Non mi è piaciuto granchè, Turri è lontanissimo da una scrittura brillante e icastica, come ad esempio quella di Vito Teti, o per citare esempi più famosi ma non per questo più profondi, Piovene, Rigoni Stern, Guareschi.
Mi sembra che il mondo sia strano: perchè io che studio il paesaggio devo studiare quello veneto e i veneti non studiano quello calabrese?
Mah.
E’ un libro per chi vuole riscoprire le proprie radici, va’, per usare una terminologia alla tg di costume, ma non è esente da speculazioni.
Io ad esempio ho imparato che negli anni ’40, nella collina veneta si stava quasi come sulle montagne calabresi, e che negli stessi anni, il mio paese, Siderno, era molto più ricco e florido delle ville venete descritte. Era un paese più bello, più grande, più commerciale, più aperto, più acculturato, più pulito, più accogliente e meno classista.
Dramatis personae Il Grande Capo Estiquatzi, sciamano e capo della tribù, dotto in ogni cosa che riguarda il Cielo, la Terra e gli Spiriti Squaw Pelle di Rana, giovane ragazza bruttina e un po’ ottusa
Grande capo Estiquatzi: Squaw Pelle di Rana, scrivi! Squaw Pelle di Rana: sì Grande Capo! Dica pure… Grande Capo Estiquatzi: “Mio giovane e caro e Holden, mi è stato riferito che non stai più frequentando la scuola e ne sono estremamente rammaricato…Hai scritto? Squaw Pelle di Rana: sì Grande Capo, maaaa… Grande Capo Estiquatzi: ma cosa? Squaw Pelle di Rana: Capo, non so come dirlo, ma ho visto un programma ieri su Rai5… Grande Capo Estiquatzi: su Rai5? Curioso, perchè la tv digitale ancora non è stata inventata…e dunque? Squaw Pelle di Rana: be’, Capo, in questo programma un grande autore americano… Grande Capo Estiquatzi: anche noi siamo americani, mia giovane e improvvida Squaw. Squaw Pelle di Rana: allora statunitensi…corretto? Grande Capo Estiquatzi: sì, vai pure avanti. Squaw Pelle di Rana: un grande autore statunitense diceva che c’è un certo modo di scrivere. Ad esempio non bisogna usare aggettivi. Quindi “caro” e “giovane” dovrebbero essere eliminati. E’ sufficiente iniziare la lettera scrivendo: Holden, e basta. Grande Capo Estiquatzi: davvero? Squaw Pelle di Rana: certo, ma bisogna anche eliminare la forma passiva, per cui va tolto tutto il pezzo che dice “mi è stato riferito, ecc.” Grande Capo Estiquatzi: ah si? Squaw Pelle di Rana: eh sì, e poi c’è che gli avverbi andrebbero proprio evitati, specie quelli con la desinenza -mente. Se si fa un confronto tra due scritti, uno contenente aggettivi e avverbi e l’altro no, sarà senza dubbio meglio il secondo. Grande Capo Estiquatzi: ne sei sicura? Squaw Pelle di Rana: altroché Grande Capo Estiquatzi: ebbene, allora come si potrebbe riscrivere questa frase, secondo il tuo autore statunitense? Squaw Pelle di Rana: ah, sì, ecco, Capo. Togliendo aggettivi, particelle pronominali, avverbi, eliminando la forma passiva e la forma ipotattica…ecco, verrebbe così: “Holden, scuola”. Grande Capo Estiquatzi: forse è meglio invertire l’ordine delle due parole, che ne dici, mia giovane Squaw?
Avete notato che circolano parecchi tipi che barcheggiano o velggiano nel mondo della para-cultura che hanno sempre una risposta per tutto?
Non sono “tuttologi”. Hanno semplicemente deciso che la risposta è una per qualsiasi domanda.
Fa caldo? fa freddo? Che ora è? Cosa significa per lei l’estensione sintattica del suo personaggio nella dimensione analitica post-jungiana dell’Es?
Non importa che domanda fai, ti rispondono la stessa cosa.
Hanno un discorso di pochi minuti pronto per ogni domanda. Lo senti perchè te lo ripetono da un anno all’altro quando li intervisti. Lo leggi perchè scrivono sempre la stessa cosa, lo vieni a sapere dagli amici comuni che hanno avuto la tua stessa medesima risposta (a diversa domanda).
Si fanno le tournée con una sola risposta, e beati i fessi che ci cadono.
Eeee, ma state attenti signori “monorisposta”, c’è chi vi tana! Più sparate cazzate, più sarete tanati!
Ennesimo evento inspiegabile a Siderno, piccolo paese della costa ionica calabra che ormai ci ha abituati ad eventi meteorologici estivi misteriosi e senza precedenti.
