Anni ’80

Con o senza frangetta?

Centro Polifunzionale siderno

come son bello con la frangetta

moschino

Sigarette, topi, gelsi e acido muriatico: la signora omicidi

Ieri sono andata a comprare le sigarette per mia zia. La signora tabaccaia, una ragazzona più giovane di me con prole già pubescente, è cintura nera di attaccabottoneria. Parlando del più e del meno ho raccontato gli eventi occorsi a casa, cioè l’allarmante ritrovamento di escrementi di topo nell’armadio delle lenzuola, con tragicomiche conseguenze domestiche.
“Ah sì? anche a me mi si è dovuto il problema del topo”, mi dice.
Cerco di spiegare che secondo me l’urbanizzazione selvaggia conduce i piccoli roditori a cercare ospitalità nelle nostre case, ma quasi non avevo iniziato a parlare che la signora si produce in una lunga arringa contro i campi abbandonati, gli incolti, le zone franche e i terzi paesaggi.
“I topi vengono di là, dal suo campo, e lui se ne sta beato all’estero. Ma tu me lo devi gestire, o te o chi per te. Non è possibile che tu, picchì non vo’ fa’ nenti ‘dna ma’ llordi a mia. E oi ca forfica, e domani ca runcula. Pigghiai e si iettai nu bidoni ‘i acido muriatico sutta a murara e chiglia si seccau. E igli s’arraggiau puru.
. Marituma appena mi vitti cu l’alcool ‘nte mani pigghiau e chiamau i carabineri mu fannu fari pulizia.

*perchè non vuoi fare niente devi sporcare casa mia. E oggi con la forbice da pota, e domani con la roncola, ho preso e gli ho gettato un bidone di acido muriatico sotto il gelso e l’albero è morto. E quello s’è pure arrabbiato. Mio marito, quando mi ha visto con la bottiglia di alcool in mano, ha dovuto chiamare i carabinieri per far pulire in modo che non dessi fuoco.

C'è grande crisi
C'è grande crisi

Leggete questo Thread su Compagnia del Giardinaggio e confrontate il citato articolo di Severgnini

Vendesi ciliegie locale fresche

In Calabrese -si sa- le parole femminili declinate al plurale finiscono in “i”. “Lumera” fa “lumeri”, “seggia” fa “seggi”, “cirasa” fa “cirasi”. (In ordine candela, sedia, ciliegia).
I contadini che hanno fatto le elementari ricordano o orecchiano la regola che le parole femminili, al plurale, solitamente finiscono in “e”. Pertanto anche le parole che dovrebbero finire in “i”, finisce che finiscono in “e”.
Ecco il “vendesi ciliegie locale fresche”, a volte con l’aggiunta “Ferrovia”.

Questo mi ricorda i “mantarini” di cui mi raccontarono dei miei parenti. Nella provincia di Cosenza la “t” viene trasformata in “d” (ad esempio “niente” diventa “nìììende”). Evidentemente i contadini col carretto per strada, pensavano che “mandarini” fosse dialetto.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Locride, città lineare?

Qualche settimana fa mi è capitato di dover scrivere un articolo sulla “città lineare”, un’idea di assetto urbanistico verso la quale si stanno indirizzando molti sindaci della Locride.

La Locride ha una struttura di viabilità a pettine. C’è la grossa arteria (in stato di avanzata sclerosi, veramente) della statale 106, la cosiddetta “strada della morte”, alla quale si congiungono, come i denti di un pettine, le stradine che con spasimi, curve e convulsioni, scendono dalle colline al mare.

Il mio articolo era molto composto, suonava così:

Nel tempo recente lo sviluppo territoriale della Locride si sta spostando sempre più sul litorale, attraendo flussi economici e turistici, lasciando in disparte le città subcollinari e pedemontane dove è difficile arrivare a causa di una rete viaria insufficiente e in cattivo stato di manutenzione.
Secondo lo studioso Salvatore Futia, autore del volume “I poli urbani in Calabria”, attualmente in ristampa, è un’idea attuabile sul territorio locrideo, in cui la rete della viabilità è a pettine. Si potrebbe quindi congiungere via tram il Porto delle Grazie di Roccella con l’Ospedale di Locri, passando per Gioiosa e Siderno. L’idea, che fu teorizzata nel 1962 da Arturo Soria y Mata, che pubblicò il suo scritto la “Ciudad Lineal” che voleva essere un’alternativa alla città compatta di modello tradizionale, creata attorno ad un nucleo centrale.
L’accento è posto sulle infrastrutture meccanizzate di trasporto (in primo luogo la ferrovia) che diventano “matrici” dell’insediamento urbano. Il modello insediativo utilizza basse densità capaci di assicurare buona qualità ambientale ed igiene edilizia controllata. Lungo questi percorsi ci dovrebbero essere dei “nodi di distribuzione”, le cosiddette “città puntuali”. Nel nostro caso, appunto, Locri, Siderno, Gioiosa, Roccella. La base delle comunicazioni è via tram, esattamente come proposto nel modello del professore Futia, attraverso i quali tutti i punti nodali del nostro sistema viario e turistico dovrebbero essere raggiunti dalle linee ferrate. I tempi sono maturi, sostiene l’autore, ma la domanda sorge spontanea: e i centri collinari, che fine farebbero?

