Sembrano due vagoncini dei plastici per modellini di treni, di quelli argento e verde, che attraversano un paesaggio di polistirolo variamente dipinto.
Paiono finti: è questo il treno regionale Reggio Calabria- Catanzaro, e viceversa?
Si sballottola come panni in lavatrice, l’aria condizionata c’è e non c’è, la velocità è quella di una comune automobile che procede su una strada poco trafficata. Dormire è impossibile, mancano gli appoggi, testiera e braccioli sono scomodi, lo spazio per allungare le gambe insufficiente, i sussulti rendono impossibile chiudere gli occhi.
Neanche leggere il giornale è pensabile, solo ammorbarsi con l’Ipod di musica stordente che copra lo sferragliare del treno.
Per me e il mio compagno di viaggio due biglietti: un adulto e un piccolo animale in gabbietta. Mi assicuro che il trasporto del piccolo animale sia consentito da Trenitalia, dopo la baruffa, poi risolta (o forse no) del divieto di trasporto in treno di animali.
Non si preoccupi– risponde l’operatore dell’agenzia- su quei treni viaggia di tutto, e ride sotto i baffi.
La battuta l’ho capita due giorni dopo, prendendo il treno regionale da Catanzaro, quello del mattino.
Credevo di essere la sola “italiana” a salirci. Diciamo pure, con un termine un po’ crudo, la sola bianca (perché “bianchi” poi? Siamo più rosa che bianchi).
I vagoncini formato Lego erano stracolmi di stranieri, marocchini soprattutto. “Vucumprà” che con i loro enormi sacchi di vestiti, collane e varia minuteria, scendono alle stazioni intermedie per sistemarsi al mercato o percorrere le spiagge per vendere ai bagnanti. Tra di loro conversazioni, qualche schiamazzo, ironia sui cinesi che gli rubano il lavoro. Miii-hhaaa-oooo! -dileggiano.
Nessuna integrazione con i pochi residenti o i turisti.
Qualcosa non funziona nel nostro sistema di socializzazione con gli stranieri.
Mi spiego adesso la battuta dell’operatore che rideva di me, tutta preoccupata per il mio animaletto. Circa 12 euro di biglietti, nessuno dei quali mi è stato controllato, né all’andata né al ritorno, nonostante l’altoparlante minacciasse multe salatissime ai passeggeri sprovvisti di biglietto vidimato.
Mi spiego anche perché questi vagoncini miniatura siano tali: servono giusto a una frangia di popolazione che accettiamo a stento, tutti gli altri viaggiano in costose e potenti automobili.
Mi spiego perché le tratte regionali siano abbandonate al pasto che ne fanno il tempo e all’usura, perché i sedili non vengano rinnovati e perché il tasso di pulizia ed “eleganza” sia minimo. Non dobbiamo certo far colpo sui turisti svizzeri che viaggiano da Bologna a Milano sulle varie Frecce colorate.
C’è solo bisogno di portare qualche “negro” da una parte all’altra.
Qualche giorno fa mi è capitato di constatare, per l’ennesima volta, quanta confusione si faccia tra termini differenti ma sovrapponibili, come “giardinaggio”, “botanica”, “arte del giardino”.
Forse qualcuno che mi segue da tempo, dal periodo del mio vecchissimo blog Arboretum oggi “fumato”, ricorderà la breve considerazione che feci a proposito della sostanziale differenza tra giardinaggio e botanica.
Il “giardinaggio” è una pratica che consiste nella cura delle piante e nel fare in modo che esse prosperino nel miglior modo possibile. E’ anche l’operazione che svolgiamo quando ci occupiamo non delle piante come entità singole, ma del nostro giardino come unicum in cui comprendiamo tutto ciò che in esso vi alberga, sia fatto di piante, di roccia, di acqua, di calcestruzzo.
E non c’è alcun merito nel praticare giardinaggio, come mi sembra di orecchiare spesso. Non c’è alcun merito nel praticare il giardinaggio come non c’è alcun merito nel fare acquerelli paesaggistici, recuperate vecchi oggetti col découpage, dipingere sui sassi, o andare in palestra tre volte a settimana. E’ un’attività che ognuno conduce per conto suo e che non può essere imposta -nè a livello pratico nè a livello etico- come “buona” o “positiva” in senso assoluto.
