Avant Gardeners?

E’ uscito da poco il volume Avant Gardeners della famosa casa editrice italiana 22Publishing che ha pubblicato i libri di Gilles Clément e altri volumi sul paesaggio, l’arte e la sociologia (a proposito, ringrazio Marco Tatarella per le segnalazioni e per l’omaggio ricevuto).

E’ un volume a cui va certamente prestata una grande attenzione, non foss’altro per il prestigio della casa editrice.
Ci sono raccolte un centinaio di opere di un gruppo di progettisti chiamato “Avant Gardners”, cioè, insomma, circa su per giù, “giardinieri d’avanguardia”.
Il bello di questi libri è che se anche non condividi alcune cose, perlomeno ti fanno riflettere.

Guardate questa foto di un progetto di Claude Cormier:
Claude Cormier

Il richiamo alla Pop Art è esplicito e dichiarato.
Ma perchè solo la Pop Art? perchè non altre correnti storiche, come, ad esempio, il rococò? Forse, con un richiamo al Pop, al Visual, sembra di essere molto moderni, ma è roba di 60 anni fa, signori.
Tra 60 e 160 che differenza c’è? Non c’è nessun merito, a mio avviso.

Prendiamo questo progetto di Ken Smith per il tetto del MoMa:
Tetto del MoMa

E’ un giardino fatto di materiali inerti, come vetri rotti, pezzi di marmo, polveri colorate, materiale di recupero. Non c’è nessun elemento naturale, ma anzi cose poco costose, perchè il tetto è inaccessibile e nessuno avrebbe pagato molto per i materiali di un giardino dove nessuno sarebbe mai entrato.
Devo confessare che sono molto dubbiosa: un giardino in cui non puoi entrare…beh, non saprei.
L’architettura e l’architettura dei giardini condividono un elemento fondamentale, direi quasi ontologico, cioè il fatto che contengono i nostri corpi.
“Gardens are for people” dice qualcuno. Questo giardino è certamente fatto per la gente, tutto è fatto per la gente, se vogliamo essere puri linguisti. E’ fatto per essere osservato dall’alto, con l’elicottero, ma quanti potranno permetterselo?
“Gardens are for people” e bisognerebbe aggiungere “gratis et amore Dei”.

Molto di più mi piace il Diana Memorial, di Kathryn Gustafson:
Diana Memorial

Mi spiace non potere mettere la bella immagine ricevuta con il pdf inviatomi da Marco Tatarella, in cui lungo quel percorso d’acqua c’erano alcune persone con i piedi a mollo.

L’avanguardia del giardinaggio è secondo me non nelle scelte più bizzarre di colori, o nell’utilizzo di materiali “impropri”, o nella stravagante sistemazione delle piante.
E’ nella artistica ed emozionante disposizione di tutti gli elementi propri del giardino, in modo che questi possano essere goduti dalle persone nel modo che meglio rappresenta le più elevate qualità dell’Uomo, e che consenta un accrescimento se non culturale, almeno emozionale.

L’orto e il destino del mondo

Gli orti, che fino a qualche anno addietro erano uno degli argomenti di gossip preferiti da vari giornalisti e battitastiere, hanno subito una certa flessione, fino a un paio di giorni fa, quando Michelle Obama ha deciso di farsi l’orticello alla Casa Bianca.
Michelle Obama
Nel suo piccolo Michelle vuole portare avanti una battaglia personale, e cercare di essere stimolo e complemento del marito, che dovrebbe salvarci dal disastro (ma non ci riuscirà).
Ha deciso di fare un orto perchè i cibi coltivati da sè sono saporiti e gustosi, e perchè sono più naturali, economici ed ecosostenibili.
L’orto sarà aperto alla coltivazione di bambini delle scuole elementari (i quali però non si sa come beneficeranno dei frutti del loro lavoro) e avrà un intento didattico, per riavvicinare i giovani alla natura.