Ribadisco: e i centri collinari, che sono la sola cosa bella che abbiamo? Gerace, Canolo, Riace, Stignano, Bova, Palizzi, che in un concorso di bellezza ridurrebbero in polpette i tanto decantati borghi toscani, dove li lasceremo?

Quegli iloti dei sindaci della Locride, sostenuti dalla malleveria surrettizia degli assessori all’Urbanistica, di cui il più intelligente e colto è appena in grado di scrivere il proprio nome per esteso, stanno avviandosi su una strada pericolosissima per la Calabria. Vogliono convogliare il traffico economico sulla litoranea, lasciando fuori dai vari POR e finanziamenti europei i borghi collinari, che sono quelli che ne avrebbero di maggior bisogno.
Bravi.

L’orologiaio miope, animali strani

Sempre per puro caso, nelle mie peregrinazioni rivierasche per individuare fotografie da inserire nel giornale, ho beccato questo sito che parla di “animali strani” (ma esistono animali strani?).
Un giardino senza animali è per me un giardino morto in partenza, un manifesto, per quanto chic e costoso, di insensibilità e ignoranza.
Che siano gatti, cani, uccelli, insetti o ricci. Che siano visibili o invisibili.
Il giardino è un ordinamento strutturale in cui esprimiamo il nostro rapporto con la natura, ma gli animali aggiungono il rapporto con l’altro da sè (il cane in particolare, a cui va la mia preferenza) che riesce a far trasfigurare l’intelletto umano in un’idea iperurania.
Per parte mia posso dire che il mio giardino è diventato subordinato alla presenza animale.

Comunque sia, anche se preferite non avere cani ma lasciate qualche briciola per le cinciarelle, godetevi questo sito interessante, e leggete l’articolo sulle vipere.
Tra l’altro ho appreso che sulla pista ciclabile di Siderno nidifica il gabbiano roseo.
L’orologiaio miope

Lo aggiungo al blogroll.

Casualties of war

Ho un rapporto molto pragmatico con le piante. Non riesco ad affezionarmici, se non in casi davvero particolari. Non mi dispiace se muoiono, mi secca solo di dover rifare il lavoro, spender soldi, aspettare anni perchè ricrescano.
Non riesco quindi ad avere simpatia per tutte le segretarie e le dattilografe che tengono la loro piantina grassa vicino al monitor, forse convinte che assorba le radiazioni dannose. Non riesco a farmi trascinare dal dolore di coloro che dicono: “Sono disperata perchè la mia rosellina è morta” magari aggiungendo: “E’ strano: l’annaffiavo due volte al giorno”.

Le piante però sono dei valori simbolici, sociali. Penso che sia noto a molti che le strategie di marketing fanno mettere i fiori e gli ortaggi all’ingresso degli ipermercati per migliorare l’umore delle persone e per indurle all’acquisto.
Tutti gli uffici e gli enti pubblici o privati hanno piante, tutti gli ospedali hanno colonne di Pothos vecchissimi ed asfittici, quasi ogni negozio ha un Ficus, e le stesse attività commerciali, all’inaugurazione dei locali, comprano o ricevono molte piante che invariabilmente muoiono dopo pochi mesi. L’elenco è infinito.

Non so se accade anche nei vostri uffici postali, ma a Siderno ogni sportello si è dotato di una Kalanchoe. Non avrebbe potuto essere altrimenti che una Kalanchoe. Quale altra pianta si piega così facilmente ad un ambiente chiuso, a temperatura variabile, poco illuminato, con scarsissima risorsa idrica?
kalanchoe

E quale altra pianta meglio della primula si presta a questo delirio di decorativismo, al quale neanche il più folle ed eclettico dei vittoriani sarebbe arrivato?
primule e brillantini

Vittime di guerra.

