Lo stradone a inizio giugno

Dietro casa mia c’è un vasto incolto che ho sempre molto amato, sin da piccola. Era il mio rifugio (probabilmente non ero l’unica bambina che vi si nascondeva per rifuggire dalle lezioni di matematica o dalle iniezioni) e sono certa che ancora oggi vi abitino le Fate – certo, in numero molto minore rispetto agli anni Ottanta.

La cardiologa mi ha detto che devo camminare per migliorare la circolazione, perciò senza troppi se e troppi, ma, mi dirigo sullo stradone che costeggia l’incolto, con tappinelle e crema solare zincata protezione 50+, con una Coolpix dondolante appesa al suo laccetto, come i capponi di Renzo.

A causa delle continue pulizie la flora non è che quella pionierissima e super resistente: canne, avena sterile, fiordaliso selvatico, poco altro.
Complice la luce dorata del tramonto, che rende tutto magico, ho scattato delle foto, in automatico, potete controllare i metadati (ho solo ridimensionato le immagini per poterle inserire).
La fotografia alla luce del tramonto per me è un “barbatrucco” più enorme di tutti i filtri di Photoshop messi assieme, e mi piacerebbe sapere la vostra.
La Coolpix, sempre disprezzata dai veri fotografi, se l’è cavata, ma è facile cucinare un buon piatto con gamberetti freschi e basilico appena colto.

Capofilico, Siderno

Pista ciclabile di Locri, metà maggio

A causa di un incidente sono rimasta a letto per oltre un mese, con una vertebra fratturata. Ho perso così molte delle fioriture che si sono rapidamente succedute e sovrapposte come mai ricordassi.
Le rose in giardino sono sbocciate già “cotte”, sortendo vari effetti culinari a seconda della consistenza del petalo: cartaceo arrosto, polposo bollito.
La primavera è durata un paio di settimane e nonostante ancora faccia un caldo incerto, soffocato dall’umido, ormai le fioriture sono andate.
Mi spiace aver perso quella del lino selvatico, che da anni fiorisce vicino a questi pelargoni a ridosso di un incolto sulla “pista ciclabile” di Locri (virgolattato obbligatorio).
Con fatica oggi sono andata a controllare, ma era troppo tardi.

L’irrigazione a scorrimento e la paura di papà

Mi è stato chiesto di pubblicare questo contenuto sull’irrigazione a scorrimento. Non l’ho scritto io, e non ci ricavo niente nel pubblicarlo, ma mi ha interessata per il fatto che questo è il sistema di irrigazione più vecchio al mondo e probabilmente il più ecologico, di certo uno dei più avvicinabili ed economici anche per chi ha poca acqua in estate.
Ma soprattutto, lo confesso, perché mi ha istantaneamente riportato a galla un ricordo familiare.
Adesso leggete l’articolo, ché dopo ve lo racconto.


Sistemi di irrigazione a scorrimento (link)

L’irrigazione a scorrimento include una varietà di tipi d’irrigazione che hanno la caratteristica comune dell’applicazione dell’acqua sulla superficie del terreno per poi distribuirla a tutto il campo usando la forza di gravità, in modo che la portata dell’acqua diminuisca lungo il campo in quanto si infiltra nel terreno.

Il fatto che la forza di gravità realizzi la distribuzione dell’acqua permette che non sia necessario disporre di strutture complesse di distribuzione dell’acqua per la porzione di terreno da irrigare, come le tuberie presenti nei sistemi ad aspersione o a goccia.

Dall’altro lato non è nemmeno necessario pressurizzare l’acqua per ottenere una distribuzione corretta ed uniforme. Questo fa sì che il sistema d’irrigazione a scorrimento presentino due vantaggi economici chiari: non hanno bisogno di complessi strumenti con costi difficili da ammortizzare nell’economia dell’agricoltore, ne è necessario pompare l’acqua sopra il livello dell’appezzamento, con relativo risparmio economico.

Quando i sistemi d’irrigazione a scorrimento sono ben progettati ed utilizzati nel modo appropriato l’irrigazione a scorrimento è molto efficiente e permette l’irrigazione uniforme del terreno.

Senza dubbio quando questi sistemi sono mal progettati o mal operanti, o quando non sono adattati alle condizioni particolari di una tenuta, questi vantaggi si vedono annullati a causa di altri costi collegati al sistema, come elevate necessità di mano d’opera, diminuzione nella produzione o poca efficienza nell’uso dell’acqua.

La sfida attuale dell’ingegneria dell’irrigazione è modernizzare e riabilitare questi sistemi, in modo da ottenere un’elevata efficienza ed uniformità dell’irrigazione per minimizzare le perdite dovute al deflusso superficiale e, diminuendo così l’aggressione all’ambiente.

