Per prima voglio la intro della Twentieth Century Fox.
Poi voglio la Marcia Imperiale di Star Wars, John Williams
A seguire Here Comes the King, extended version di X-Ray Dog
Poi The Dublineers, The rocky road to Dublin
Al quarto posto Summertime di Gershwin, ma cantata da Kathleen Battle (l’audio è fuori sincrono, ma è l’interpreazione che mi piace di più)
Al quinto St. James Infirmary Blues, cantata da Lous Armstrong. Ne fa un’interpretazione di tutto rispetto Hugh Laurie, vi consiglio di andarla a sentire
Con questo benedetto decoder i collegamenti tra videoregistratore e lettore dvd sono saltati tutti.
Per vedersi un film tocca fare delle capriole alla Dimitri Sautin.
Ieri mia mamma ha insistito vivacemente di voler vedere Il cigno nero.
Era la seconda volta che lo vedevo e a me era piaciuto già la prima. Ieri invece l’ho visto in modo un po’ passivo.
Su questo film ho sentito molti pareri discordi e molte interpretazioni differenti. Io credo sia un bene. Quando di un film si danno diversi significati vuol dire che è andato al di là di quanto ci si aspettasse.
Quando un’opera può essere letta a molteplici livelli di interpretazione è lì che può nascere l’arte.
E qui entra in gioco il mio buon amico Jan Mukarovsky. L’in-intenzionalità è una delle caratteristiche dell’arte. Ciò che è precluso all’artista e che è invece peculiarità del caso, del tempo e -soprattutto- del pubblico.
Lo scultore dei Bronzi di Riace non poteva certo sapere che sarebbero finiti in acqua e le armi rubate. Ora quelle “pose plastiche” sembrano nascere da un semplice movimento, non da uno sforzo per sorreggere un giavellotto o uno scudo. E lo stesso vale per la Nike di Samotracia, il cui volto è il volto della bellezza e della potenza che ognuno di noi ha in mente, più o meno definito (ma alzi la mano chi ha in mente un volto ben definito della Nike di Samotracia!).
Perciò a volte non capiamo l’arte moderna, perchè è poco storicizzata. Gli Anni ’50, ad esempio, li abbiamo metabolizzati, ci vorrà ancora un po’ per gli Anni ’80.
Un’opera d’arte totalmente intenzionale non è “perfetta”, come si potrebbe pensare (tutti la guardano e pensano la stessa cosa), ma è del tutto Kitsch, cioè non lascia spazio libero all’immaginazione, non trova collocazione al di fuori di se stessa, non esiste neanche al di fuori di se stessa, non riesce a porsi in differenti piani di analisi e ad abbacciare funzioni diverse, seppure tangenti, come quella simbolica o magico-religiosa.
Perciò si può a buon diritto dire che l’opera d’arte è letteralmente costruita dal pubblico che la osserva, con le sue mille interpretazioni e le interpretazioni delle interpretazioni (stratificazione del giudizio).
Ciò non significa che passare davanti ad un Moore e dire : “Che bella schifezza” contribuisca alla crescita della critica artistica, ma solo alla crescita dell’ignoranza crassa, supina e pluristratificata.
Rimannendo in campo artistico vorrei proporre la mia interpretazione di Il cigno nero. Fatto salvo che non conosco la storia del cinema e i suoi stili e che le mie recensioni sono tutte elaborazioni logiche o commenti di pancia, io la vedo così:
Nina ambisce alla perfezione. E’ il fil rouge di tutto il film. La perfezione, come ogni artista sa, non esiste. Se una cosa fosse perfetta (cioè, secondo il latino, perfecta, “conclusa”), sarebbe con tutta probabilità un classico intoccabile o un un’opera Kitsch. Il compito più grande dell’artista è avvicinarsi il più possibile alla perfezione evitando accuratamente di toccarla. La perfezione è un bersaglio mobile. E’ proprio quando ti avvicini e miri per colpire, che ti sfugge. Ma nella mia esperienza di artista e critico d’arte è lo sguardo con la coda dell’occhio il più sensibile: non bisogna mirare al bersaglio, ma appena un po’ di lato.