La pista ciclabile di Siderno

Non so se vi siete accorti del fiorire di piste ciclabili per ogni dove. Se i lettori saranno del centro-nord, è probabile che da voi le piste ciclabili ci siano già da tempo (a Pisa ce n’è una molto lunga), mentre da noi nel remoto sud, le biciclette hanno sempre dovuto condividere l’asfalto con le auto.
Da qualche anno a questa parte devono essere stati stanziati dei fondi o statali o europei per le piste ciclabili: non si spiega altrimenti l’interesse di sindaci, assessori e tirapiedi, per questa mezzo di comunicazione alternativo.
Sicuramente i fondi stanziati saranno stati tantissimi, e mi ci gioco quelle che non ho che sono europei e non statali. Mi chiedo quanto ci abbiano mangiato sopra comuni, regioni, province. Ogni assessore avrà preso come minimo dieci chili in un mese.

Anche Siderno ha fatto la sua bella speculazione, e siccome questa benedetta pista non si poteva costruire altrimenti che sulla spiaggia per non infastidire gli appaltatori mafiosi inciuciati con la politica, la povera spiaggia è stata trinciata per lungo, sacrificando la flora spontanea dei litorali sabbiosi, che tutti sanno che andrebbe protetta, tranne appunto, i sindaci, gli ingegneri, i responsabili dell’ufficio tecnico, gli assessori e i tirapiedi. O se lo sanno fanno finta di non saperlo.
Bene.
La nostra pista è stretta come un laccio da scarpe e non è mai stata “finita” (leggi: non c’è mai stata neanche l’intenzione di finirla o farla bene). E’ stata abbandonata a se stessa per anni e le violente mareggiate di dicembre e gennaio, che si sono mangiate le spiagge della Locride, l’hanno ricoperta di sabbia e detriti.

Ma la natura va avanti da sola, e proprio perchè è stata abbandonata, la pista ciclabile adesso è un bel percorso bordato di erba e fiori.
Pista ciclabile di siderno

pista ciclabile siderno

I pescatori hanno portato le barche all’asciutto per ripararle dopo la mareggiata, e le hanno lasciate in mezzo all’erba, che nei punti meno frequentati, si allarga molto lungo la spiaggia, verso la battigia.
barca pista ciclabile siderno

Adesso sembra che “aggiusteranno” la pista, che -poveretta- dopo essere stata lasciata in pace un po’ d’anni si stava facendo carina, anche se un po’ sporca. Una piacevole passeggiata tra le graminacee psammofile e i fiori spontanei.
Come ebbe a dire il buon Dottor McCoy: la mentalità burocratica è l’unica costante dell’universo.

La tamarrìa di Siderno

Qualche domenica fa sono andata a fare un pezzo per il “mio” giornale: un pezzo diciamo di quelli “chiamati” .
Tra parentesi c’era un maestro fiorista olandese gay simpatico da far resuscitare i morti. Si chiama Peter Landmann.
Ad un certo punto però mi sentivo abbastanza resuscitata e volevo tornarmene a casa a prendere un tè e fare quattro passi coi cani.
Al parcheggio però la brutta sorpresa di trovare la macchina bloccata da un’auto. Com’è come non è, esce fuori che l’auto era della “padrona di casa”, una ragazza giovane, bionda e molto carina, vestita con abiti costosi ma brutti, la quale mi dice che ero io in torto perchè il suolo, seppur adibito a parcheggio, era privato e che io ero abusiva.
Beh, dopo essermi rovinata l’unico giorno libero della settimana per farle un favore, era quello che mi ci voleva. A quel punto mi sono sentita resuscitare del tutto.
Mi va quindi di inquadrare storicamente questo tipo di comportamento sociale, che viene definito “tamarrìa”.

Etimologia: “Tamarro” significa propriamente “campagnolo”, ma nell’accezione comune è un modo di comportarsi nella società civile, cioè rozzo, da contadino, da ineducato.

Il problema: esisteva o no la “tamarrìa” in Calabria, a Siderno, in tempi antichi, o è un fatto recente?

