratti fossero “moderni”. Se pensate a libri come Cristo si è fermato ad Eboli, avrete una perfetta immagine di come i professionisti cittadini trattassero i contadini.

Secondo periodo: dal 1943 al 1964 circa, che consideriamo il picco delle grandi emigrazioni.
Comincia il mercato nero che per i contadini è una vera rivoluzione economica e sociale. I cittadini (consumo) vivevano con la tessera, ma i contadini (produzione) erano autosufficienti dal punto di vista alimentare. I contadini iniziano a vedersi circolare in mano del danaro, a costruire case più belle ed efficienti, ad aumentare il patrimonio disponibile per la dote delle figlie. Fanno sacrifici inenarrabili e più abili si trasformano in piccoli commercianti.
Inizia il periodo della grande emigrazione verso l’America, l’Australia, la Germania, poi verso il Nord. Arrivano beni di consumo industriale, come l’automobile e il pb gas, che solleva le famiglie contadine dall’obbligo millenario della raccolta della legna. Lambretta e Vespa sostituiscono l’asino.
Pauroso indebolimento della borghesia terriera, che non pensa più a conservare la terra per i figli, ma a trovargli un posto nel pubblico impiego. Abbandono delle terre, Cassa per il Mezzogiorno, strade, case, acquedotti, cresce il lavoro e lo stato paga appaltatori e salariati.
La mafia, che prima era al servizio della borghesia terriera, con le elezioni si trasforma in procacciatrice di voti presso i contadini, che non hanno idee politiche, o se ce l’hanno sono disposti a tradirle per un vantaggio particolare. I politici fanno delle promesse: piccole cose, tipo licenze per vendere frutta, o il permesso di partire per l’America.
A mano a mano trattare i voti con i contadini diventa una professione, la mafia si diffonde sulla scia della politica per ottenere prima licenze, poi piccoli appalti, il commercio di sigarette e di stupefacenti, infine il sequestro di persona, da cui si ricavavano milioni (di quei tempi), che servivano a ricavare un capitale per l’acquisto di droga sul mercato internazionale.
La politica, anche a livello altissimo -pensiamo ad Andreotti- deve avere contatti con la mafia. Bassolino ha ceduto alla camorra perché ci fosse una Campania governabile.

Terzo periodo: dal 1964 ad oggi
Non c’è più il padronato fondiario del tipo “baronato”, c’è invece una classe impiegatizia vastissima alle dipendenze dei politici. I medici, che sono tra coloro che hanno maggiore influenza in politica, non sono più la classe culturalmente dominante. Non c’è neanche una classe industriale che possa indicare un modello culturale. La stessa politica porta su personaggi di scarsa qualità, legati alla mafia. La “tamarrìa” nasce in questo disagio sociale in cui non funzionano più i partiti, non funziona la politica perché seleziona persone di secondo livello, non c’è una classe economica dirigente “costumata”. C’è invece un opportunismo mafioso o mafioseggiante che ha interesse a tenere diseducate le masse, per renderle più pronte alle sue sollecitazioni politiche.
La “tamarrìa” si configuara quindi come un fatto di costume per cui si permette a tutti di essere maleducati con il prossimo, di difendere i propri interessi con la prepotenza, soprattutto nelle piccole cose del quotidiano, perchè per i reati più gravi si ha ancora paura della sanzione penale.
A questo stato di degrado sociale contribuisce la diffusione di una certa cultura nazionale attraverso la televisione che non modella più come il grande cinema degli anni ’50, ma genera un prodotto amorfo fatto di show e ballerine. Tutto concorre all’inselvatichimento dei rapporti sociali. Paradossalmente è in campagna che rimane il concetto dell’ospitalità proprio dei borghi antichi.
Nei paesi più al centro dei flussi commerciali si vive in una vera jungla d’asfalto.
L’epi-cultura (cioè la manifestazione esterna di una falsa cultura) è fondata esclusivamente sull’amor proprio, sul sussiego, non sull’agonismo nobile.
Questo per poter controllare il voto delle masse.

Questa è la tamarrìa di Siderno. A questo genere di persone appartiene la bella ragazza bionda che pensa che tutto sia a sua disposizione e che ha parcheggiato bloccandomi la macchina.