Anche il Vaticano ha deciso di fare un orto ai Giardini Vaticani
giardini vaticani
Ma è una storia un po’ diversa.

“Costume e società” la nota rubrica del TG2 li ha accomunati. Niente di più sbagliato, poichè l’orto della Casa Bianca e quello del Vaticano
nascono da due istanze del tutto differenti, convergenti solo casualmente.

L’orto di Michelle viene non solo da un desiderio della moglie del Presidente USA di mostrarsi come un First Lady decisa, innovativa, che batte la strada dell’ecosostenibiltà e della didattica, ma deriva da tutte quelle istanze social-democratiche che hanno fatto degli orticelli comuni un punto di forza della loro politica sociale.
E vuole -soprattutto- essere l’espressione di una autarchia di mantenimento. Che passando per le mani del marito potrebbe voler dire “Addio Cina, non vogliamo le tue cose, da oggi ci manteniamo da soli”.
Insomma la First Lady vuole comunicare questo messaggio: “Amici americani ed elettori, stanno per venire tempi davvero bui, perciò se volete mangiare la verdura dovrete coltivarvela da soli”.
Se l’orto le andrà bene, sono sicura che Michelle il prossimo anno si farà il pollaio, e poi prenderà una capretta.

Per il Vaticano è tutta una cosa diversa.
Anticamente i giardini erano degli orti con piante sempreverdi e da frutto, disposti in maniera elegante ed amena, in modo che ci si potesse sedere all’ombra e farsi avvolgere dai profumi.
Il giardino per i fiori -che a noi sembra che sia da sempre esistito- in realtà è un’invenzione piuttosto recente, e cioè della fine dell’800, periodo in cui i progettisti come William Robinson e Gertrude Jekyll teorizzavano il giardino naturale e la bordura mista.
I giardini Vaticani, ai tempi in cui furono costruiti, erano soprattutto orti (non a caso si chiamano anche Orti Vaticani) dove si coltivavano verdure per la mensa papale.
C’erano anche i “giardini”, difatti il cardinale  Scipione Borghese pagò più un’aiuola di tulipani che il David di Bernini.*
Quindi nel caso del Vaticano c’è più un recupero di una tradizione.

Per Michelle invece l’inaugurazione di qualcosa che si spera ritorni ad essere una tradizione.

*Un grazie a Milli per l’attenzione sui nomi.

Il Mostro di Loch Ness non esiste

Era l’episodio Il Club dell’Orrore, di Dylan Dog, in cui i membri del Club si riunivano in una casa sulle sponde del lago per raccontare storie di paura sul mostro che lo abita.
Quando il presidente del Club viene invitato da Dylan Dog a raccontare la sua storia dell’orrore, lui semplicemente dice :”Il mostro di Loch Ness non esiste” ed è questo l’orrore più grande.

La verità su Gilles Clément
Senza farla troppo lunga, Gilles Clément è uno che si è un po’ rotto le palle del solito andazzo giardinicolo. Ci ha scritto sopra qualcosa, ma scrivendo quel che ha scritto, in pratica ha detto “il giardino non può più esistere, se volete il verde, dovete andare in campagna o accontentarvi di guardare i giardini degli altri”.
Bene, sono d’accordo.
Ora: sta di fatto che però che chi ama i giardini non può fare a meno di pensarli, farli e sognarli, e -soprattutto- che lui di lavoro fa proprio il progettista, e questo gli causa un piccolo conflitto di interessi con il suo se stesso scrittore.
Ma i turisti sono affamati di queste cose, gli dai in pasto un giardino di Gilles Clément e quelli se lo divorano. E lui lo sa.
Insomma, fermo restando che la totale coerenza è solo dei Santi, un po’ “ce fa”. Diciamocelo.

Che tipo di giardino preferisci?