C’è invece merito nel praticare “buon giardinaggio”, il che significa avere autocoscienza di ciò che si compie, sia a livello umano che a livello collettivo, individuale e globale, scientifico, pratico, storico, economico, sociale, culturale. Praticare “buon giardinaggio” a volte può anche voler comportare l’astensione dal giardinaggio.
La “botanica” è invece una disciplina che studia i caratteri tassonomici dei fiori e delle piante, i loro organi riproduttivi, la loro classificazione in famiglie, generi, specie, ecc. E si fa prevalentemente col “culo sulla sedia”. Linneo classificò migliaia di piante col “culo sulla sedia”, facendosi inviare da tutto il mondo esemplari che studiava e schedava. La botanica è una classica disciplina da microscopio, biblioteche, piastre di Petri, polvere e sedia. Molta sedia. Se vi siete immaginati romantiche avventure alla Conte di Bougainville, del tipo raccontato da Andrea Wulf, siete fuori strada, ma di parecchio.
Definire quindi un giardiniere un conoscitore di botanica o un appassionato di botanica, come fin troppo spesso capita, è un errore grossolano nel più felice dei casi, un insulto nel peggiore. Sfido molti ottimi giardinieri a esporre le loro conoscenze botaniche: per lo più saranno informazioni acquisite nel corso del tempo e dell’osservazione delle piante, una sorta di “sesto senso giardinicolo” che fa intuire -anche se di quella pianta non si sa nulla- a che tipo di famiglia appartenga e che tipo di trattamento orticolo gradisca.
La botanica è uno strumento del giardiniere al pari degli attrezzi da giardino: serve per distinguere le piante e riconoscerle, in modo da comprenderne le esigenze colturali. Un giardiniere può avere ottimi risultati conoscendo poche nozioni elementari di botanica, di contro un botanico potrà essere un pessimo giardiniere. In effetti i botanici fanno raramente del giardinaggio, è più facile che si diano alle scommesse sulle corse dei levrieri.
Perciò, ricapitolando, il botanico non sa una beneamatissima di giardinaggio, il giardiniere qualcosina di botanica dovrà pur saperla, ma la botanica non sarà il suo obbiettivo primario: la botanica studia i caratteri morfologici delle piante, non le loro necessità di coltura.
Quando invece tralasciamo, dandolo per scontato, l’elemento di conoscenze botaniche e orticolturali, e parliamo di “giardino“, o di “arte del giardino“, o di “arte di creare un giardino“, il discorso si poggia su un terreno meno saldo e più polimorfico, in quanto non più attinente alle discipline scientifiche, come l’orticoltura (o il giardinaggio come tecnica) e la botanica, ma a discipline filosofiche ed artistiche su cui ancora si dibatte (per fortuna).
Questa forma d’arte che io ho chiamato kepopoiesi, è la proiezione della funzione estetica sul giardino. Ha a che fare quindi con una prospettiva squisitamente artistica del valore “giardino” e non più tecnica, laddove la tecnica di coltura sia comunque data a livelli che possono variare dallo zero assoluto all’eccellenza insuperabile.
Mi auguro che questa specificazione dei termini che più spesso vengono confusi tra loro possa essere proficua. Se devo essere sincera è un po’ triste trovarsi a scrivere queste cose, che dovrebbero essere conosciute e straconosciute da chi pratica il giardinaggio e si definisce giardiniere alla Russel Page. Insomma, a dirla tutta non è il post dei miei sogni questo, ma constatato che fosse necessario e doveroso scriverlo, l’ho scritto.
Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
and be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear,
Though as for the passing there
Had worn them really about the same,
And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.
I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.
Robert Frost
La lettura della signorina Sherwood di Saranno famosi:
Esiste una fetta di giardinieri che io chiamo “immaginativi”. Sono giardinieri alle prime armi, completamente asciutti di qualsiasi nozione orticola, ma non sempre passivi, testardi e di cattiva volontà, come tanti che ne circolano intorno.
Ce n’è una sottospecie che è desiderosa di comprendere, molto curiosa delle questioni della natura, ma che non vuole impararle dai libri, quanto piuttosto scoprirle da sola. Vogliono avere il piacere della sorpresa, della scoperta, a volte dell’invenzione. Che poi questa sia equivalente all’acqua calda, non gl’importa, si gettano nell’esperimento, le tentano tutte, trovano mezzi cervellotici per arrivare a soluzioni che per altri sono banali e le raccontano come grandi prodezze. Quando poi si confrontano con qualcuno che un po’ ci capisce, non lo stanno neanche a sentire o accettano quelle indicazioni come una verità parziale.