I Guerriglieri Verdi

Avevo promesso di inserire alcune considerazioni sulla questione dei Guerriglieri Verdi, Green Guerrillas, o Guerrilla Gardening.
Data la lunghezza e l’assenza di foto so già che non lo leggerà nessuno.
…pazienza.

A quanto ho potuto notare esistono due fazioni contrapposte: alcuni non li apprezzano per via dell’implicazione “violenta” del termine “guerrilla”, altri invece considerano questa forma di giardinaggio una sorta di via salvifica per affermare la volontà del popolo contro l’esaurimento delle risorse terrestri e la progressiva invivibilità dei grandi centri urbani.
Non ho mai considerato le vie di mezzo approssimative, e personalmente ritengo che entrambe le fazioni abbiano torti e regioni in egual misura.
I Guerriglieri Verdi sono nati negli anni Settanta, nelle sterminate, angoscianti, periferie delle grandi metropoli americane, dove la vita è vita solo a metà, la violenza è all’ordine del giorno. In quel periodo “il mercato del mattone” viveva una forte crisi, e molti quartieri venivano letteralmente abbandonati, diventando fatiscenti, rifugio per operazioni malavitose, prostituzione, spaccio di droga, violenze, stupri, omicidi e fatti delinquenziali di ogni sorta.
Sotto la spinta dell’ecologismo allora nascente, e per reagire all’inerzia delle istituzioni pubbliche, gruppi di attivisti si sono riuniti per restituire dignità a questi quartieri, costruendo degli orti da dare in gestione a chi fosse interessato. Nacquero anche piccoli parchi dove far giocare i bambini sotto lo sguardo dei genitori, al riparo dalle automobili a da malintenzionati.
Gli orti urbani in seguito si trasformarono in strumento di politica sociale, ma questa è un’altra storia.
L’istanza dei Green Guerrillas deriva dal fatto che le istituzioni e gli enti pubblici erano del tutto sorde alle richieste della gente. Il fatto che il nome sia in spagnolo fa quantomeno sorgere il sospetto che queste periferie fossero abitate perlopiù da ispano-americani, per i quali il governo centrale aveva poco interesse, dato che si tratta di frazioni non votanti della popolazione (Obama a parte).
I Guerriglieri verdi dell’epoca sono riusciti a tirare fuori interi quartieri da una situazione di miseria sociale, non diversamente da come il vecchio protagonista di L’uomo che piantava gli alberi ha fatto per la sua terra. Una nobile storia, che non implica necessariamente azioni furtive e illegali.

In Italia e in epoca contemporanea un guerrigliero verde “vecchio stile” è se non altro fuori posto. E’ vero che gli enti pubblici sono inefficienti, che i “giardinieri” comunali hanno appena qualche nozione di orticoltura, che le nostre periferie sono trascurate e neglette, ma alla maggior parte di questi problemi si può dare un contributo se non direttamente, in modo individuale, perlomeno con un associazionismo funzionante e regolamentare.
Non lo dico -personalmente- perchè abbia in ispitto chi agisce contro le regole, ma perchè queste forme sono più efficaci e se ben condotte, portano a dei risultati gradevoli e duraturi, e a volte anche di un certo pregio.
Purtroppo il lato più fortemente negativo di queste iniziative, è che la borghesia intellettuale paesana se ne impadronisce e le porta regolarmente all’affondamento. Come ad esempio accade nel paese dove vivo, Siderno, dove un’iniziativa simile proposta dall’ATA Club, è fallita causa il fatto che le signore impellicciate e le mogli dei medici non volessero rompersi le unghie scavando nella terra o portare un sacchetto di sabbia per 100 metri (oltre alla inconsistenza delle loro conoscenze orticole, che farebbero rabbrividire qualsiasi appassionato).
Se non si vuole trasgredire un regolamento a cui nessuno fa caso, meglio a questo punto chiedere di poter gestire singolarmente (o in piccoli gruppi) una piccola aiuola comunale e basta.