La storia
Primo periodo: dagli anni ’30 alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1943 in Calabria)
Esistono due società completamente distinte: quella cittadina (consumo) e quella campagnola (produzione). La borghesia terriera sfrutta e sbeffeggia i contadini, che sono poverissimi, miseri, servili, sudici, senza scarpe, con abiti logori e fuori moda di almeno venti anni. Solo nei borghi antichi, in cui produzione e consumo coincidono, c’è una sola società. I rapporti tra le due società sono ancora di tipo feudale, nonostante i contratti fossero “moderni”. Se pensate a libri come Cristo si è fermato ad Eboli, avrete una perfetta immagine di come i professionisti cittadini trattassero i contadini.

Secondo periodo: dal 1943 al 1964 circa, che consideriamo il picco delle grandi emigrazioni.
Comincia il mercato nero che per i contadini è una vera rivoluzione economica e sociale. I cittadini (consumo) vivevano con la tessera, ma i contadini (produzione) erano autosufficienti dal punto di vista alimentare. I contadini iniziano a vedersi circolare in mano del danaro, a costruire case più belle ed efficienti, ad aumentare il patrimonio disponibile per la dote delle figlie. Fanno sacrifici inenarrabili e più abili si trasformano in piccoli commercianti.
Inizia il periodo della grande emigrazione verso l’America, l’Australia, la Germania, poi verso il Nord. Arrivano beni di consumo industriale, come l’automobile e il pb gas, che solleva le famiglie contadine dall’obbligo millenario della raccolta della legna. Lambretta e Vespa sostituiscono l’asino.
Pauroso indebolimento della borghesia terriera, che non pensa più a conservare la terra per i figli, ma a trovargli un posto nel pubblico impiego. Abbandono delle terre, Cassa per il Mezzogiorno, strade, case, acquedotti, cresce il lavoro e lo stato paga appaltatori e salariati.
La mafia, che prima era al servizio della borghesia terriera, con le elezioni si trasforma in procacciatrice di voti presso i contadini, che non hanno idee politiche, o se ce l’hanno sono disposti a tradirle per un vantaggio particolare. I politici fanno delle promesse: piccole cose, tipo licenze per vendere frutta, o il permesso di partire per l’America.
A mano a mano trattare i voti con i contadini diventa una professione, la mafia si diffonde sulla scia della politica per ottenere prima licenze, poi piccoli appalti, il commercio di sigarette e di stupefacenti, infine il sequestro di persona, da cui si ricavavano milioni (di quei tempi), che servivano a ricavare un capitale per l’acquisto di droga sul mercato internazionale.
La politica, anche a livello altissimo -pensiamo ad Andreotti- deve avere contatti con la mafia. Bassolino ha ceduto alla camorra perché ci fosse una Campania governabile.

Terzo periodo: dal 1964 ad oggi
Non c’è più il padronato fondiario del tipo “baronato”, c’è invece una classe impiegatizia vastissima alle dipendenze dei politici. I medici, che sono tra coloro che hanno maggiore influenza in politica, non sono più la classe culturalmente dominante. Non c’è neanche una classe industriale che possa indicare un modello culturale. La stessa politica porta su personaggi di scarsa qualità, legati alla mafia. La “tamarrìa” nasce in questo disagio sociale in cui non funzionano più i partiti, non funziona la politica perché seleziona persone di secondo livello, non c’è una classe economica dirigente “costumata”. C’è invece un opportunismo mafioso o mafioseggiante che ha interesse a tenere diseducate le masse, per renderle più pronte alle sue sollecitazioni politiche.
La “tamarrìa” si configuara quindi come un fatto di costume per cui si permette a tutti di essere maleducati con il prossimo, di difendere i propri interessi con la prepotenza, soprattutto nelle piccole cose del quotidiano, perchè per i reati più gravi si ha ancora paura della sanzione penale.
A questo stato di degrado sociale contribuisce la diffusione di una certa cultura nazionale attraverso la televisione che non modella più come il grande cinema degli anni ’50, ma genera un prodotto amorfo fatto di show e ballerine. Tutto concorre all’inselvatichimento dei rapporti sociali. Paradossalmente è in campagna che rimane il concetto dell’ospitalità proprio dei borghi antichi.
Nei paesi più al centro dei flussi commerciali si vive in una vera jungla d’asfalto.
L’epi-cultura (cioè la manifestazione esterna di una falsa cultura) è fondata esclusivamente sull’amor proprio, sul sussiego, non sull’agonismo nobile.
Questo per poter controllare il voto delle masse.

Questa è la tamarrìa di Siderno. A questo genere di persone appartiene la bella ragazza bionda che pensa che tutto sia a sua disposizione e che ha parcheggiato bloccandomi la macchina.