Che tipo di giardino preferisci?
( polls)

Etica della bordura inglese

09/22/08
Etica della bordura inglese
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:44 pm

Nel tempo ho maturato un certo scetticismo nei confronti della bordura all’inglese, che anni fa sembrava anche a me il vertice ultimo delle aspirazioni giardinicole.
La bordura all’inglese, codificata così com’è oggi, trova le sue basi
culturali ed estetiche nell’Idealismo Romantico, periodo in cui sono
sedimentate le radici della moderna cultura Occidentale. Colin
Campbell fa risalire proprio al Romanticismo la nascita dell’ideologia
consumista, e se tanto mi dà tanto, posso tranquillamente spingermi abbastanza in là da dire che la bordura mista è l’incarnazione del consumismo sfrenato della società moderna, e che solo raramente riesce ad ottenere significativi livelli estetici.

La bordura mista è un po’ come una collezione di quadri, nella quale il collezionista si rispecchia e si ritrova, si autogratifica con la continua ricerca di qualcosa al quale tende ed a cui non può e non vuole giungere, mette una croce sulla pianta appena conquistata, per mirare direttamente alla successiva, nell’illusione che questo compensi la propria mortalità. In poche parole, crea il (falso) mito della “sua” personalità, tant’è che non sono rare le frasi del tipo:
“Difficilmente gli altri possono comprendere il mio modo di fare
giardinaggio”.
Questo produce un solipsismo estetico che non è né più né meno che il frutto della società moderna, basata sull’economia capitalista-liberista, in cui i valori comunitari sono completamente spazzati via. Il giardinaggio, come la vita, viene vissuto con un atteggiamento “distaccato”, isolato, che non vuole più chiedere né ricevere nulla dalla comunità.
Come ebbero a dire Pountain e Robins: “[…]la mentalità “distaccata” è incentrata principalmente sul consumo. Questo è il “cemento” che sana tale stupefacente contraddizione; essere “distaccati” è il modo di vivere con minori aspettative andando a fare shopping[…]. Il gusto personale viene elevato a vero e proprio ethos: sei quel che ti piace e che perciò compri.”

Ed è proprio a questo punto, alla parola “compri” che si inserisce la longa manus delle riviste di giardinaggio, a sua volta mezzo d’azione delle multinazionali del florovivaismo.

