Il potere taumaturgico dell’arte (e dei tuberi)

Steven King, nel suo libro On writing, autobiografia di un mestiere, dice che la scrivania di uno scrittore deve stare nell’angolo, a ricordare come non sia la vita sostegno per l’arte, ma il contrario.
Zio Steve ne sa qualcosa, perchè quando un camioncino l’ha investito, frantumandogli gamba e bacino, è riuscito a tirarsi fuori dalla angoscia anche grazie al suo mestiere.
Non invento oggi nulla e vi porgo un pensiero banale: piantare dalie mi fa bene alla salute, anche se piove un po’.

Sto meditando su questo benedetto lavoro, sul mio futuro, e mi chiedo (come quella faccia da moccioso di Muccino) “che ne sarà di me?”
E tutte le risposte mi spaventano.
Ed ora? Ora lavarsi i capelli bagnati dalla pioggia, cambiare la maglia, caffè, e poi a scrivere un bel redazionale sulla grigliata mista per il ponte del 25 aprile.
Tutta vita, signori.

Arredare Country

Arredare Country è per me quella tipica cosa che vorrei nella bara quando mi seppelliranno.

Mio padre, un uomo molto anziano,  ieri osservava come la mia generazione, se deve pensare a qualcosa di bucolico e naturale, pensa allo stile country. E’ dannatamente vero.
Però quanto ho sognato su quei cinque volumi. Mi è sempre piaciuto lo stile country, e quando la De Agostini pubblicò queste dispense, mi abbonai.
Ricordo che all’epoca studiavo a Roma, sarà stato il ’91, ’92, e le telefonate non erano come adesso, che ti chiami pure per sapere se c’è il sole o è notte. Un’interurbana alle 10 del mattino costava una scheda da 2.000 lire, e ci parlavi un minuto. Ci si telefonava la sera dopo le 10, sapevamo che mezz’ora costava 6.000 lire. Ci sarebbero state tante cose da dire, ma io chiedevo sempre a mia madre se mi pagava i bollettini e se mi metteva da parte i fascicoli.
Poi quando tornavo era la prima cosa che facevo “a casa”. Dopo baci, abbracci, notizie, doccia, pranzo, mi mettevo in camera di mia sorella e mi sedevo sul pavimento per mettere in ordine tutti i fascicoli arrivati in tre o quattro mesi.
Per un topo di biblioteca come me è uno dei ricordi più belli della mia gioventù.

Se devo sognare un salotto, io solitamente sogno questo:
salotto country

E quando sono allo stremo delle forze e desidero solo essere trasportata via in una dimensione alternativa, questa è la biblioteca in cui sogno di poter leggere al tramonto, col tè, gli scones, e tutti gli ammennicoli essenziali.
sala di lettura

Questo è un bagno in stile edoardiano:

E’ un bagno che non è solo un bagno, è uno stile di vita rilassato, che implica una vita modesta esteriormente, opulenta nella realtà.
Una vita dannatamente comoda e bella per chi la può vivere.


E qui per stare il pomeriggio, a godersi i nipotini che giocano sul prato, prendendo il tè. Ogni tanto ci sia alza per vedere cosa fanno le rose o per dare una sbirciata alla partita di tennis che i cugini giocano sul retro.
Tutto meravigliosamente Ivory-Merchant prima che scoppino le tragedie rituali di quei film.

Arredare Country non è solo una raccolta a fascicoli: è un mondo da sognare con gli occhi aperti, che un po’ è la mia specialità.

Strade Blu

Un tempo sulle cartine stradali americane le strade secondarie erano segnate in blu (come da noi quelle provinciali).
William Least Heat-Moon (un nome navajo che significa pressappoco “il Minore della Luna della Calura”) ha semplicemente preso su, messo un po’ di roba in un furgoncino, ed attraversato l’America ad anello.
Sulla Kentucky 53 (pag 16 dell’edizione Einaudi Tascabili), un tale dice: “Ciò che faccio [il lavoro] non ha nessun valore. Qualunque cosa io faccia non ha alcun futuro: e non mi riferisco all’inevitabile obsolescenza delle cose. Quel che faccio inizia e finisce ogni giorno. Non c’è alcun rapporto tra ciò che so e ciò che faccio. E ancor meno tra ciò che faccio e ciò che voglio sapere”.