Dall’altro lato sembra esserci un piacere modaiolo, piuttosto incolore e frutto di un’epoca contemporanea in cui la trasgressione delle regole è diventata consuetudine, nel crearsi un’attività illegale ma non dannosa, nella quale sia contemplata una idea di ribellione e un pensiero bellicoso o belligerante, ma solo nel termine e non effettivo.
Spesso sono giovani intelligenti, cresciuti con i telefilm americani , dotati di coscienza ecologica, ma che non riescono a capire che le loro attività sono solo la dimostrazione di come ci sia un distacco sempre più crescente tra la società e le istituzioni, un’incomunicabilità invalicabile che prevede, di prassi, il sopruso o la questua per ottenere un proprio diritto.

Sono solo canzonette

09/24/08
Sono solo canzonette
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 12:48 pm

Ma non prendiamoci sul serio. Il giardino è il giardino…cioè, ragazzi, è solo un giardino. Mica è importante. Cioè, vogliamo mettere il giardino con una cosa veramente artistica, come il découpage? Cioè, a me sembra che si stia esagerando,no? Voglio dire, nel giardino uno si passa il tempo, chiacchiera con i vicini, cioè, è giusto un hobby per gli anziani, soprattutto per le signore vecchie che non hanno niente da fare e stanno fuori in giardino a sgranare piselli o fare l’uncinetto.
Lo so anche io che comporre i fiori e le piante è un po’ come fare un quadro, ma le piante sono già là, mica le devi disegnare…insomma, che merito c’è? E poi tutte le piante stanno bene tra di loro, no?
Voglio dire, il giardino è solo un pezzo di terra, non è mica il salotto! nel salotto sì che devi spremerti le meningi, e poi, le piante costano pochi euro, voglio dire, un geranio costa neanche 3 euro, mentre i mobili sono molto costosi, cioè, vuoi “mettere?

Domanda: non è che noi, facciamo lo stesso discorso, ad un livello solo appena un po’ più alto?

Sembra a molti che il giardino non possa, non DEBBA avere niente a che vedere con problemi sociali, estetici, filosofici, interiori, con i rapporti interpersonali della vita quotidiana moderna. Che debba essere affrontato solo dal suo punto di vista tecnico.
E se no?


4 Responses to “Sono solo canzonette”
1. irene colombo Says:
October 11th, 2008 at 2:04 pm e
gent. Lidia, sono una principiante assoluta, ma mi sto impegnando e leggendo per sapere un po’ di più .Navigando mi sono imbattuta nel sito CdG in cui lei parla del suo modo di “non” concepire i giardini e ho pensato:”cavolo”! Detesto le bordure colorate, i giardinetti cimiteriali davanti alle case (villette) mi danno l’angoscia, le “architetture dei giardini” mi fanno venire la depressione. Non parliamo dei “prati all’inglese sui quali potrei anche mettermi a piangere!!! Tra poco (lo spero, lo spero, lo spero…) andrò ad abitare in campagna, in un posto sperduto tra le vigne e non so ancora cosa farò dello spazio che c’è intorno alla casa…Certo cercherò di non “addomesticarlo” in modo turpe. Spero di leggerla ancora. saluti. irene colombo
2. ezio Says:
October 18th, 2008 at 9:46 pm e
Lidia , mi avevi fatto credere che per fare un giardino bisognava conoscere gli abbinamenti dei colori ,e che occorreva essere un pò pittori, e che fare giardinaggio era un arte. Praticamente ora mi fai capire che quello che faccio io: mettere le piante un pò a caso va bene lo stesso. Non sarà come fa il consulente finanziario che ti consiglia una serie di buone azioni e se tu invece le scegli a caso, magari dopo un pò di tempo il risultato è migliore?
3. Lidia Says:
October 20th, 2008 at 3:20 pm e Grazie Irene ed Ezio. Io non so se il mio modo di concepire il giardino sia “quello giusto”, anzi non penso che esista un “modo giusto”. Penso che per fare del buon giardinaggio bisogni conoscere sia le tecniche orticole che l’accostamento dei colori, e che poi bisogni andare oltre. Quindi non è che sia proprio favorevole per le “cose a caso”, che spesso sono troppo “a caso”. Non disprezzo neanche i girdini classici ben fatti, o le belle bordure che hanno qualcosa da dire, come quelle di Christopher Lloyd. Solo, penso che non ci si debba fermare a questo, che la ricerca del qualcos’altro (che poi è l’etica dell’estetica), non sia da guardare come qualcosa di inopportuno nel giardino.
4. Luigi Prisc Says:
October 24th, 2008 at 1:08 pm e
lasciare tutto al caso forse no.. ma il troppo orine non è una cosa naturale, è più un modo di pensare tipicamente umano. preferisco far l’ingegnere solo al lavoro e nel mio campo mettere un pò quello che la follia mi consiglia. magari anche in maniera pseudo ordinata, ma stare a pensare gli abbinamenti cromatici e le potenzialità di crescita mi farebbe perdere molto del senso che attribuisto al giardino, ovvero donarmi relax e distanza dall’umanità