2 Responses to “Etica della bordura inglese”
1. Alessandro Says:
September 29th, 2008 at 4:14 pm e
Povera Bordura inglese verrebbe da dire. Lidia non ti viene mai in mente, che anche la povera Bordura inglese sia caduta nel tranello del consumismo e della moda di oggi? Che sia caduta anche lei nell’inganno e ora si ritrova ad essere da te così giudicata? Può essere che la causa in fondo sia da cercare in questo periodo consumistico del nostro mondo occidentale, che ha finito per snaturare la geniale idea della bordura inglese? In fondo anche il Giardino alla “giapponese” ha questo rischio. O perlomeno l’elaborazione di questo, che sempre più spesso vediamo nei sempre più piccoli giardini delle sempre più piccole case di oggi. Basta un acero rosso e della ghiaia bianca con qualche ciottolo più scuro e si ottiene un’esecuzione assai accattivante, per chi vuole farsi un giardino diverso dalla trita e ritrita bordura. Non trovi? E quali motivazioni ci vedi in questo, se non ancora una volta il consumo e la conferma della propria persona attraverso di esso. E allora giudicheresti negativamente anche il giardino giapponese? Che allora si debba puntare il dito su questo periodo e sia invece da riconsiderare tutti gli “stili” in base alla loro forza reale, isolandoli dal consumo che se ne fa di questi? Forse si. In fondo ci saranno dei buoni esempi di sana e buona Bordura inglese.
2. Lidia Says:
September 30th, 2008 at 12:17 pm e
Domanda che richiede una lunga risposta: sì, certo che mi è venuto in mente che la bordura all’inglese sia vittima del moderno consumismo. E’ nata così proprio perchè i suoi canoni stilistici sono stati coniati proprio nel periodo in cui si affermavano le basi del consumismo moderno. E’ anche lei frutto del suo tempo. Ma io leggo il giardinaggio come qualcosa che -al pari di tutte le altre arti- si porta dietro delle implicazioni morali, etiche, sociali, anche politiche, se vogliamo. Detesto la società consumistica di matrice neo-liberista che ha portato allo smantellamento della comunità sociale protezionista e protettiva, che ha distrutto in poche parole, tutte le mie speranze e le mie illusioni. Detesto anche la gente che si chiude nel ridicolo mito di se stessa. Detesto gli ignoranti e i borghesi senza sensibilità artistica, che dileggiano chi ce l’ha e se la tiene ben stretta. Tutto questo trova la sua incarnazione nella bordura inglese, perchè è la bordura inglese ad essere privilegiata dalle riviste, proprio per la sua qualità consumistica. Non mi piace perchè sembra il vertice ultimo del raggiungimento della tecnica. Non mi piace perchè è basata quasi esclusivamente sulla tecnica, e solo alcuni progettisti, come Oudolf e Lloyd la usano con sinceri intendimenti artistici. Non mi piace perchè blocca il giardinaggio al problema tecnico, che è invece solo una parte del problema.
Riguardo al giardino giapponese: il giardino col sasso, la ghiaia e l’acero, fatto a Bergamo o a Novara, non può che essere solo una ingenua imitazione di uno stile nobilissimo ed elevatissimo, che gli occidentali non possiamo neanche sperare di comprendere pienamente. Si tratta semplicemente di una moda, e delle peggiori, che segue la scia della new age e della mania del buddismo e dello zen, che gli occidentali, ed in particolare gli Italiani, dotati di quasi zero cultura artistica, si limitano a copiare pedissequamente. E’ come paragonare un posacenere col Colosseo.

Il giardino come ornamento

09/20/08
Il giardino come ornamento
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 1:59 pm

Da Robinson in città di Ippolito Pizzetti, ed Archinto 2006:
“Andando sempre più avanti negli anni, sono riluttante, anzi non mi riesce più di pensare al giardino come ornamento. Bene, benissimo un giardino ricco di fiori e di colori; ma per me il giardino da una parte non è più, come spesso era considerato, il vestibolo dell’abitazione, l’introibo, ma il luogo dell’incontro col mondo vegetale e animale su cui si fonda il nostro rapporto con questi due mondi”.

Non aggiungo parola.

4 Responses to “Il giardino come ornamento”
1. Maria Acquaria Says:
September 20th, 2008 at 6:20 pm e
E’ una sensazione che avverto anch’io. Il fatto è che non riesco a decifrarla, a comprenderla come vorrei. Sento che c’è qualcosa che va oltre la semplice questione estetica, eppure non trovo mai non solo le parole giuste per spiegarlo, ma neanche il linguaggio attraverso il quale dirle, quelle parole. Forse non devono essere dette, però. Solo vibrate.
2. Lidia Says:
September 21st, 2008 at 12:30 pm e Molto probabilmente è vero quel che saggiamente dici, ma io ho sempre voluto, nel mio cervello, capire ogni dettaglio ed ogni perché dei miei pensieri e delle mie azioni. A livello maniacale.
3. Alessandro Says:
September 22nd, 2008 at 3:25 pm e
Avvertivo anch’io questa sensazione. Finché non mi è bastata, non ne ero più sicuro. Perché altrimenti non si spiega il mio bisogno di acquistare e possedere piante, come attività prettamente consumistica. E allora ho iniziato a chiedermi dove poter trovare altre spiegazioni. Io nei fatti mi fermo con il mio giardino, ma le mie domande sono cadute nel labirinto dell’espressione artistica. L’arte è una definizione e un prodotto umano, quindi il giardino è una manipolazione e allora ho il sospetto che ci sia anche della finzione nel voler confrontarsi con il mondo vegetale/animale in giardino. Leggendo
Ontologia e Teleologia del Giardino di Rosario Assunto si arriva alla teoria di Giardino come ornamento, il giardino come rappresentazione artistica del paesaggio, rappresentazione di bellezza e, in quanto tale, fonte di benessere per l’uomo. Assunto afferma dunque che il giardino è ornamento, luogo per cui l’uomo è spinto alla contemplazione, al ragionamento, successivamente alle attività che a piacere di fare in un luogo, che lo ben dispone. Tra cui cogliere la possibilità di rapportarsi con la natura, ora che è resa a propria misura. In un luogo naturale, ma inospitale, probabilmente non scaturiscono questi bisogni. Ecco, allora non rifiuterei il giardino come ornamento. Sarebbe un vero peccato.
4. Lidia Says:
September 24th, 2008 at 1:01 pm e
Già, ma perché fermarsi lì? C’è molto ancora, dopo.