Io quando lavoro mi sento così. Il mio lavoro ha sensibilmente peggiorato la mia scrittura: mi ha reso trascurata. Volevo lasciarlo, volevo lasciarlo a tutti i costi, ma è lui che non lascia me.

Starde Blu
Strade Blu

Daniel Burnham

Pare che Daniel Burnham, l’architetto che progettò il Flatiron Building, si suicidasse dopo aver realizzato -ad opera finita- che aveva dimenticato di inserire nell’edificio le toilette per i signori.

Un caso raro, di solito chi si suicida sono i poeti, i musicisti e i pittori.

Domanda:  perchè gli architetti non hanno questa romantica e memorabile abitudine?

Cani al finestrino

Pappiralfi che si gode il sole di primavera
Questi sono i miei momenti belli della giornata, qui momenti in cui riesci, a tratti, per pochi istanti, a mettere da parte tutte le angosce che ti assillano.
Vorrei avere una strada tutta mia, per far prendere ai miei cani tutto il sole e il vento che vogliono.
Bibo e Pappiralfi, cani al finestrino
Davanti c’è Pappiralfi, dietro Bibo. Si litigano il posto al finestrino. Io ho paura di abbassare tutto il vetro, perchè mi faccio i film in testa di loro due che si gettano fuori dal veicolo e vengono investiti.

Karaoke liturgico

Ieri sono andata ad una messa in suffragio ed ho visto un cartello elettronico, tipo quello delle autostrade che segnalano nebbia, incroci, deviazioni, che indicava il karaoke dei salmi cantati.
Occhei. Grazie.

Cosa c’entra col giardinaggio? Niente, è solo per tirare su l’audience.
Il vero dilemma è se prendersi o no il terzo caffè della giornata.

Ora che mi ricordo…

Ora che mi ricordo però io sono sempre stata attratta dai comportamenti degli altri.

Da piccola volevo fare la cassiera per poter sapere cosa comprassero le persone, capirne lo stile di vita. Evidentemente i comportamenti sociali mi interessavano già da allora.

Qui ci sono io da piccola, in mezzo alla mia famiglia.
(foto rimossa)

Poi sono cresciuta e sono diventata un’asociale,ed ora più che mai, non vorrei far altro che starmene impoltronata a leggere trattati di estetica: raggiungere gli altri da lontano, attraverso il filtro del loro gusto, è per me più facile che porre una domanda diretta.

Lidia

Preferisco passeggiare.
me-spiaggia

Ma questo non significa che sia taciturna e tetra, anzi, sono molto di compagnia e ridanciana, e mi piace fare le “facce” allo specchio e alla macchina fotografica.

me-risata

Qui avevo i brufoli e mi sono messa una maschera di argilla: avevo ancora i capelli mezzi lunghi e la mitica pinza verde.
me- maschera di argilla

Qui non mi ricordo che avevo, certamente avevo freddo, essì che casa nostra è un forno!
me-casa

Alfin siam giunti, il castello giace colà!

Alla fine ce l’abbiamo fatta e tutti i messaggi precedenti sono stati recuperati. Spero che non vada in fumo anche questo blog…
Il lavoro che sto tentando di lasciare mi perseguita ancora e mi sottrae voglia di leggere e anche del tempo che mi piacerebbe poter dedicare ad altro.

Ultimamente la mia voglia di vedere giardini ovunque, anche sulle mensole dei bagni degli altri, è molto scemata. Non so quanto riuscirò ad essere produttiva. Spero di riprendere presto la mia attività blogghica.

La casa del Mare di Mimmo Caino

09/19/08
La Casa del Mare di Mimmo Caino
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:46 pm

Mimmo Caino era una persona che apparteneva al vecchio mondo di Siderno, il mio paese. Ragionava all’antica, seppure aveva girato il mondo lavorando sulle navi commerciali. Apparteneva alla sua comunità, e questo era il suo essere “antico”.
Non lo conoscevo bene, ma si dice che non fosse stato una brava persona, e il ricordo che ha lasciato dietro di sé è duplice. I familiari – a quanto pare- non ne serbano un buon ricordo, mentre i suoi compaesani lo ricordano con affetto.
“Il Caino” era il suo soprannome, e forse questo basta a capire. Non so. Per conto mio do il beneficio del dubbio.