Nel loro comportamento olistico, abbracciano le infinite possibilità del caso, e se qualcuno gli dice che i semi del Calonyction aculeatus vanno ammollati per una notte, loro lo incidono, invece, oppure lo mettono in un vaso senza buco di drenaggio, o altre cose che non so neanche immaginare.
Non sono “stupidi”. Non è una questione di capacità e di formazione, ma un fatto squisitamente umano, un modo di prendere la vita. Sono persone che applicano fortemente la funzione magico-religiosa, come in genere fanno gli artisti.
Per loro la botanica, la biologia, sono suscettibili delle nostre azioni. Mettere una talea a testa in giù non è un errore, è una prova, una speranza che le radici possano crescere dalla testa.
Insomma, applicano al mondo della natura naturans l’attività emotiva ed empatica dell’uomo. Questa è in poche parole la funzione magico-religiosa, affine alla funzione estetica, nella quale si desidera cambiare la realtà non operando sulla realtà (funzione pratica)ma attraverso dei pensieri e dei simulacri di essa.
Uno di questi giardinieri immaginativi mi raccontò un episodio interessante e curioso. Aveva visto una rosa bellissima (per il giardiniere immaginativo una singola rosa è sempre bellissima) e voleva riprodurla, se ne fa dare un fiore e lo mette in un bicchiere di vetro. Nota che ovunque spostasse il bicchiere, il fiore rilasciava una sorta di semini scuri, diciamo simili a a quelli del papavero. Per il giardiniere magico-religioso, quelli sono semi di rosa, anche se il fiore non è appassito e non ha avuto ancora tempo di formarli ( e ovviamente, un fiore reciso difficilmente può portare a completamento la produzione di semi…).
E’ un po’ il whishfull thinking del barone di Munchhausen: liberarsi dalla palude tirandosi per il codino. Ed è anche uno degli aspetti che legano il giardiniere immaginativo al possessore di nanetti da giardino.
La funzione magico-religiosa è importante per l’artista, applicandoci l’arte, ne esce fuori qualcosa come La botanica parallela di Leo Lionni
Mattino, giornata tersa e luminosa d’inizio primavera. Due uomini stanno seduti sotto un gelso che domina una campagna lussureggiante e incontaminata.
L’uno è il maestro Poco Confusio che abbiamo già imparato a conoscere tempo fa, e l’altro è Molto Confusio, suo discepolo.
Poco Confusio è appoggiato con la schiena all’albero schiacciando un pisolino, con uno stelo d’erba in bocca. Molto Confusio è ritto e seduto a gambe incrociate, sudato.
Molto Confusio: che magnifica giornata, Maestro, stasera potremo cenare fuori!
E dopo un po’: Molto Confusio: Maestro, Maestro, un gabbian-falco, lì! Guardate! Poco Confusio, senza aprire gli occhi: Ma tu lo sai che significa un gabbian-falco in questa stagione? Molto Confusio: no, Maestro. Poco Confusio: e allora goditi il panorama, ma stasera a cena porta l’ombrello.
Ho letto, tempo addietro, da qualche parte su Facebook, che l’orto non ha “grazia”.
Non so dire se questo sia vero o no ma mi ha dato da pensare.
Per stabilirlo bisognerebbe prima definire cos’è la “grazia”. Se ci rifacciamo a Kant e al suo concetto di “grazioso” (una piccola rotondità senza importanza), per molti motivi l’orto non può avere grazia, principalmente perchè è produttivo.
Se invece con “grazia” intendiamo una generica bellezza, un senso di quiete, riposo, pace, serenità, estasi, contemplazione, libertà di pensiero…ecco, forse dovremmo ammettere che l’orto davvero non possiede quella specifica qualità estetica detta “grazia”.
Perchè?
Sarò fatta con lo stampino di latta ma credo che il nostro amico Kant avesse ragione: perchè l’orto -volenti o nolenti-si mangia. E se non si mangia è uno spreco, e lo spreco (al giorno d’oggi)rende brutta qualsiasi cosa.
Ma devo proprio dirlo: i giardini mi hanno annoiata. Soprattutto quelli strabuffanti di rose.
Basta, pietà!
