Dirty tree

Ho una particolare predilezione per gli alberi sporchevoli. Certo, c’è sporco e sporco. C’è lo sporco un po’ fastidioso dei platani quando lasciano cadere i frutticini, che puzzano un po’ come di scoreggia di cane, c’è lo sporco polveroso di certe mimose, che ti sembra un po’ alieno, tipo una polverina gialla che ti trasforma in un ultracorpo. C’è lo sporco veramente zozzone degli oleandri, che lasciano cadere tutto, ma sì, fiore, foglie, baccelli.
Non so dire quanto mi gratifichi questa vendetta che gli alberi si prendono sulle persone, sulle amministrazioni comunali, sulle signore iper-perfette, sulla Grande Madre Massaia Mediterranea.
Tu vuoi pulito? e io ti sporco, tiè! Mi spappolo tutto sui marciapiedi, sui sentieri, sul pratino, ti rovino, ti insozzo, ti costringo a spazzare, a rastrellare, a chiamare l’indiano per pulire e potare, ti costringo a litigare coi vicini e a pagare le multe.
Ah ah!

E poi penso a questi alberi “sporchevoli”, liberati come pesci dalla nassa, dispersi tra prati e campagne, dove la loro sporcizia non sarebbe considerata insultante.
Che visione, che immensa bellezza un prato ricoperto da petali. Varrebbe la pena coltivare certe piante solo perchè perdono i petali. Si lasciano cadere tutte, si spogliano della loro bellezza, abbandonano la loro veste sericea sul prato in un circolo colorato.

La prima pubblicità che ricordo d’aver visto è quella della cera Liù, in cui una signora chiedeva al genio “un tappeto di luce”.
A me piacerebbe un tappeto di petali.

Memento mori

Ribbloggato da “L’alternativa nomade”

Memento mori.

È tornato il verbasco

Via delle robinie

“Flora ferroviaria” di Ernesto Schick, ed. Florette

Ernesto Schick_Flora Ferroviaria (3) Nel 2010 la Edizione Florette di Chiasso ha ripubblicato un testo scritto da Ernesto Schick sulla vegetazione selvatica della stazione ferroviaria di Chiasso e precedentemente pubblicato nel 1980 con il patrocinio del Credito Svizzero di Chiasso.
Schick aveva visto la nascita della stazione ferroviaria, l’ampliamento dei binari, e per anni osservò la flora che spontaneamente tornava a riprendersi parte del terreno sottratto a boscaglie e campagna. Prendeva appunti e disegnava le piante, pur avendo un tratto rigido e poco aggraziato, riproduceva fedelmente i tratti botanici salienti delle piante “pilota”, e delle altre spontanee.
Il suo testo, preso sic est, non è poi diverso da molti libri sull’argomento, Schick era ben lontano anche dall’immaginare che la flora spontanea, per di più “ferroviaria”, quindi in qualche modo “pilota” e “vagabonda”, sarebbe stata di lì a qualche decennio, al centro delle attenzioni mondiali.
Negli anni ’80 un libro sulle piante colonizzatrici doveva apparire un testo ben strano e gradito solo al botanico o all’appassionato.
Ora invece non si parla d’altro, perciò quanto scritto da Schick potrà risultare già noto a molti.

Detto questo, bisogna dire altro: questo libro non è un “libro”, è una scatola magica.
E’ un progetto di ripubblicazione, curato nei minimi dettagli, su cui è stato speso tempo, investito del danaro e soprattutto conoscenza e passione.
Qui ci sono competenze elevatissime, che fanno del libro non solo un omaggio al suo autore e al suo scritto, ma tracciano anche un sottotesto gradevole in sè, e realizzano un prodotto editoriale di fattura decisamente superiore allo standard usuale.

Penso che questo sia dovuto al fatto che le Edizioni Florette abbiano pubblicato solo questo testo. Perlomeno io non sono riuscita a trovarne altri in rete. Ad ogni modo il volume non ha l’ISBN, il che significa che la casa editrice ha pubblicato per il desiderio di riportare alla luce un vecchio libro.