Orti urbani

09/18/08
Orti urbani
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 8:55 am

Max Weber sostiene che l’atto costitutivo del capitalismo moderno è la separazione del luogo di lavoro dall’abitazione, con la conseguente separazione degli operai dai legami sociali ed emotivi, sia familiari che di quartiere, e dai loro mezzi di sussistenza, cioè gli orti.
Uomini e donne dovevano essere sradicati dalla loro comunità sociale e familiare, per essere ricollocati, come individui, nella moderna società capitalista-liberista, e diventare quindi informe e prona massa operaia.
Questa separazione venne dagli operai intesa per ciò che era, cioè una violenza. Da questo apparentemente secondario problema nascono riflessioni come quella di Engels nel Problema delle abitazioni.
Ma si sa, quando c’è un problema sociale, c’è sempre un gruppo politico pronto a pasteggiare con la sofferenza di centinaia di migliaia di persone, e sia il movimento socialdemocratico che la Chiesa vollero agire creando gli orti urbani, cioè gli orti senza casa.
Questa foto non a caso viene dal sito www.democraziatrepuntozero.it
Orto urbano e senza casa

One Response to “Orti urbani”
1. equipaje Says:
November 17th, 2008 at 6:41 pm e
Viene in mente Crespi d’Adda (Bergamo), villaggio operaio dell’800 costruito con criteri per l’epoca senz’altro “illuminati”: tessitura da un lato, villaggio a villette -con giardino e orto- per operai e famiglie. Un quadretto idilliaco, molto lontano dall’alienazione e dalla miseria urbana della Rivoluzione industriale. All’idillio bisogna anche aggiungere che il sciur Crespi (il buon padrone del villaggio) teorizzava apertamente che il tempo libero del suo operaio dovesse essere utilizzato per coltivare l’orto… ergo, chi andava all’osteria a bere o a complottare era senza ombra di dubbio un malement. Bellissimo blog questo, ci tornerò presto 🙂

Un giardino mio

09/17/08
Un giardino mio
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 1:08 pm

Russel Page non aveva un giardino. Nel suo libro L’educazione di un giardiniere, proprio all’ultimo capitolo, descrive come dovrebbe sarebbe il suo giardino, se ne avesse mai fatto uno.
Leggendo il libro non capivo come si potesse vivere una vita intera senza avere un giardino, anche se se ne fossero progettati tanti, così come ha fatto Page.
E’ un diverso approccio al giardinaggio, un approccio critico, filosofico, più che pratico ed hobbistico. L’hobbista non potrebbe vivere un giorno senza mettere le mani nella terra, mentre al critico e al filosofo è sufficiente dare un’occhiata in giro per trovare quanti giardini vuole ed “appropriarsene” per cibare il suo spirito. Oppure, come per Page, crearne per gli altri e supervisionarli nel tempo.

Non manco di nulla, anche se domani il mio giardino mi venisse tolto, avrei sempre pane da mordere e vino da bere, guardando i giardini degli altri. Non desidero possedere personalmente ciò che mi è dato come dono. I giardini delle altre persone mi appaiono senza dubbio più pregevoli e autentici di quanto un giardino mio potrebbe mai essere.