Stamane infatti si è verificata una violenta turbolenza atmosferica identificata -dopo anni di accurate ricerche- come “pioggia”.
L’evento è stato di proporzioni semi-catastrofiche e di durata infinita: quasi trenta minuti di gocce d’acqua provenienti dagli strati bassi dell’atmosfera hanno gettato la cittadina nel panico.
Il traffico si è paralizzato e per molti non è stato possibile effettuare la consueta abluzione marittima mattutina. Alcuni bagnanti assopiti, sorpresi dalla forte ionizzazione dell’aerosol marino dovuta alle precipitazioni, sono rimasti affogati sulla battigia. Attualmente si contano tre morti e sette dispersi.
Le Forze dell’Ordine, del tutto impreparate a sedare il panico, hanno reagito come meglio potevano, cercando di risintonizzare i decoder della tv.
Nonostante l’imprevedibile portata dell’evento (ben 0,7 cm cm di acqua caduta nell’arco di 30 interminabili minuti), le attività commerciali sidernesi hanno tenuto duro, e i negozi sono stati presi d’assalto da locali e turisti in cerca di riparo. La Guardia di Finanza ha effettuato un rapido controllo registrando che nei trenta minuti di pioggia sono state vendute più melanzane che nel resto dell’anno.
Superfluo sottolineare come tale esorbitante quantità d’acqua abbia reso le strade impraticabili. Per fortuna Siderno ha una discreta tradizione marinaresca e molte persone hanno potuto mettersi in salvo con la propria barca. I soccorsi sono stati prestati anche da privati che hanno raggiunto in barca le altre abitazioni.
‘u Melu du Pruppu, noto barcaiolo sidernese, ha tratto in salvo 15 persone remando tra via delle Americhe e piazzale Nettuno.
Siderno vanta anche una meticolosa pulizia delle strade, tanto che l’acqua che scorreva a fiumi, era insaponata e profumava di lavanda. Dato un tale bene proveniente dai cieli, molte massaie si sono riunite nelle strade per lavare i panni.
L’ingegnere Papi, sorpreso dall’acqua mentre sorbiva un caffè, ha colto l’occasione per effettuare il lavaggio annuale della sua biancheria intima.
Donna Raffaella Lo Pippo ha finalmente lavato il terrazzo dellla sua casa al quarto piano e il cavalier Maggi ha messo all’opera i suoi dipendenti per far lavare le auto nella sua concessionaria.
Gli automobilisti che in quel momento si trovavano per strada hanno potuto apprezzare appieno la qualità dell’acqua che ha deterso le auto fino alle pastiglie dei freni e ha reso i lunotti brillanti come cristallo.
Per non parlare del beneficio delle strade cittadine, che ora rilucono e profumano di fiori.
F.D. è nata a Roma. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra, dove ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair.
Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo.
LIDIA ZITARA è nata a Vibo Valentia. Diplomata al liceo scientifico di Locri e all’istituto delle sorelle Carmelitane Scalze di via Postorino. Ha vissuto tra Vibo, Stefanaconi, Donisi, Siderno e Cessaniti e ha insegnato teoria e tecnica del colore alle scuole elementari di Ardore. Ha tenuto pubbliche lezioni in casa ai suoi cani e ha ammaestrato le pulci. Dai primi anni ’80 è fondamentalmente sociopatica e depressa. È consulente editoriale per se stessa ed è la traduttrice italiana dei libri che legge in lingua straniera.
Autrice di numerose performance di onanismo mentale, di rubriche telefoniche, di liste della spesa e compilation di cd musicali. Nel 2011 ha vinto il premio “miglior karaoke” nella sagra di Calstefranco Ursino Rampazzo, e nel 2012 è stata insignita della “corona di salsicce” per la migliore poesia in rima baciata alla fiera del bestiame di Zungri.
Pubblico oggi due video che ho filmato il 3 scorso. Da tempo mi frullano pensieri sul brandello di campagna dietro casa mia, e così, visto che ormai si tende ad evitare la scrittura e a dire tutto con i video, ho lasciato fluire i pensieri senza far caso all’effetto “oratorio” o poetico. Questo è in effetti proprio il mio modo di parlare, un po’ a balzelloni e quasi distratto.
Ho fatto due riprese da 20 minuti ciascuna (il massimo consentito dalla mia fotocamera).
Sono lunghi lo so, e sono qualitativamente pessimi, ma avevo bisogno di parlare e dire la mia.
Se vi va, ascoltateli e commentateli.