L’obiettivo primordiale dell’irrigazione è somministrare alla coltivazione l’acqua additiva a quella delle precipitazioni per un ottimale sviluppo e coprire le necessità di lavaggio dei sali per evitare un accumulo nel suolo, assicurando la sostenibilità dell’irrigazione.

L’irrigazione a scorrimento si divide in fasi che separano processi idraulici distinti e che aiutano la comprensione e l’analisi del movimento dell’acqua sulla superficie del terreno. Le fasi d’irrigazione sono separate dai cosiddetti “tempi caratteristici”, nei quali si producono certe singolarità dell’irrigazione. Questi tempi sono:
• Tempo di inizio dell’irrigazione. È il tempo nel quale si inizia ad introdurre acqua nel terreno o nelle scanalature;
• Tempo di avanzamento. È il tempo nel quale l’acqua copre la totalità del terreno o arriva alla fine delle scanalature;
• Tempo di taglio. Tempo nel quale l’acqua smette di essere introdotta al terreno o alla scanalatura;
• Tempo di svuotamento. Tempo nel quale una parte del terreno o della scanalatura resta in superficie dopo l’infiltrazione dell’acqua o il suo spostamento verso altre zone;
• Tempo di recesso: è il tempo nel quale l’acqua sparisce da tutta la superficie del terreno o della scanalatura.

La durata tra questi tempi caratteristici definisce le tipiche fasi dell’irrigazione a scorrimento.

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Ora vi racconto l’ aneddoto familiare, che vorrei ricordare meglio. Nella foto che vedete sopra, ai bordi della strada ci sono due muretti di cemento. Alla base, nascosti da tutti quei cespugli di inula, Xanthium, calcatreppole e lapini, ci sono due canalette profonde circa 30 cm e larghe altrettanto. Ogni “tot” si vedono benissimo le scanalature della guida in cui si inseriva una placca di metallo, o forse un pannello di legno, per “tagliare” l’acqua, in modo che il flusso potesse irrigare un altro campo. Queste canalette sono abbastanza diffuse a Siderno, come anche le torrette che servivano a dare pressione all’acqua e dove (credo) ci fossero delle pompe.
Noi ne abbiamo una adiacente alla nostra proprietà, è quella di cui parlo nella Piccola Estate, ed è proprio su quella che si arrampica una Bougainvillea ‘San Diego Red’ che mia sorella piantò negli anni Ottanta.
Ora, la “tagliata” dell’acqua era una questione di importanza capitale e curiosamente in qualche modo contribuì al rafforzamento del potere della ‘ndrangheta a livello locale. Era la ‘ndragheta a regolare le tagliate, e allungare il tempo di irrigazione al proprio campo poteva costar caro a un coltivatore.
Il controllo delle tagliate mise in moto un perverso meccanismo: il potere di eseguirle veniva affidato ai contadini più fedeli, servili e spesso violenti, che diventavano così piccoli e feroci tiranni a livello locale.
Mio padre, la cui famiglia di commercianti era sempre stata rispettata, pur rimanendo distantissima dalla mafia, mi raccontò che oltre al servizio di leva impugnò un’ arma solo da giovanotto, quando fu costretto ad andare a farsi “rispettare” da un contadino che aveva indebitamente tolto l’acqua al fondo di agrumi di famiglia.

Diavolo, mio padre me lo raccontò così, en passant, che poteva averci sessant’anni, ma credetemi, era spaventato da morire.

Giardinaggio a due senza pestarsi i calli (su Houzz)


A questo ideabook ho ricevuto un commento da un’amica: “Impossibile”. In effetti le credo: fare giardinaggio in coppia è difficile, se entrambi amano il giardino e il giardinaggio.
Gli sposati avranno affinato tecniche e strategie, ma anche i single sanno quanto difficile sia lottare con una mamma, una suocera, un fratello o una sorella. Insomma, il giardinaggio è una di quelle cose così terribilmente private che ci porta spesso a litigare in famiglia.
Se avete individuato altri modi per evitare litigi, mi piacerebbe saperli. Io ho spesso inghiottito bocconi di un’amarezza memorabile.

Due articoli (su Houzz) su come trasformare cortili, terrazzi e spazi esterni

Il primo, questo:


spiega come “chiudere” uno spazio esterno, rendendolo più “giardino”. Occludere la vista e i perimetri con masse di vegetazione, non piangere su forme strane ma valorizzarle, separare gli spazi a seconda della funzione e altri suggerimenti.

Il secondo a me piace di più, e forse è più per chi ha un gusto marcato per l’architettura contemporanea. Come collegare interni ed esterni in modo da fonderli, come fossero uno spazio unico?

Square-foot gardening, l’orto in trenta centimetri (su Houzz)


L’avrete sentito nominare senza capire bene di cosa si tratta. È una tecnica di coltivazione intensiva concepita da Mel Bartolomew negli anni Ottanta. È piuttosto complessa e nel tempo si è tirata dietro un po’ di critiche.