Il libro è un susseguirsi di piaceri: dalla copertina in cartone grigio, con una grafica molto bella per titolo e nome dell’autore, azzeccata la fascetta (di cui faremo sapere ad Alberto Forni), la scelta molto raffinata dei font e dei colori (in pratica bianco, grigio, rosso e nero), l’inserto illustrato in carta lucida, una mappa, e un indice che è un piacere scorrere.
Mi è piaciuta moltissimo, e mi ha commossa, la prefazione di Graziano Papa sulla figura di Schick, che sembra emergere dalle pagine con forza narrativa. Accurata, più scientifica l’introduzione e la revisione del testo, specie per la nomenclatura botanica, di Nicola Schoenenberger. Accettabile la poesia finale di Fabio Pusterla.
Hanno curato l’edizione Simonetta Candolfi e Nicoletta De Carli, che hanno anche supervisionato la distribuzione. In effetti ho fatto molta fatica ad avere questo volume, ma ho ricevuto insieme al libro anche un simpatico biglietto di ringraziamento.
Ehi, sapete, il rapporto umano si sta perdendo, quando assieme al libro ricevi due parole scritte a penna, sai che c’è un umano come te, dietro, ti riconforta. Sono cose importanti.

Il libro è molto curato nei dettagli, dalla pressione dell’incisione dei caratteri, fino alla riga di piegatura vicino al dorso, la scansione delle pagine attraverso delle “bianche” di colore rosso.
Gradevole nelle dimensioni, comodo da tenere in mano, caratteri agevoli per la lettura.
In quarta di copertina la foto su carta lucida contrasta fortemente con l’opaco del fondo grigio.
Senza ricorrere a materiali pregiati o a stranezze tipografiche, un volume che si lascia prendere come fosse un taccuino, per poi scoprire che le annotazioni e i disegni sono già tutti dentro.

Scatola magica con sorpresa.

The perfumier and the stinkhorn. Il taccuino del naturalista

TACCUINO NATURALISTA COPERTINAMi chiedo perchè Richard Mabey sia così maltrattato dalla casa editrice che -pur lodevolmente- lo traduce in Italia, Ponte alle Grazie.
I titoli dei suoi libri, stupefacenti, un po’ nonsense, understatement, un po’ referenziali, filosofici e poetici, vengono regolarmente stirati in una versione digeribile per l’italiano dotato di medie conoscenze sull’argomento, dando adito a delle travisazioni non da poco.
The perfumier and the stinkhorn , il profumiere e il satirione, questo è il titolo originale del librettino che Ponte alle Grazie vende, cartonato, alla modesta cifra di 11 euro, con una copertina illustrata da Fabian Negrin.
Per 11 euro avremmo preferito una copertina paperback, più maneggevole su un formato così piccolo, e un’illustrazione più bella, anche se quella di Negrin non è deplorevole, magari con un inserto illustrato all’interno.
Ma per come si sono messe le cose nell’editoria italiana già bisogna ringraziare che questi libri vengano tradotti.

Mabey è un naturalista d’approccio romantico, come lui stesso dichiara, un tipo sensibile, afflitto da una depressione ondivaga e da frequenti attacchi di panico. Un osservatore che ben volentieri si scioglierebbe in una pozza d’acqua sulla terra, solo per il desiderio di abbandonare questa “tropo solida, solida carne” e penetrare il misterioso dialogo tra l’acqua, la terra, le foglie, gli animali, le rocce, le nuvole.
Un sognatore che si perderebbe in tutto questo, a cui la vita umana non basta, che non mette l’uomo al centro della sua visione naturalistica.

Tutto l’opposto di Clément, gigione tra i giardinieri, imbucato della filosofia, egomaniaco allo spasimo.
Le conoscenze naturalistiche di Mabey sono di una caratura e di uno spessore ben superiore a quello dell’ultra-famoso Gilles, grafomane d’oltralpe, che è riuscito a impadronirsi di una fetta di “filosofia del giardinaggio” e non molla la presa sull’aureo filone editoriale trovato (Quodlibet in questi giorni pubblica un altro suo volumetto).

L’inerzia editoriale e l’inconsistenza delle conoscenze naturalistiche da parte del pubblico, conducono inevitabilmente ad emulare e citare il famoso Clément, a scapito di un Mabey che quando scrive inchioda sulla pagina dei sentimenti, non come Clément, volatile come i pappi di un soffione.

La lettura di questo piccolo libro, un cahier di ottanta pagine, è come abbandonare la terra e farsi trascinare da una melodia arcaica. Seguire i percorsi di Mabey è come rivivere l’infanzia, vedere le Fate, rimanere soli sulla Terra.
E’ un’esperienza.
La sua scrittura dolce eppur icastica, i suoi racconti autentici, sinceri, il suo saltar di palo in frasca, tirando dietro di sè un lettore sempre più incuriosito e sempre più ammirato, per me fanno di Mabey il più valido naturalista tradotto in Italia, e i suoi libri delle squisistezze da non perdere.
Se ne vorrebbe ancora ed ancora, perchè Mabey fa vibrare le corde del cuore. Al contempo ci si rende conto che “ancora e ancora” lo trasformerebbe in un melenso fanfarone letterario, e che un libro l’anno, sia pur di ottanta pagine scarse, va bene.
Quelle ottanta pagine portano nel mondo delle meraviglie.