Inaugurazione della mostra fotografica
“Il giardino di mia madre e altri luoghi”
del filosofo, artista e performer Claudio Sottocornola,
mercoledì 7 agosto alle ore 18.30, presso la Sala Calliope
della Libreria Mondadori di Siderno (Centro “La Gru”).
La presenza dell’autore sarà un’occasione per riprendere il discorso intrapreso da Sottocornola negli anni passati presso il Salotto Letterario della Mondadori, dove già ha intrattenuto il suo pubblico con eventi a cavallo tra filosofia, musica, letteratura e arti visive. Interdisciplinarietà è infatti il “marchio di fabbrica” che Claudio Sottocornola esprime nella sua ormai lunga attività, ove centrale risulta l’esperienza delle lezioni-concerto sul territorio, recentemente racchiuse nel cofanetto in 5 dvd “Working Class”, in cui utilizza la canzone come strumento di ricostruzione storica e di riflessione filosofica, a partire dalla reinterpretazione rigorosamente live di brani-simbolo della canzone pop, rock e d’autore italiana. Ma questa volta il discorso delle immagini appare più intimista, si svolge fra biografia e condizione umana, riflessione sulla vita e sulla morte, memoria personale e sguardo metafisico.
Central Park
Nella nostra società mancano ormai riferimenti collettivi condivisi, che non siano gli effimeri eroi propinati dal mercato e dai media.. Sembrano dileguare i modelli, espressione di valori alti e insieme vicini, che la società, sino a qualche decennio fa, ancora riusciva a proporre. Figure di genitori e di educatori, presenze familiari e professionali, esempi di impegno sociale o politico, che oggi sembrano naufragare a fronte di un dilagante narcisismo collettivo, ove ciò che conta è apparire, esserci, divenire mediatici. Sembra così muoversi decisamente controcorrente la mostra di fotografie “Il giardino di mia madre e altri luoghi”, che Claudio Sottocornola presenta alla Mondadori di Siderno, e che ha già toccato altre città italiane, per ricordare la madre Angela Belloni nel decimo anniversario della scomparsa, avvenuta anche a seguito di un ritardo diagnostico e di gravi “errori ed omissioni” nella gestione dell’emergenza medica.
È infatti dal contrasto fra i valori di impegno e dedizione rappresentati dalla figura materna e l’incuria con cui vede trattata la vita umana nel momento della malattia e della debolezza anche da quanti dovrebbero tutelarla, che nasce in Sottocornola l’esigenza di recuperare il senso della testimonianza materna, attraverso una serie di foto del giardino di casa (luogo eminentemente archetipico e simbolico), salvato dall’attacco del cemento proprio dalla quotidiana cura della madre, per coglierne tutta la luce, il mistero, e catturarne se possibile le tracce della presenza di lei. Ne escono immagini intense, struggenti e minimaliste: un arbusto di rose contro un muricciolo di cemento, un’azalea in fiore accanto a piccoli pini che si protendono verso il cielo, dei cespugli di ortensie, delle bocche di leone… Colori, profumi, suoni che si immaginano, quelli di una natura una volta riconciliata, in armonia con se stessa e con gli uomini.
Falde dell’Etna
È subito evidente che non si parla qui del giardino nel modo un po’ calligrafico cui ci hanno abituati le riviste patinate, ma piuttosto come metafora di quella cura che genera bellezza e armonia nel mondo. E infatti gli “altri luoghi” citati nel titolo della mostra e fotografati sono i più vari, dalla periferia di Bergamo innevata ai grattacieli di Manhattan, da Trinità dei Monti a Roma alle casette del New England, dalle spiagge ioniche della Calabria ai siti archeologici di Velia e Pompei. L’idea è che, come armonia e bellezza nel giardino si generano a partire dalla fatica e dall’impegno, così è possibile umanizzare i luoghi del mondo attraverso responsabilità e lavoro.
Del resto, ciò che caratterizza il percorso sotteso a queste installazioni fotografiche sono i rimandi a successivi livelli di lettura. La madre dell’artista infatti si è dedicata attivamente al volontariato, e l’autore la ricorda nelle sue frequenti visite ad anziani, ammalati, immigrati, nel tentativo di portare aiuto e conforto. Insomma, nei 250 pannelli fotografici, di cui a Siderno si potrà vedere una selezione, ciò che in realtà emerge è la figura di una madre, una presenza forte e amorevole, tenera e discreta, che inonda di consolazione il paesaggio del giardino prima e lo scenario del mondo poi. Per questo “Il giardino di mia madre e altri luoghi” è molte cose: in primis un percorso artistico, ma anche una riflessione filosofica sulla cura e, infine, una testimonianza circa la possibilità, anche entro gli scenari di un mondo alla deriva, di coniugare bellezza e responsabilità, impegno etico e ricerca dell’armonia, chiaramente tematizzati dall’autore nel volumetto “The gift” (“Il dono”) .