Etica della bordura inglese

09/22/08
Etica della bordura inglese
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:44 pm

Nel tempo ho maturato un certo scetticismo nei confronti della bordura all’inglese, che anni fa sembrava anche a me il vertice ultimo delle aspirazioni giardinicole.
La bordura all’inglese, codificata così com’è oggi, trova le sue basi
culturali ed estetiche nell’Idealismo Romantico, periodo in cui sono
sedimentate le radici della moderna cultura Occidentale. Colin
Campbell fa risalire proprio al Romanticismo la nascita dell’ideologia
consumista, e se tanto mi dà tanto, posso tranquillamente spingermi abbastanza in là da dire che la bordura mista è l’incarnazione del consumismo sfrenato della società moderna, e che solo raramente riesce ad ottenere significativi livelli estetici.

La bordura mista è un po’ come una collezione di quadri, nella quale il collezionista si rispecchia e si ritrova, si autogratifica con la continua ricerca di qualcosa al quale tende ed a cui non può e non vuole giungere, mette una croce sulla pianta appena conquistata, per mirare direttamente alla successiva, nell’illusione che questo compensi la propria mortalità. In poche parole, crea il (falso) mito della “sua” personalità, tant’è che non sono rare le frasi del tipo:
“Difficilmente gli altri possono comprendere il mio modo di fare
giardinaggio”.
Questo produce un solipsismo estetico che non è né più né meno che il frutto della società moderna, basata sull’economia capitalista-liberista, in cui i valori comunitari sono completamente spazzati via. Il giardinaggio, come la vita, viene vissuto con un atteggiamento “distaccato”, isolato, che non vuole più chiedere né ricevere nulla dalla comunità.
Come ebbero a dire Pountain e Robins: “[…]la mentalità “distaccata” è incentrata principalmente sul consumo. Questo è il “cemento” che sana tale stupefacente contraddizione; essere “distaccati” è il modo di vivere con minori aspettative andando a fare shopping[…]. Il gusto personale viene elevato a vero e proprio ethos: sei quel che ti piace e che perciò compri.”

Ed è proprio a questo punto, alla parola “compri” che si inserisce la longa manus delle riviste di giardinaggio, a sua volta mezzo d’azione delle multinazionali del florovivaismo.