I giardini che ripetono all’infinito questo fiore, trasformandosi in un’orgia di colori e profumi, non possiedono neanche loro grazia, ma solo una gran quantità di vistoso cattivo gusto. E rimaniamo coi piedi per terra e senza usare il termine “pornografia” tanto caro a Umberto Pasti. Non si tratta di un grande muro di vagine, ma semplicemente di scorretta progettazione del giardino.
Le rose, come ogni arbusto prodigo e vistoso, vanno usate con misura.
Nell’orto invece non abbiamo questi problemi. Sceglieremo gli ortaggi in base alla qualità del nostro terreno, e useremo tutte le tecniche e le astuzie che conosciamo per renderle produttive. Un orto ben tenuto, ben curato e molto produttivo sarà sicuramente bello, ma forse non grazioso. Non dovremo impazzire a rincorrere trame di luce, giochi di colori, effetti d’insieme, artifici scenici. Quello che ci occorre è l’acqua, il letame e un buon sarchiello. In effetti è più rilassante non doversi sdilinquire il cervello su risultati formali. Meno interessante, magari. Però gratificante.
Allora lasciatemi dire che a quelle feste di rose su rose preferisco un orto senza grazia. Tanto, ad essere sinceri, non ce l’hanno neanche quei giardini traboccanti di trine e merletti, gonfi di festoni colorati e imbalsamati, ripetitivi, in cui il profumo diventa una puzza di silicone, i colori una violenza schiaffata negli occhi. Giardini tanto vantati dai proprietari e tanto celebrati dalle riviste (un po’ di meno, a dire il vero, fanno meno tendenza, per fortuna, a scapito degli horti deliciarum di vip, vippesse e nobiloni assortiti).
L’orto vuole un uomo morto, si dice da noi. Perchè il lavoro è duro ogni giorno, e non si può mai abbandonare, pena triplicare il tempo di lavoro per recuperare. Eppure più che un giardino segreto vorrei un orticello, e magari non tanto “ello”. Un bell’orto grande, con la vite sui muri, le vasche per l’acqua piovana, tanti ortaggi diversi, alberi da frutta in varietà e i filari di fiori da taglio: rose, dalie, gladioli, gigli. E qualche stranezza agli angoli, come il rabarbaro per le torte. Mai mangiata una torta al rabarbaro. E dimenticavo: i piccoli frutti, lamponi, mirtilli, non possono mancare non tanto per la loro bontà, ma per i loro colori insoliti, che in un pie o in un crumble danno un tocco da conoscitore.
Di norma i lettori cosiddetti “forti” (come dire un bevitore forte, un fumatore forte, insomma, uno che ha proprio il vizio compulsivo) leggono più libri contemporaneamente. Il che non so se è un bene o no.
In uno dei libri che in questo momento ho per le mani, Nero. Storia di un colore, di Michel Pastoureau (con cui ho avuto occasione di confrontarmi sull’uso sociale del colore in giardino), ti vengo a scoprire una cosetta interessante.
Per spiegare come , a partire dal XIII secolo, il nero perde la sua connotazione di lutto e paganesimo, ma inizia a diventare un colore elegante, cristiano e anche alla moda, Pastoureau porta ad esempio il Santo Maurizio, il Prete Gianni, il Magio Baldassarre, e la Regina di Saba.
Eccola qui, la Regina etiope in una miniatura del manoscritto del Bellifortis di Konrad Kyeser, inizio XV secolo.
Se vi stupisce il volto nero, non è perché l’ho scansionata male, è proprio nera come il carbone.
La regina di saba. Gottinga, Niedersachsische Staats- und Universitatsbibliothek. Cod. Ms. Philos. 63 fol. 122
A colpirmi, oltre al nero pesante del viso, i toni del giallo del verde e dell’azzurro mescolati per dare un cromatismo ad un abito verde, è stato il movimento sinuoso del corpo.
Probabilmente un ricordo stilistico delle miniature, in cui tutte le madonne, le sante, le regine e le eve varie, erano curve come un ramoscello di salice e sembravano incinte o con un grave attacco di flatulenza e borborigmi.
La Filosofia presenta le sette arti liberali a Boezio (dettaglio), miniatura di un manoscritto francese della Consolazione della Filosofia attribuito al Maestro Coëtivy , circa 1460–70
Ma per fare un gran balzo in avanti nei secoli, di questa “esse” della bellezza in effetti non ci siamo mai liberati, e ciò non riguarda solo la moda, analizzata qui in maniera preferenziale, ma tutte le arti, giardino compreso.