Arredare un giardino (J’accuse)

Quando mi interrogo sul significato di un termine complesso, il dizionario etimologico è una delle prime risorse a cui faccio capo.
Tempo addietro mi capitò di leggere una domanda su come “arredare” un giardino.
Purtroppo, complice il linguaggio burocratico, subito ripreso da siti contenitore di qualità scadente (“I dieci modi per arredare il tuo giardino con meno di 100 euro” e cose così), questo sintagma errato e francamente pure brutto a sentirsi, si è diffuso tra chi il giardinaggio lo pratica due volte l’anno: la prima quando spende 500 euro in vivaio per piante, vasi, terricci, concimi e decorazioni varie, la seconda quando le piante morte e il terriccio indurito vengono gettati nell’organico.

Ho cercato dunque i termmini “arredare” e “arredo” sui dizionari etimologici di cui dispongo, uno dei quali è il Pianigiani, usato su etimo.it.
Così recita il Pianigiani:
Ne emerge subito che l’etimologia, come per tutte le parole complesse e che sono fondative della nostra quotidianità (anche mentale), non è univoca.
La Treccani:


Garzanti, laconico

Sabatini Coletti, come sempre semplice e chiaro

Nessuno di questi dizionari fa menzione di giardini da arredare, neanche la Treccani, l’unica che -almeno online- parla di “arredo urbano”, definendolo quel complesso di oggetti, come panchine, statue e fontane, che servono per rendere accogliente, bella e funzionale una città o un paese. Comprese le aiole di proprietà comunale, quindi le rotatorie, le fioriere, le alberature pubbliche.

Un giardino insomma non si arreda. Un giardino si crea, si disegna, si imposta, si progetta, si studia, si pianifica, si dispone, si organizza, si sistema, a volte si restaura, spesso si arrangia o si inventa, si allestisce (se si tratta di un giardino temporaneo), un giardino è un qualcosa che deve prendere una forma, una forma che noi decidiamo.
A differenza dell’arredamento d’interni, di cui la progettazione del giardino a volte può anche seguire gli schemi di disposizione prospettica, degli ingombri e dei colori (specie in quel tipo di giardino modernista in cui l’esterno era una proiezione dell’interno, senza che nessuna delle due parti perdesse coerenza se separata dall’altra), il giardino -di solito- si fa con le piante. Le piante (guarda tu se uno deve ribadire certi concetti da prima elemetare) non sono oggetti. Non sono lampade, non sono divani. Non è che dove le metti stanno, e al massimo si impolverano o si rigano o si macchiano. Non è che il divano esce da un ovetto piccino picciò e cresce nel tempo. “Eh, cara, il divano è diventato troppo grande, bisogna chiamare il falegname per farlo accorciare…”.
Il giardino è imprevedibile, perché le piante tendono a fare cose inaspettate e a comportarsi non esattamente come avevamo previsto.
Non sono immutabili, e una volta “composto” o “finito” il giardino (cioè “arredato”), le piante non staranno lì ferme come bomboniere in esposizione, ma faranno un sacco di cose: in alcune speriamo, in altre no, altre ancora le temiamo, altre saranno belle o brutte sorprese, e via via fino a eventi che non avremmo neanche immaginato.
Il giardino è anche (solitamente) costituito di altre cose oltre le piante, vialetti, muri, reti, ringhiere, vasi, ecc. Anche questi subiscono mutamenti a volte anche piuttosto rapidi poiché sottoposti alle intemperie.

Ma più di ogni altra cosa ciò che differenzia il giardino dall’arredamento è che questo ha a che fare con oggetti e cose fatte dall’Essere Umano, “oggetti culturali”. Mentre il giardino ha a che fare con “soggetti naturali” su cui il potere umano è decisamente limitato.

Usare questa espressione è da pigri, ottusi, conformisti che si fermano sotto la soglia della mediocrità, che van dietro alla moda del burocratismo linguistico. Insomma, dei kitschmenchen che pensano con la testa degli altri e abdicano al loro diritto di esercizio della facoltà di giudizio critico.

Ecco perché quando leggo come accetbile o accettata la frase “arredare un giardino”, concludo una sola cosa: chi non si batte contro l’errore concettuale che è alla base, lo fa solo per convenienza. Lo fa perché gli conviene che attorno a sé ci siano persone ignare, ignoranti e vacue, e poter in questo modo risaltare tra esse grazie ai suoi modestissimi talenti.