2 Responses to “Etica della bordura inglese”
1. Alessandro Says:
September 29th, 2008 at 4:14 pm e
Povera Bordura inglese verrebbe da dire. Lidia non ti viene mai in mente, che anche la povera Bordura inglese sia caduta nel tranello del consumismo e della moda di oggi? Che sia caduta anche lei nell’inganno e ora si ritrova ad essere da te così giudicata? Può essere che la causa in fondo sia da cercare in questo periodo consumistico del nostro mondo occidentale, che ha finito per snaturare la geniale idea della bordura inglese? In fondo anche il Giardino alla “giapponese” ha questo rischio. O perlomeno l’elaborazione di questo, che sempre più spesso vediamo nei sempre più piccoli giardini delle sempre più piccole case di oggi. Basta un acero rosso e della ghiaia bianca con qualche ciottolo più scuro e si ottiene un’esecuzione assai accattivante, per chi vuole farsi un giardino diverso dalla trita e ritrita bordura. Non trovi? E quali motivazioni ci vedi in questo, se non ancora una volta il consumo e la conferma della propria persona attraverso di esso. E allora giudicheresti negativamente anche il giardino giapponese? Che allora si debba puntare il dito su questo periodo e sia invece da riconsiderare tutti gli “stili” in base alla loro forza reale, isolandoli dal consumo che se ne fa di questi? Forse si. In fondo ci saranno dei buoni esempi di sana e buona Bordura inglese.
2. Lidia Says:
September 30th, 2008 at 12:17 pm e
Domanda che richiede una lunga risposta: sì, certo che mi è venuto in mente che la bordura all’inglese sia vittima del moderno consumismo. E’ nata così proprio perchè i suoi canoni stilistici sono stati coniati proprio nel periodo in cui si affermavano le basi del consumismo moderno. E’ anche lei frutto del suo tempo. Ma io leggo il giardinaggio come qualcosa che -al pari di tutte le altre arti- si porta dietro delle implicazioni morali, etiche, sociali, anche politiche, se vogliamo. Detesto la società consumistica di matrice neo-liberista che ha portato allo smantellamento della comunità sociale protezionista e protettiva, che ha distrutto in poche parole, tutte le mie speranze e le mie illusioni. Detesto anche la gente che si chiude nel ridicolo mito di se stessa. Detesto gli ignoranti e i borghesi senza sensibilità artistica, che dileggiano chi ce l’ha e se la tiene ben stretta. Tutto questo trova la sua incarnazione nella bordura inglese, perchè è la bordura inglese ad essere privilegiata dalle riviste, proprio per la sua qualità consumistica. Non mi piace perchè sembra il vertice ultimo del raggiungimento della tecnica. Non mi piace perchè è basata quasi esclusivamente sulla tecnica, e solo alcuni progettisti, come Oudolf e Lloyd la usano con sinceri intendimenti artistici. Non mi piace perchè blocca il giardinaggio al problema tecnico, che è invece solo una parte del problema.
Riguardo al giardino giapponese: il giardino col sasso, la ghiaia e l’acero, fatto a Bergamo o a Novara, non può che essere solo una ingenua imitazione di uno stile nobilissimo ed elevatissimo, che gli occidentali non possiamo neanche sperare di comprendere pienamente. Si tratta semplicemente di una moda, e delle peggiori, che segue la scia della new age e della mania del buddismo e dello zen, che gli occidentali, ed in particolare gli Italiani, dotati di quasi zero cultura artistica, si limitano a copiare pedissequamente. E’ come paragonare un posacenere col Colosseo.

Orti urbani

09/18/08
Orti urbani
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 8:55 am

Max Weber sostiene che l’atto costitutivo del capitalismo moderno è la separazione del luogo di lavoro dall’abitazione, con la conseguente separazione degli operai dai legami sociali ed emotivi, sia familiari che di quartiere, e dai loro mezzi di sussistenza, cioè gli orti.
Uomini e donne dovevano essere sradicati dalla loro comunità sociale e familiare, per essere ricollocati, come individui, nella moderna società capitalista-liberista, e diventare quindi informe e prona massa operaia.
Questa separazione venne dagli operai intesa per ciò che era, cioè una violenza. Da questo apparentemente secondario problema nascono riflessioni come quella di Engels nel Problema delle abitazioni.
Ma si sa, quando c’è un problema sociale, c’è sempre un gruppo politico pronto a pasteggiare con la sofferenza di centinaia di migliaia di persone, e sia il movimento socialdemocratico che la Chiesa vollero agire creando gli orti urbani, cioè gli orti senza casa.
Questa foto non a caso viene dal sito www.democraziatrepuntozero.it
Orto urbano e senza casa

One Response to “Orti urbani”
1. equipaje Says:
November 17th, 2008 at 6:41 pm e
Viene in mente Crespi d’Adda (Bergamo), villaggio operaio dell’800 costruito con criteri per l’epoca senz’altro “illuminati”: tessitura da un lato, villaggio a villette -con giardino e orto- per operai e famiglie. Un quadretto idilliaco, molto lontano dall’alienazione e dalla miseria urbana della Rivoluzione industriale. All’idillio bisogna anche aggiungere che il sciur Crespi (il buon padrone del villaggio) teorizzava apertamente che il tempo libero del suo operaio dovesse essere utilizzato per coltivare l’orto… ergo, chi andava all’osteria a bere o a complottare era senza ombra di dubbio un malement. Bellissimo blog questo, ci tornerò presto 🙂