Nel 1752 William Hogarth pubblicò un testo intitolato L’analisi della bellezza, in cui proponeva una soluzione semplice quanto apparentemente banale, ad un problema che da millenni faceva discutere artisti e filosofi.
Secondo Hogarth, la bellezza è nella giusta curva. Una curva che non sia nè troppo arzigogolata, nè troppo rigida.
Proponeva ai suoi lettori di scegliere il corsetto più bello:
Hogarth confida che la maggior parte dei lettori sceglierà uno dei tre corsetti al centro della serie.
Secondo Hogarth, la bellezza è qualcosa che sta a “metà tra la noia e la fatica”.
La rappresentazione che Hogarth ne fece è questa:
In effetti la serpentina veniva dal lontano oriente, dalla Cina, per essere precisi, proprio nel periodo in cui Hogarth scrisse il suo trattato, in coincidenza con i viaggi in Cina di Sir William Chambers.
La serpentina, la curva, lo schema a quadri, tipici dei giardini cinesi, si sposano benissimo con l’ordine nuovo dell’Inghilterra, che tagliò la testa di un paio di re molto prima dei francesi, e fece la sua rivoluzione borghese cento anni prima. Dal 1660, re, regine, lord e squire, avevano gli stessi giardini, gli stessi hobby, gli stessi vestiti, e molte volte, lo stesso potete in parlamento.
Che affare! Sembra che non esista un carattere realmente europeo di giardino: viene tutto dall’Oriente, vicino o lontano che sia.
Una delle prime manifestazioni della diffusione che ebbe la serpentina furono i giardini francesi e i labirinti a curva.
Altri giardini furono “convertiti alla curva”. Ne nasce uno stile incerto, non particolarmente apprezzato nè per i risultati estetici, nè per le capacità seduttive; fu chiamato in molti modi, ma spesso “francese pre-rivoluzionario”.
Labirinto curvo di Choisy-Le-Roy
la “esse” è sempre stata un simbolo di bellezza femminile, di grazia, e le crinoline e i sellini usati ne accentuavano le curve.
Joshua Reynolds, Miss IngramMrs Hugh Bonfoy
Thomas Gainsborough, Lady LigonierThomas Gainborough, Mr e Mrs William Hallett
Alcuni di questi quadri rappresentano forse l’apice della bellezza dell’abito nella moda femminile anglosassone, una bellezza che poi venne corrotta dalla moda francese delle enormi crinoline e in seguito dei sellini. Ma dopo questa mega-sfilata di ladies in tiro, beccatevi questo! ( e scusate se la disposizione delle immagini nella pagina è così strana, ma io non so farla ordinata come molti miei colleghi bravi con l’html…
Un quadro che ha molti significati politici nascosti, guardate voi, proprio nei colori. Michel ne sarebbe entusiasta! Che forza! Siamo a due anni dall’unità d’italia, in Inghilterra era in pieno fermento il Preraffaelitismo, e lui ti spara un quadro che sembra dipinto un secolo prima e che descrive un ambiente medievale! Fantastica la esse di lei, altro che Rossella e Retth Butler!
E ancora la “esse” non perde il suo fascino da sirena nelle incisioni dei Secessionisti viennesi e dell’Art Nouveau (in Germania con lo Jugendstjil si preferivano forme più lineari).
Un esempio per tutti è Mucha, Profeta del Kitsch.
pare che si vergognava di fare pubblicità?
La “esse” non scomparve neanche con il diminuire dell’ampiezza delle crinoline, anzi, possiamo dire che fu proprio il sellino, un attrezzo scomodissimo da portare, ad accentuarla.
Se volete dare un’occhiata ai quadri degli impressionisti, ne troverete migliaia di queste “esse”.
Ma il momento magico, autocosciente della “esse” nell’abbigliamento fu a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.
ma chi incarnò la bellezza del vitino da vespa, dei seni e dei fianchi prosperosi, e della capigliatura raccolta in alto a boule, come un fiore Liberty, fu Camille Clifford
Nel Novecento i seni andavano di moda meno pieni e i capelli più sottili e aderenti alla testa. ma non si rinunciava alla “esse”. E se questa non doveva essere data dai fianchi, che per motivi socio-culturali le donne non gradivano mettere in mostra, allora c’era sempre la gamba.