Perchè ho perso l’innocenza.

One Response to “Un giardino mio”
1. Luca Says:
September 19th, 2008 at 8:47 pm e
Mentre ho letto il libro di Page mi sono domandato esattamente la stessa cosa. Mi è sembrato incredibile che non avesse un giardino suo proprio. Forse non si è mai cimentato in tale impresa perchè aveva colto a priori quanto fosse illusioria la pretesa di costruire un giardino che lo rappresentasse “definitivamente”. Dietro potrebbe esserci anche qualche risvolto psicanalitico, sono serio

Il giardino mediterraneo

09/10/08
Il giardino mediterraneo
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 11:07 pm

Sono meridionale. Tutto il mio “fare” si appunta, si lega, si sostiene alla meridionalità.
A maggior ragione il giardino e il giardinaggio sono legati alla mia meridionalità, per il loro legame culturale col paesaggio.
Cito una parte di un articolo di Guido Giubbini, in n°5, luglio 2006, Il giardino di Rosetta. Sulle tracce del Giardino Italiano :
“Vincenzo Cazzato ha dimostrato una volta per tutte che il giardino all’italiana, questo pomposo tabù della storia ufficiale del giardino, è innanzitutto (quantomeno nella maggioranza dei casi) un’invenzione dei ricchi inglesi e americani in vacanza o trasferitisi in Italia a fine ‘800 o nel primo ‘900, e successivamente, e per imitazione, acquisizione riflessa dell’aristocrazia e della grande borghesia del Fascismo, che sciovinisticamente non voleva essere da meno degli stranieri.”
Il giardino all’italiana è, insomma, una pallida immagine di ciò che è stato, riflessa attraverso lo specchio della cultura inglese di fine ‘800, che era alla continua e bramosa ricerca di qualcosa di nuovo-vecchio, di qualche novità che venisse dal passato o da qualche cultura straniera.
Questo è vero, è un dato acquisito, anzi, si stenta a credere che sia stato acquisito così tardi, e questo la dice lunga su come si fanno le cose da noi in Italia.
Ma se questo dato è stato finalmente messo agli atti per il giardino all’italiana ( cioè fiorentino), niente di questo viene lontanamente neanche pensato per il giardino mediterraneo, che ha subito la stessa identica sorte, ma senza che ciò venga detto, semplicemente perché non viene neanche sentito.
Vergogna a tutti i giardinieri meridionali che lo sanno e non lo dicono.
Il giardino mediterraneo, non diversamente da quello fiorentino, è una invenzione dei ricchi inglesi che venivano al Sud a trascorrere le vacanze o per passare il resto della loro vita. Si vedano i due esempi più importanti, Villa Hanbury ad Imperia e La Mortella ad Ischia.


Questa è una foto di Villa Hanbury, scattata da Trem.


E questa è la Mortella, vista dalla terrazza della casa.

Senza nulla togliere alla loro bellezza ed al loro sconfinato fascino (specialmente alla Mortella, un giardino “felice”), questi due giardini “mediterranei” ed italiani hanno poco a che vedere con il vero giardino mediterraneo, che è in buona sostanza un agrumeto.
La parola stessa “jardinu” significa in molti dialetti meridionali, semplicemente “agrumeto”, o meglio “aranceto”.
Che cosa si vuole da un giardino mediterraneo? Che richieda poca acqua e sia di forte impatto visivo, che sia motlo spiritoso, insomma, molto colorato, con forme molto definite…una cosa del genere