Per come la vedo io Nina si trasforma da “cigno bianco” (una ottima danzatrice, ma senza quel carico di emozioni che un vero artista deve saper trasmettere. Se vogliamo è “perfetta” ma fredda), in “cigno nero”, una vera artista, che è totalmente in simbiosi con l’opera prodotta. L’opera viene da lei, lei dall’opera. E’ un binomio indissolubile che tutti gli artisti conoscono. Il creatore e il creato sono la medesima cosa/persona, è quanto di più vicino alla divinità posieda l’Uomo (checchè ne dicano le varie religioni).
Non si può spiegare, accade, è il “passo del leone”. E’ il passo della fede.
Nel film tutto ciò è rappresentato dalla metamorfosi fisica di Nina nella famosa scena in cui volteggiando le crescono le ali nere.
Per essere una vera artista Nina deve morire, a se stessa e al mondo. Non è un procedimento che si impara a scuola: è la vita, il più delle volte, che si incarica di sfuggirti,e l’Arte diventa-come suggeriva Montale- un “surrogato, un compenso, per chi realmente non vive”.
L’artista è morto a se stesso. E’ l’Autore/Creatore, non un “io”. Non può farne a meno.
E il modo che ha, il solo modo che ha, per cambiare la realtà è quella di raccontarla, farla vedere, non già com’è, ma come egli vorrebbe che fosse.
Perciò la morte finale di Nina, che molti hanno trovato pretestuosa e incoerente, io la trovo simbolica di una rinascita ideale come artista.
L’arte richiede il sacrificio della vita interiore (si dice che Flaubert avrebbe venduto sua madre per un buon verso), della vita interiore di chi ci sta vicini e di chi amiamo, a volte anche della nostra stessa fisicità.
Una talpa e un serpente si incontrano vicino allo steccato di un giardino,all’ombra di fitti arbusti.
-Ehi, ciao! dice il serpente, ti vedo cambiato, stai benissimo, cos’hai fatto?
-Eh, mi sono messo a dieta e ho cambiato la montatura degli occhiali.
-Anche io ho dovuto mettere gli occhiali, sai, il dottore mi ha detto che sono fortemente miope. Gli occhiali hanno molto migliorato la mia vita sentimentale.
-La tua vita sentimentale, e perchè?
-Be’, ho scoperto che vivevo da anni con una canna per annaffiare…
http://www.milicia.it/gerace1.JPGPrenderà il via il prossimo 27 ottobre la prima edizione del Seminario Annuale di Saxofono organizzato dall’Associazione Culturale “Skatò” di Roma in collaborazione con il Comune di Gerace.
Sede delle lezioni sarà la Sala Conferenze del Museo Civico di Gerace, all’interno del Palazzo Tribuna.
Il Seminario Annuale di Saxofono sarà tenuto da Renato Trombì, con l’assistenza di Francesco Scardamaglia.
Trombì è apprezzato concertista e orchestrale della Banda Nazionale dell’Esercito Italiano, oltre ad essere membro fondatore dello Skatò Saxophone Quartet, con il quale ha partecipato a vari festival in tutta Italia, ha inciso numerosi dischi ed è intervenuto in diverse trasmissioni televisive di Rai e Rai International. Con la Banda Nazionale dell’Esercito Italiano, il Maestro Trombì ha inoltre preso parte a numerosi concerti nei più importanti teatri italiani spesso alla presenza delle più alte cariche dello Stato Italiano e di rappresentanti di governi stranieri.
Per partecipare al Seminario non vi sono limiti d’età, esso è rivolto a chiunque voglia avvicinarsi allo studio del saxofono e a chi abbia già conseguito conoscenze a diversi livelli, come studenti di scuole di musica, di scuole medie ad indirizzo musicale, di licei musicali, conservatori e istituti parificati, ma anche diplomati, laureati e componenti di gruppi bandistici e musicali. Le lezioni – articolate a seconda del livello di preparazione e delle esigenze dei corsisti – saranno sia individuali, per l’approfondimento della prassi esecutiva e del vasto repertorio che lo strumento assicura, e sia di gruppo, allo scopo di far conseguire agli iscritti la giusta sicurezza per esibirsi in gruppi d’insieme e nei vari stili musicali. Al termine del Seminario si terrà infatti un recital che vedrà l’esibizione di tutti i corsisti.