Dalla mostra è stato tratto un Dvd multimediale che ne ripropone il percorso, insieme a testi critici e immagini supplementari, disponibile presso la Sala Calliope. La mostra è totalmente gratuita e resterà aperta fino a martedì 13 agosto.
Stasera, distrattamente, seguivo una repilica di Passepartout in cui Daverio ha intervistato un bizzarro artista danese che fa sculture con insetti, ossa tagliate a fettine, vetro e altro.
Non ricordo il nome dell’artista, nè sono riuscita a recuperarlo in rete.
Ho sentito però questa frase: “Il mistero non viene creato dall’artista. L’artista non è colui che crea il mistero”.
Mi ha molto colpita, e non so neanche come inquadrarla. Forse per scultura e pittura può essere vero, ma per letteratura, cinema, musica?
In che modo secondo voi si può interpretare questa frase? Perchè sono sicura che c’è qualcosa tra le righe che non sono riuscita a cogliere.
Per almeno un paio d’anni ho girato attorno a questo volumetto, desiderandolo leggere ma non trovando mai l’ispirazione per aprirlo, nonostante le ottime critiche.
Presa da uno dei miei abituali momenti di rigetto per la narrativa, ho pensato di passare a qualcosa che :
a) parlasse di giardini
b) non fosse narrativa
c) fosse rilassante e scorrevole
Mi sono detta: è il momento buono per L’anno del giardiniere , di cui tutti dicono che faccia molto ridere e sia arguto e un po’ bislacco.
Succede spesso di rimanere delusi da un libro dopo aver letto critiche entusiastiche (in effetti molto spesso sarebbe opportuno contenersi), ma la sensazione più viva che ho provato nella lettura di questo volumetto non è tanto la delusione, quanto piuttosto il desiderio di finirlo in fretta e accantonarlo.
La prefazione del traduttore ci avverte: la bellezza del libro è quasi tutta nello stile, perchè Capek usa il cecoslovacco come pochi. Ma il cecoslovacco non proprio la lingua più conosciuta del mondo. Giocoforza la traduzione è perdente in partenza.
Grazie, ma forse non avremmo voluto saperlo.
Io non l’ho trovato divertente per nulla. L’umorismo non è sciatto, ma è un po’ antiquato, il testo sente pericolosamente gli anni che si porta. Le descrizioni un po’ demenziali delle abitudini del giardiniere fanno appena accennare un sorriso, o aggrottare la fronte, perché molti di questi comportamenti si sono evoluti (non sempre in meglio).
Il testo non si propone come fonte “storica”, nè riesce a librarsi sopra un umorismo semplice, un po’ televisivo.
In conclusione non direi che è stata una lettura “persa”, ma neanche la miglior lettura dell’anno.
Molti contemporanei di Capek gli riconoscevano una qualità stilistica sopraffina, e gli rimproveravano di “spenderla” in racconti un po’ sciocchi, un po’ banali. Purtroppo mi devo aggiungere a questa schiera di critici, e lo faccio a malincuore, perchè si capisce che tra una scenetta e l’altra, Capek era molto intuitivo e percettivo, riflessivo. E’ un vero peccato che non abbia messo queste sue riflessioni su carta in maniera un po’ meno barzellettistica.
Leggete ad esempio questo passo che ho segnato col lapis rosso in cui si parla di una “tassonomia botanica”. In buona sostanza di una classificazione dei gusti (e dei disgusti) a seconda delle classi sociali, degli esercizi commerciali, del tipo di idea che di sè si vuole comunicare agli altri.
Un’opera monumentale, in cui autori come Valerio Merlo o Pierre Bourdieu buonanima, si sarebbero persi.
Il volumetto invece mi sembra utilissimo per avvicinare i ragazzi al giardino, o comunque per fargli leggere qualcosa di piacevole. Laddove ci saranno concetti un po’ troppo difficili per un ragazzino di dodici o tredici anni, loro suppliranno con l’intuizione (lo facevamo sempre, ricordate?), oppure potrebbero esserne così interessati da decidere di rileggerlo più avanti.
Credo sia un libro veramente ottimo per gli adolescenti amanti della lettura, perchè la comicità semplice è alla portata dei ragazzi, e il giardiniere viene descritto in maniera buffa e un po’ ridicola, con le sue manie, le sue bizzarrie. E il fatto che sia stato scritto da un uomo lo rende un po’ vicino anche ai maschi, che di giardino spesso si interessano quando sono un po’ più maturi.
Personalmente credo che se mi fosse capitato tra le mani quando facevo le medie, l’avrei trovato scompiscevole.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)