Ancora oggi, modernizzata, decontestualizzata, privata della sua storia, la vediamo comparire su cataloghi per tutte le taglie (idealmente rappresentate da una platonica 42) e tutte(?) le tasche, sulle passerelle, negli stock di foto delle più importanti agenzie fotografiche italiane. Cambia l’abbigliamento, invece dello chignon chi sono i rasta, e al posto di una gonna di velluto ci sono i jeans…ma poco cambia.
Signor Hogarth, lei che ne pensa? I bei tempi andati… Fotolia, finto elegante da copertina Supergambe, modernissimo e allegro
Non vorrei urtare la sensibilità di nessuno, ma -per motivi di lavoro- ho appreso che i vegan non usano il letame per ammendare il terriccio.
So poco dell’alimentazione vegan, ma so che tutto ciò che è prodotto animale viene accuratamente evitato.
Non nascondo di avere delle forti perplessità su questo stile di vita, ma da amante degli animali non posso non apprezzarne il risultato.
Tuttavia questa storia del letame non la capisco proprio. Ad esempio il miele, quello lo capisco: si assoggettano degli animali per trarne un vantaggio alimentare. Così per il latte e per le uova.
Ma il letame è un prodotto di scarto dei mammiferi, non si toglie nulla al mammifero che l’ha prodotto.
Forse ci si riferisce al fatto che gli animali allevati vengono destinati al macello o vengono utilizzati come forza lavoro. Quindi non è il prodotto in sè, ma lo scopo finale che determina quel prodotto.
Ma per gli animali da compagnia, come i cani, gatti, cavalli, e se uno volesse avere delle papere? Le deiezioni di cani e gatti non sono così pulite come quelle dei cavalli e dei maiali, ma con opportuni trattamenti si possono utilizzare.
O addirittura, perchè non quelle umane, opportunamente trattate?
E i piccioni? Non pochi scelgono di avere dei maiali da compagnia.
E se la compagnia degli animali è considerata un tratto negativo, perchè molti vegan hanno cani e gatti?
In poche parole, il non utilizzare il letame non mi sembra affatto logico.
Mi scuso in anticipo se non comprendo questa filosofia di vita e se ho urtato la suscettibilità di qualcuno, ma vorrei sinceramente arrivare a capire il profondo perchè di questa scelta.
Primo gatto:prologo
Tempo fa conoscevo una signora molto amante dei gatti di razza. La sua razza preferita erano i persiani. Quelli con il muso schiacciato, la linguetta di fuori, quella faccetta da Gremlin appena uscito dalla doccia…
Secondo gatto: l’enunciato
La signora aveva appena comprato una gatta persiana purissima, pagandola pure cara, e me ne parlava orgogliosamente. Io dissi che a me non piaceva poi molto e che preferivo i gatti “normali”, i randagetti allegro mix di colore.
La signora, che era una brava donna e non si inalberava per le differenze di gusti, mi disse: “Eeeeh, io non ci posso fare niente, a me piace questo tipo di gatto, come a te piacciono certi tipi di rose che le devi ritirare per posta”.
Terzo gatto: la meditazione
Quella frase troncò i miei ardori di egualitarismo botanico-felino. Chi comprerebbe una rosa canina? Si farebbe una talea, piuttosto.
Se io ho diritto di preferire le galliche e le damasco, perchè la brava signora non avrebbe il diritto di preferire i persiani o gli angora? E badate che parliamo in entrambi i casi di specie viventi, sebbene solo un sofisma possa porre su un piano egualitario l’etica soggiacente alla cura degli animali e a quella delle piante.
Ultimo (mezzo) gatto: il quesito
La signora aveva un lecito, spiegabile, diritto di spendere i suoi soldi per acquistare un animale particolare?
Si può porre sullo stesso piano l’acquisto di una rosa e quello di un gatto?
Esistono altri corollari a margine di questa meditazione?
Saverio Macrì fu un personaggio estremamente poliedrico e versatile, e per tutta la sua vita nutrì interesse per un gran numero di materie.
Come molti, seppur notevoli, studiosi del Settecento illuminista, la sua figura è purtroppo poco conosciuta a livello nazionale. Drammaticamente, però, questa ignoranza si estende anche al suo paese di origine, Siderno,, che non gli dedica neanche una strada.