«Sono molto grato all’Amministrazione Comunale di Gerace per aver collaborato all’organizzazione del Seminario e per aver subito sposato questa iniziativa», ha affermato Renato Trombì.
«Personalmente sono poi doppiamente contento e non vedo l’ora di cominciare questa nuova avventura perché avrò l’opportunità di lavorare nella mia città di origine, cui sono molto legato pur lavorando da anni a Roma e in giro per l’Italia».
«L’iniziativa del Maestro Trombì ci ha subito convinto – ha detto il Sindaco di Gerace, Giuseppe Varacalli – perché punta sull’amore per la musica e sulla voglia di impegnarsi e studiare di chi intende migliorarsi: un valore valido tanto nella musica quanto nella vita di tutti i giorni».
Per informazioni e contatti è possibile consultare la sezione Notizie del sito istituzionale del Comune di Gerace (www.comune.gerace.rc.it).
Questa sera il “telegiornale” (virgolettato obbligatorio) di ItaliaUno, ci informa che c’è stato maltempo a Napoli, tale che si sono allagate anche le linee della metropolitana “risalenti– come il servizio recitava, con non troppo velato disprezzo – all’epoca borbonica“.
Ci sarebbero due o tre cosette da chiarire. L’epoca borbonica è un’invenzione dei libri “italiani” (cioè scritti dai vincitori della guerra di conquista sul Regno delle Due Sicilie).
Dire “l’epoca borbonica” ad una classe di trenta e più bambini, che non sono nè Gramsci nè Giustino Fortunato, fa apparire il periodo di regno borbonico come qualcosa di antichissimo, preistorico, collocato in tempi anteriori al medioevo. In epoca borbonica …e pare che chissà che ti immagini, un faraone che esce dalle metropolitane di Napoli, un assiro-babilonese che fa lo sciuscià, un pizzaiolo ittita.
Si sente al palato: è una frase fasulla, costruita per dare l’idea di arretratezza.
I Borbone hanno regnato fino a centocinquant’anni fa, che sono un batter d’occhio in termini storici. Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza europea dopo la Gran Bretagna e l’Olanda, aveva una flotta navale potentissima, dei commerci fittissimi, era un regno ricco e florido. Gli abitanti del resto della penisola vi immigravano per trovare lavoro. La sola università di Napoli produceva tanti laureati quanto tutti gli altri atenei della penisola messi assieme. Il settore ingegneristico del Regno era tra i più avanzati d’Europa, la produzione manifatturiera era fiorente, così come la produzione agricola. I regnanti adottavano anche dei mezzi protezionistici per evitare che i contadini andassero in fallimento nelle annate di scarso raccolto. Si può dire che fu nel Regno delle Due Sicilie che venne partorita l’idea di fornire abitazioni e orti ai lavoratori, ben prima che gli allori del socialismo di stampo Oweniano venissero posti sul capo della Lanerossi (che ha poi bellamente inquinato la Campania).
E soprattutto, nel Regno delle Due Sicilie si pagava in oro.
Questa Napoli è proprio una città fatiscente -sottende il servizio- se ha ancora infrastrutture risalenti a così tanto tempo fa, praticamente preistoriche. Che schifo questa Napoli, non bastava la spazzatura?
Ebbene, queste infrastrutture così antiche hanno retto bene se sono durate per centocinquant’anni e le Ferrovie dello Stato prima, e Trenitalia (privatizzazione D’Alema) poi, ci hanno fatto sia la metropolitana che la ferrovia. E l’unica stazione importante d’Italia dove non è necessario cambiare il locomotore è proprio Napoli Piazza Garibaldi perchè ci sono queste strutture di epoca borbonica.
Non credo che sia risaputo che i militari russi che per primi soccorsero le popolazioni del terremoto di Reggio e Messina del 1908 ebbero a dire che l’organizzazione borbonica era assai più efficiente di quella del nuovo “stato”.