I boccioli di lillà (la promessa, la svolta, il prestigio)

Era un’estate torrida, asciutta.
Andammo alla fiumara dell’Amendolea a vedere antiche rovine. Tra le vecchie e nobili pietre, disincastrate dalla loro posizione da tellurici eventi e bradisismi, i fiori e le piante della gariga: cardaccioni, verbaschi, malva, scabiosa, centranthus rosso, convolvoli e una cotica di erbe, verdi, grigie e marroncine, difficili da catalogare senza un manuale. Sul fondo del vallone, a cercar acqua, oleandri rosa e rossi come un rivo di colore appena spremuto dal tubetto.
In alto, sulla rocca, c’era una apiacea insolita, neanche il dr. Porcelli era riuscito nell’identificazione. Sfiorita, le infiorescenze parevano ventagli color biscotto, grandi, da farti venire l’acquolina in bocca. Mi riempii le tasche di semi e li buttai in giardino.

Ma non è lei l’apiacea che è nata. È lo Smyrnium olusatrum, i cui semi ho raccolto un po’ ovunque, ai bordi delle strade. Lo Smyrnium è una pianta molto meno chic di quella della fiumara Amendolea, non è necessario percorrere salite spezzagambe, sul ciglio del dirupo, pregando la madonna, dio e tutti i santi di non cadere di sotto, basta fermare l’auto se si avvista. Freccia a destra e parcheggio. Nessuna acrobazia. Che banalità, Smyrnium.

Il primo vero verde di prima primavera è il suo. Quello e il bianco di una comune spirea basterebbero a saziare i miei occhi, tanto che vorrei tutto si fermasse lì: il verde acido dello Smyrnium e il bianco a coriandoli della spirea. Quando i cani ci passano sotto e ne escono coperti di petali bianchi, come delle spose, io non posso chiedere di più
Non oltre, vi prego!

Il verde pubescente delle nuove foglie mi acceca, la massa di boccioli sulle rose attende come una cupola di proiettili pronti all’innesco. Alcune rose vanno così in fretta che da un giorno all’altro il verde scrigno del bocciolo si apre, mostrando una forma quasi cubica, con la base di un rosso che sembra sangue uscito dalla bocca di un gatto ammazzato.
Fermatevi, pazze! Non sapete cosa c’è dopo? C’è la banalità del fiore aperto, che dio, può essere il più bello del mondo, ma non è più una promessa, non è più il sogno, non è più il desiderio. È quando tutto finisce, il momento di freddo che prende il corpo e lo irrigidisce. È l’obbligo di pensare: “Che bello, è bellissimo, è superlativo: tanti mesi di attesa ricompensati da quest’unico fiore”. Mentre tu pensi solo che dovrebbe piacerti e non capisci perché, sì ti piace, corpo se ti piace, ma ti piaceva più prima. Molto di più. Preferivi il bocciolo con i petali quasi invisibili, e la base ovoidale, tonda, gonfia, appena toccata di scarlatto.
Se tutto rimanesse così: una promessa di un bel domani. Come nel film The prestige, le tre fasi della magia: la promessa, la svolta, il prestigio.

Il prestigio sono le carnose foglie del sedum già richiuse su sé stesse per evitare la traspirazione, quelle grandi, enormi dell’acanto flosce come bollite, pronte per giganteschi falafel.
La lavanda apre le sue spighe grigie, lasciando intravedere un viola lillacino destinato a diventare un marrone cianotico dopo la sfioritura e fino alla potatura. I fiori di lillà sbocciano, rosa, rosini, banalotti. La pianta sta lì e io non la tolgo: è tanto bella, quando è carica grappoli piccoli e verdi, con quelle sue foglioline fini, a forma di cuore, che ti viene voglia di avere quindici anni, staccarle e metterle nel diario di scuola. Poi tutto si guasta con la fioritura, così dozzinale, poi. Il lillà, una varietà comune trovata per santo miracolo al mercato, inizia la fioritura con un rosa edematoso, malato, tendente al grigio. Poi i fiorellini, pur graziosi, si aprono e diventano del colore che dà il nome alla pianta.
La spirea ha perso tutte le sue bellezze, i petali bianchi sono diventati di quel tipico color marrone delle cose vegetali morte o sfiorite. Lo Smyrnium è andato: ormai sta formando le capsule dei semi. È già tutto vecchio.
Il glicine ha sparato le sue cartucce e ora mette nuovo fogliame, come se potesse riscattarsi di essere sfiorito.

Il prestigio.

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La domanda che stai cercando è sicuramente sbagliata

Una delle prime cose che mi sono chiesta quale giovane giardiniera è: che cosa mi devo chiedere per conoscere la vera essenza del giardino?
Essendo un figlia della logica capisco che se non mi pongo la giusta domanda non avrò la risposta giusta.
In molti cercano risposte a domande che non sono quelle giuste, e si arrabbiano, o questionano all’infinito su una risposta che non accettano. Ma tutto questo accade perché ci si pone la domanda sbagliata.
Ma qual è la giusta domanda?
Per molto tempo ho cercato, su queste pagine digitali, di trovarla. Oggi mi chiedo: “Esiste una giusta domanda?”.