Saverio Macrì nacque nel 1754 da una famiglia votata alla cultura, specialmente alle scienze mediche ed alla filosofia teologica. Come la maggior parte dei giovani di qualche secolo addietro, ebbe la prima formazione presso un convento domenicano, poi si trasferì a Napoli dove studiò presso i Padri Gesuiti.
Si laureò in medicina all’Università di Napoli, allora capitale del glorioso Regno delle Due Sicilie, e qualche anno dopo anche in filosofia.
Si specializzò in botanica ed altre branche delle scienze naturali, ebbe la cattedra di zoologia degli insetti e di zoologia dei quadrupedi. Pubblicò numerosi studi su diverse specie animali e vegetali, fu in stretta corrispondenza con Carlo Linneo, divenne socio della Regia Accademia delle Scienze e Belle Arti fondata a Napoli nel 1778.
Fu anche tra i soci fondatori del Museo Zoologico Napoletano.
Nel 1838, all’età di 84 anni, fu nominato Rettore della regia Università di Napoli, che in epoca pre-unitaria produceva da sola tanti laureati quanti tutto il futuro regno d’italia.
Seppur molto vecchio fu operosissimo fino alla fine dei suoi giorni: morì a Napoli il 3 gennaio 1848, ormai novantaquattrenne.
Sebbene i suoi interessi abbracciassero tutte le scienze, si occupò anche di botanica. Fu inviato dal professor Domenico Cirillo in vari luoghi del Regno di Napoli per reperire alcune piante rare per il suo orto botanico e da inserire nel suo volume Flora Napoletana
.
Spinto dall’amore per il suo paese natale, nel 1823 volle compiere uno studio statistico su Siderno, descrivendone le condizione dell’acqua, del terreno e dei minerali, dell’agricoltura, della flora, della fauna, delle coltivazioni e del commercio.
Il titolo di questa opera è Saggio sull’istoria naturale sidernate, che fu pubblicata un anno dopo dal fratello Michelangelo, storico, filologo e letterato, accademico dell’Università di Napoli, sotto il lunghissimo titolo di: Memorie istorico critiche intorno alla vita e alle opere di Monsignor Fra’ Paolo Piromalli, Domenicano, Arcivescovo di Nassivan, aggiuntavi la Sidernografia.
Nella sezione riguardante la flora, Macrì elenca le specie spontanee e quelle coltivate, usando la nomenclatura binomiale linneana, ed usando i termini botanici di Bahuin, spesso affiancando al termine latino quello volgare o aggiungendo qualche breve nota sulla diffusione delle specie .
Particolare attenzione è stata dedicata ad alcune piante. Gran parte della sezione botanica è occupata dalla spiegazione della tecnica della caprificazione e da note sulla qualità degli agrumi sidernesi.
Si citano piante utili come l’ “Ampelodesmus Plinii”, descritta come una specie di Arundo con cui a Napoli si facevano stuoie e funi. In Sicilia invece veniva usata per costruire reti da pesca e a Siderno per la realizzazione di crivelli detti “cerniglie” che servivano a cernere il grano.
Del “Cactus opuntia” si dice che i contadini lo piantano là dove altre piante non avrebbero attecchito per via della siccità. Il frutto non era considerato pregiato, e veniva consumato solo dai poveri o dato ai maiali. Oggi invece è molto ricercato e costoso. Sulla foglia (detta “pitta”) era possibile dipingere (“pittare”), e se i frutti venivano raccolti ancora non maturi con la foglia attaccata, si conservavano fino all’inverno.
Oggi un rinnovato interesse per gli antichi mestieri e tradizioni vede la produzione di piccoli oggetti ricavati dalla struttura fibrosa e resistente della foglia.
Le foglie del fico d’india sono un ottimo concime.
Si parla anche del “Sesamum orientale”, sesamo o giuggiolena, con cui a Siderno si faceva la “copeta”, cioè il torrone siciliano, e dell’ormai sempre più raro Pistacia lentiscus , dai cui frutti si ricavava un olio per friggere dolci.
Per maggiori informazioni su Saverio Macrì cfr. “Elogio di Saverio Macrì” pubblicato negli Atti dell’Accademia Pontiniana, vol. V, anno 1846, oppure il volume di agevole reperibilità “Siderno nel Settecento” di Domenico Romeo, AGE edizioni, Ardore 1997
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)