Ma a questo punto mi pongo una domanda: a chi sarebbe spettato il compito di rinnovare queste strutture risalenti all’epoca borbonica?
La domanda sorge spontanea, perchè i Borbone non ci sono più: c’è lo “stato italiano”. E se lo “stato italiano” riscontrava che le strutture di epoca borbonica erano inadeguate, non avrebbe dovuto farci qualche lavoretto, chessò, un puntello, un po’ di stucco qua e là, una botta di vernice? Non dico dei lavori tanto belli e precisi come quelli della Salerno-Reggio Calabria, che tutto il mondo, pure il Giappone, ci invidia, ma anche qualcosina in meno.
Allora di che si lamenta il commentatore di ItaliaUno? Che i Borbone centocinquant’anni fa hanno costruito dei sotterranei tanto perfetti da resistere alle inondazioni di oggi (col traffico, la metropolitana, i treni e il cemento), o che non sono stati abbastanza bravi da costruirli tanto bene da sopportare il diluvio universale? Eh, perchè veramente non s’è capito dal servizio andato in onda, vorremmo qualche chiarimento.
Io dico solo una cosa: un martedì hanno eliminato l’intercity delle tredici da Rosarno a Roma, il mercoledì dopo è stata inaugurata l’alta velocità Torino-Milano.
E chi mi viene a dire che l’italia non è divisa in due, prenda un treno da Siderno per andare a Imola, e poi ne riparliamo. Nel frattempo sarebbe gradito il silenzio. E l’ingiuria non sarà più tollerata.
Da questo mese (ottobre 2012), l’Associazione Culturale Maestri di Giardino inizia la sua attività editoriale con quattro pubblicazioni riguardanti gli elementi, la cura e l’etica del giardino.
I testi attingono al patrimonio di conoscenze, esperienza e talento dei propri associati, in molti casi riversati per la prima volta in una forma di comunicazione scritta.
Il progetto prevede infatti la produzione di opere inedite e, solo in casi sporadici, la raccolta di articoli precedentemente
pubblicati su riviste di settore o sul web.
I libri, di formato tascabile, saranno realizzati in due formati e in altrettante collane: Scrivere Verde, diretta da Diana Pace e 21/34, diretta da Daniele Mongera.
La prima raggruppa piccole monografie su argomenti botanici, ma sviluppate in forma discorsiva, oppure brevi saggi tematici, biografie o esperienze rilette secondo l’ottica del giardiniere, del paesaggista o del critico.
La collana 21/34 ha un carattere prevalentemente botanico e prevede una suddivisione dei volumi per capitoli o schede, in un numero che può variare dalle 21 alle 34. Il suo obiettivo è comunque quello di raccontare le piante in forma articolata, secondo l’esperienza personale che ne ha l’autore, le vicende storiche, gli aspetti legati all’uso e al costume sociale.
Questi i primi titoli in uscita:
1 – Diana Pace, Cosa c’è sotto – considerazioni sulla terra, Scrivere Verde.
2 – Elisa Benvenuti, Mille Salvie, Scrivere verde.
3 – Paolo Tasini, Come un Giardiniere, Scrivere Verde.
4 – Mariangela Bonavero, Bartolomeo Gottero, Frutti dell’Amicizia, 21/34.
L’Associazione Maestri di Giardino, nata nel 2011, è formata attualmente da oltre 50 soci. Tra essi, giardinieri,
paesaggisti, vivaisti specializzati, architetti, giornalisti, curatori di giardini, storici dell’arte, organizzatori di mostremercato, promotori culturali, appassionati.
Una compagine eterogenea, sintesi di formazioni culturali e di esperienze professionali e umane assai diverse, in grado di offrire uno sguardo sfaccettato e inedito intorno ai temi più attuali del verde e dell’ambiente.
L’obiettivo intorno al quale è nata l’Associazione è quello di creare una rete nazionale di giardini e di vivai dove le persone interessate possano verificare e migliorare la propria conoscenza attraverso la condivisione pratica dell’attività dei “maestri”.
Per informazioni e per richiedere i libri: http://maestridigiardino.com/
edizioni@maestridigiardino.com
tel. 329 2515637
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)