Il taccuino del naturalista_RichardMabey_The perfumier and the stinkhorn

Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti

Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti. Come una collana editoriale è stata capce di divulgare la conoscenza e l'amore per la natura. Illustrazione di copertina di yana Drumeva http://pepit.weebly.com/
Gli Ornitorinchi di Ippolito Pizzetti. Come una collana editoriale è stata capce di divulgare la conoscenza e l’amore per la natura. Illustrazione di copertina di Yana Drumeva http://pepit.weebly.com/
Se come me amate Ippolito Pizzetti, questo è un cameo editoriale da spiccare come una bacca ben matura.
Il volumetto edito dalla Pendragon, concepito e voluto dall’editore Antonio Bagnoli, raccoglie i testi delle bandelle dei 43 volumi pubblicati nella collana “L’Ornitorinco” diretta da Ippolito Pizzetti per la Rizzoli.
Sebbene il volume riporti che l’autore delle bandelle non è dichiaratamente Ippolito Pizzetti, personalmente non ho paura di sbilanciarmi e di dire che sono certamente sue. In queste bandelle c’è un Pizzetti concentrato all’ennesima potenza. Pizzetti era come ogni grande, grandissimo scrittore: maggiori difficoltà, maggiore onore. Nello spazio ristretto e scomodo della bandella, testo che deve spiegare, riassumere, ma anche allettare, incuriosire, Pizzetti diede dei risultati che sono tra i massimi della sua produzione.
E il fatto di ritrovarli tutti riuniti qui, in un unico volume, è un’opera di ricorstruzione bibliografica inestimabile, nonché un dono per gli amanti del grande patriarca del giardino italiano.

Le bandelle degli “ornitorinchi” non sono certo come quelle andanti per la maggiore oggi, piene di falsità, di svenevolezze, di marketing e di sciocchezzuole da editor fresco di diploma.
Sono autentici, piccoli capolavori. Sincere, prima d’ogni cosa. E poi acute, romantiche, sognanti.

Sul prestigioso inserto domenicale del Sole24Ore è uscita una recensione scritta dallo stesso editore della Pendragon, che spiega tutta la vicenda editoriale della collana e di come si è arrivata a ricomporla. Vi metto un’immagine in formato jpg ad alta risoluzione se volte leggerla.

Recensione inserto domenicale Sole24Ore 7 luglio 2013
Recensione inserto domenicale Sole24Ore 7 luglio 2013

Del libro devo dire un’altra cosa: ho avuto l’onore di scrivere un pezzo introduttivo sulla figura di Ippolito Pizzetti.
L’emozione con cui ho redatto questo breve testo è stata immensa ed è inutile che mi perda in chiacchiere.

saggio su Ippolito Pizzetti
saggio su Ippolito Pizzetti

Il libro non è esente da imperfezioni, di natura squisitamente tipografica. Le scansioni delle copertine sono spesso rese malamente -un tratto negativo già rilevato in altre pubblicazioni Pendragon- inoltre sono molto piccole. Meglio e più giusto sarebbe stato pubblicarle in un inserto centrale su carta lucida. Anche se questo avesse fatto lievitare i costi di cinque euro, poiché ogni amatore di Pizzetti avrebbe speso di più per avere un prodotto migliore.

Qui potete scaricare il pdf della recensione ornitorinchi lidia zitara pendragon ippolito pizzetti1
Mentre l’ornitorinco che si aggirava tra gli scaffali qui potete scarire un file doc con la recensione dell’editore, e qui verde eccentrico il testo che è stato scritto sulla mia introduzione.

Vi lascio con una immagine che il giornale ha pubblicato riunendo alcune copertine degli “ornitorinchi” e un link al sito Aboutgarden in cui Simonetta (preziosa donatrice di sciroppi fragranti), parla un po’ di vecchi libri.
collana rizzoli ornitorinco  5

vecchi libri su Aboutgarden

Le immagini sono pesanti poichè ad alta definizione

Il mestiere dello scrittore

Lo scrittore deve essere prima d’ogni cosa un ladro, poi un falsario.

…e soprattutto modestia

il signor so tutto

Rana (acquerello e matita)

ranetta in uno stagnetto (acquerello e matita di Lidia Zitara) Licenza Creative Commons 3.0 condividi allo stesso modo
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