Un cortile alla Barragàn, con colori decisi, forme marcate, grande differenza di tessiture e trame, piante esotiche. Molto bello. Davvero.
Ma il giardino mediterraneo autentico, la cui rivendicazione di autenticità non è meno importante di quello all’italiana, è una suggestione più che uno schema, una suggestione di passeggiate con i cani, cani con nomi eleganti, da cacciatori, come Bendicò, in giornate sonnolente, col mare in lontananza. Passare tra una chiazza di ombra e l’altra, gettata da muri scalcinati di cascine coperte da pinnate di tegole, attraversare veloci la luce del sole, facendosi scudo agli occhi con a mano, con ai lati estensioni sterminate di aranci che accennano appena ad arrossare i frutti. Passare attraverso i campi comuni, accanto alle case degli altri, spiare velocemente da una finestra del piano terra, senza vedere niente o cogliendo appena la presenza di una cassettiera, di un vaso da fiori.
Saltare con un piccolo balzo le canalette per l’irrigazione, salutare la gente al lavoro.
Portare il vino ai vicini, andare a controllare la rete del pollaio. Sono queste le suggestioni del giardino mediterraneo, dell’agrumeto.
Campagna, ma quella campagna che implica il lavoro dell’uomo.
Vita comune, vita in comune.

Ci vuole molto spazio, ma non è solo questo. Ci vuole uno spazio che oggi è solo agricolo e non appartiene più al giardino, perché oggi bisogna consumare anche i luoghi come è prescritto dalla società, e la campagna è fatta per essere coltivata e lavorata, non per essere goduta.

2 Responses to “Il giardino mediterraneo”
1.Paolo Tasini Says:
September 11th, 2008 at 10:16 pm e
Bella, veramente bella, questa descrizione del giardino mediterraneo… qualcosa di simile si potrebbe dire per altre parti della nostra scalcinata terra che un tempo qualcuno chiamava giardino d’Europa… Nella nostra tradizione c’è un sentimento, uno sguardo, che contiene paesaggi antichi e ricchi: una sensibilità che ci fa, nonostante tutto, orgogliosi della nostra storia… Ciao Lidia 🙂 Scopro ora questo blog e voglio proprio godermelo!!! A proposito, perdona l’ignoranza: che cosa è un cortile alla Barragàn?
2.Lidia Says:
September 12th, 2008 at 12:28 am e
Ciao Paolo, fa sempre piacere leggerti. Per “cortile alla Barragàn” intendo quello che per molti scalcinati epigoni e mediocri imitatori del grande architetto (grande, grandissimo) è un cortile “moderno”, con ambizioni minimaliste, se non fosse per la vistosità delle piante e i colori accesi. In buona sostanza intonaci ruvidi e pigmenti primari, architetture squadrate, una fontana, comunque essa sia, piante tropicali o tropicaleggianti, magari una piscina.

Arte e felicità

09/05/08
Arte e felicità
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 3:08 pm

“La felicità conta più dell’Arte” è una frase che diceva il maestro Guardi a Ingrid Bergman nel mitico Angoscia del ‘44.
Ai posters l’ardua sentenza, ma fateci caso: se siete allegri e di buonumore, vi viene mai voglia di scrivere qualcosa, di dipingere, di comporre poesie?
Perché i quadri, soprattutto moderni e contemporanei, fanno perlopiù tristezza?Perché le poesie più belle sono quelle che sdirenano il cuore?
E’ come se l’Arte risiedesse a buon titolo solo nel dolore, nell’infelicità. A nessuno interessa la storia di un bambino felice e ben pasciuto, ma di un Remi o di un Oliver Twist, sì.
Perché?
I bei giardini con esplosioni di fiori mi piacciono, sì, mi piacciono. Fanno impressione, rilassano anche, ti sembra di volare perfino.
Ma un giardino povero, fatto con assi inchiodate, vaschette di plastica, mattoni smozzicati, piante sofferenti, tenute insieme solo con lo spago di un sentimento sottile e non ben descrivibile, quelli, quelli, quei miseri giardini della gente povera di soldi, povera di cultura, spesso povera anche nello spirito, quei tristi giardini che esprimono solo male di vivere, quelli sì, sono un marchio a fuoco nel mio cuore.