In ogni caso il carattere personale di Mimmo Caino non mi interessa più di tanto, quello che mi piace ricordare di lui è la sua casa sulla ferrovia, la “Casa del Mare”, che aveva costruito con le sue mani, usando quello che le mareggiate lasciavano sulla spiaggia, dentro la loro arruffata sporcizia.

Il Caino raccoglieva pazientemente queste cose e le usava per costruire la sua casa, che alla fine divenne quasi un piccolo museo.

Casa del Mare, Mimmo Caino

La sua “Collezione da Tiffany” era costituita da mattonelle e sassi levigati, come li avrebbe potuti sognare Antoni Gaudì. Mattoni smussati, vecchie bottiglie, cocci, sassi. Tutto era riposto ordinatamente in mucchi e in cassette, prima che lui morisse e tutto fosse abbandonato.
Aveva costruito anche un giardino sulla spiaggia, rubando quel metro o poco più alla linea ferroviaria, così come fanno tutti gli abitanti delle case che affacciano sui binari. Tutti i centimetri disponibili sono meticolosamente utilizzati per coltivarvi verdure o frutta, ed anche fiori.
Mimmo Caino aveva viaggiato, e aveva una nozione puramente visiva del giardino elegante. Nella sua ingenuità le piante grasse le considerava “nobili”, e piantò quelle, invece di pomodori e fave.

Il Caino aveva ancora parecchi anni da bruciarsi, ma è morto cadendo dal tetto della sua casa, oggi ereditata dai suoi familiari e trasformata in una graziosa casetta con le pareti gialle, le tende da sole a righe, il tavolo di resina per pranzare fuori. Una casetta come miliardi di altre, senza carattere e col nasino all’insù.
Casa del Mare, Mimmo Caino

2 Responses to “La Casa del Mare di Mimmo Caino”
1. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:22 pm e
Lidia, che bella storia , anche se ha il finale tristissimo, un uomo che chissà quanto ha rischiato navigando in mare , che fa quella triste fine. Le persone come lui sono sempre più rare e dispiace non averle conosciute Ezio
2. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:26 pm e
Che storia triste , come dispiace non avere conosciute persone cosi, che sono sempre più rare. Ezio

Un giardino mio

09/17/08
Un giardino mio
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 1:08 pm

Russel Page non aveva un giardino. Nel suo libro L’educazione di un giardiniere, proprio all’ultimo capitolo, descrive come dovrebbe sarebbe il suo giardino, se ne avesse mai fatto uno.
Leggendo il libro non capivo come si potesse vivere una vita intera senza avere un giardino, anche se se ne fossero progettati tanti, così come ha fatto Page.
E’ un diverso approccio al giardinaggio, un approccio critico, filosofico, più che pratico ed hobbistico. L’hobbista non potrebbe vivere un giorno senza mettere le mani nella terra, mentre al critico e al filosofo è sufficiente dare un’occhiata in giro per trovare quanti giardini vuole ed “appropriarsene” per cibare il suo spirito. Oppure, come per Page, crearne per gli altri e supervisionarli nel tempo.

Non manco di nulla, anche se domani il mio giardino mi venisse tolto, avrei sempre pane da mordere e vino da bere, guardando i giardini degli altri. Non desidero possedere personalmente ciò che mi è dato come dono. I giardini delle altre persone mi appaiono senza dubbio più pregevoli e autentici di quanto un giardino mio potrebbe mai essere.

Perchè ho perso l’innocenza.

One Response to “Un giardino mio”
1. Luca Says:
September 19th, 2008 at 8:47 pm e
Mentre ho letto il libro di Page mi sono domandato esattamente la stessa cosa. Mi è sembrato incredibile che non avesse un giardino suo proprio. Forse non si è mai cimentato in tale impresa perchè aveva colto a priori quanto fosse illusioria la pretesa di costruire un giardino che lo rappresentasse “definitivamente”. Dietro potrebbe esserci anche qualche risvolto psicanalitico, sono serio