“Quanto mi piacciono i gatti”, dramma di Lidia Zitara in una sola scena di un unico atto

Dramatis personae:
Donna anziana
Donna giovane

Il sipario si apre su un interno di una comune abitazione, con molte scaffalature contenenti libri accatastati, quadri alle pareti, un divano arancione e un tavolino da tè anche questo ingombro di libri e di portacenere. Nella stanza c’è poco spazio perchè ci sono tre scrivanie, ognuna con un computer, uno è portatile.
Luce artificiale. Su una scaffalatura c’è un gatto acciambellato (usare un pelouche). La Donna Anziana siede su una poltrona relax di quelle motorizzate per persone allettate. La donna giovane siede su una sedia verde di fronte al computer portatile. E’ vestita in modo ordinario: per tutta la scena guarda la Donna Anziana.
La Donna Anziana è vestita con un tailleur color castoro, pettinata con il solito taglio delle donne anziane, tipo Lady di Ferro, ma non ha i capelli tinti. Sta seduta compunta con le gambe strette, occasionalmente si porta la mano al collo di pizzo o alla collana di perle. Parla a voce alta ma in tono suadente.

Donna anziana: Uhuuuh! me ne sono accorta adesso, ma c’è un gatto lì, sopra lo scaffale! e che fa? Dorme lì? Tra i libri! Si vede che è un gatto amante della cultura! AH! ma quanto amo i gatti io, quanto li amo! Credimi, più dei cristiani, li amo. Pensa che – ti racconto questa storia- avevo una gattina bellissima, bianca, che era incinta. Siccome aveva fatto troppi cuccioli li ho buttati, quindi lei non allattava, ma io la trovavo sempre smunta, sempre magra. Allora, siccome io i gatti li amo proprio, l’ho seguita, e ho visto che andava ad allattare un cagnolino dal vicino. Alche, siccome io la mia gatta la tengo in un certo modo, sono andata dal vicino e gli ho detto che non doveva permettere alla mia gatta di entrare nella sua proprietà per allattare il cagnolino, e il mio vicino ha fatto mettere una barriera di legno tra la mia e la sua proprietà. E guarda, non mi crederai se te lo dico, pur di stare vicini si tenevano zampetta nella zampetta sotto questa parete di legno. Poi dicono che non hanno un’anima…

L’uomo e gli animali: un rapporto senza tempo

Giovedì 2 dicembre a S. Ilario dello Ionio (RC) si terrà l’inaugurazione della mostra curata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria:
L’uomo e gli animali, un rapporto senza tempo

L’inaugurazione partirà alle ore 17, e si terrà nelle sale di Palazzo Carbone-Speziale.
La mostra L’uomo e gli animali: un rapporto senza tempo è una collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e il comune di S. Ilario dello Ionio.

La mostra itinerante è curata da Rossella Agostino, funzionario della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e direttrice del Museo nazionale di Locri, è partita da Reggio Calabria nel 2002 e, di recente, ammirata pure ad Atene.
Dodici pannelli illustrativi e preziosi reperti provenienti dal territorio della Locride illustrano il millenario rapporto tra l’uomo e l’animale che, nei secoli, è stato di volta in volta compagno di giochi, amico fedele, mezzo di trasporto, vittima sacrificale, fonte di sostentamento.

Leda e il Cigno in un'antica pittura vascolare

Attraverso rinvenimenti da scavo e testimonianze letterarie, abbiamo potuto appurare la ricchezza di documentazioni sul tema – spiega Rossella Agostino – L’animale, che è sempre stato, a vario titolo, parte integrante della vita dell’uomo, ha pure ispirato opere di alto pregio artistico e piccoli prodotti artigianali, come i numerosi ex voto fittili e bronzei esposti nelle sale dei musei italiani e non solo.

Un’apposita sezione, curata in collaborazione con università, enti ed associazioni ambientaliste, è inoltre dedicata al mondo contemporaneo e ad alcune problematiche legate al rapporto tra uomo e animali.

Vogliamo ringraziare la Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e, in particolare, la dott.ssa Rossella Agostino, per avere scelto la nostra cittadina quale tappa di questa interessante e originale mostra itinerante – dichiara il sindaco Pasquale Brizzi -.E’ l’occasione per tornare a parlare delle nostre radici, delle testimonianze storiche presenti sul territorio e, al tempo stesso, per rilanciare sull’attualità i temi ambientalisti e del vivere armonico con tutti gli esseri viventi. Un importante momento di crescita per la nostra cittadina di cui siamo davvero grati alla Soprintendenza e da cui ci si augura possa avviarsi una proficua collaborazione nel tempo.

All’inaugurazione, curata in collaborazione con la Pro Loco presieduta da Ugo Mollica, interverranno la direttrice del museo nazionale di Locri, Rossella Agostino, il sindaco Pasquale Brizzi, il consigliere provinciale Omar Minniti, il coordinatore della Lav Calabria Roberto Vecchio Ruggeri e numerosi rappresentanti istituzionali e di associazioni ambientaliste.

Per informazioni – Ufficio Stampa Comune S. Ilario dello Ionio – 349/2682277

Il setter Cayenne

Confesso un non ben specificabile fastidio, una sorta di unghiata sulla lavagna, un acufene stridulo, diciamo pure un attacco di cinetosi, nel leggere Diario di campagna e di città , due “Gardenie” fa.
Pensare che era da poco che avevo scoperto che questa bustina di paesaggio cittadino era piacevole e ben scritta.
La marchesa Caterina Gromis di Trana è una che coi cani ci ha sempre vissuto. Ma mica canetti di quelli comuni, di quelli che trovi l’annuncio dal veterinario “regalasi cuccioli”. La sua è roba raffinata, costosa, di marca.

Boh, comunque sia, un cane è un cane, di marca o no, e tanto mi piaceva questo Diario di campagna e di città, che mi sono comprata Vita da cane. Confessioni di un capobranco, della piccola ma interessante Blu Edizioni, il cui catalogo vi consiglio di richiedere e sfogliare diligentemente.
Il libro è scritto con la degnazione di chi ha gli allevamenti di cani di marca e chiama i bastardini “cani da pagliaio”, elogiandoli pure ma con condiscendenza, trovando persino qualche parola di democrazia canina di risulta in una attrezzatura linguistica disciplinata e forbita.

Infatti il libro è finito sulla cassapanca in bagno, insieme a “Gardenia”. Ma questo va per conto suo.

La marchesa ci fa sapere che in quel momento ha dei setter adulti. Ma voleva una cucciolata. La sua cana però non ci stava col fidanzato che le avevano procurato e la cucciolata è andata a carte quarantotto. Allora la signora pensa “quasi quasi mi prendo un bovaro: non l’ho mai provato”. Anche io non ho mai provato un bovaro, né un setter, né un Cayenne. Vado in giro con i miei due bastardini e una Polo scassata che si ricorda i tempi dell’arca di Noè. “Un bovaro –continua imperterrita la signora- prende lo spazio di tre o quattro setter”. Anche una Volvo prende lo spazio di tre Twingo, penso io.
Mossa da ardore etologico e biologico, la signora vuole conoscere le attitudini di tutte le razze di cani (a quanto pare la razza per eccellenza, quella dei “cani da pagliaio”, però non le interessa), ed è pronta a disfarsi dei suoi quando se li è stufati. Ma non preoccupatevi: quei cani lì c’è chi li compra a peso d’oro, mica vanno a finire al canile di Sant’Ilario.
Posso anche capire questo zelo scientifico con cui si muove la signora (quello zelo che è appena ad un passo dalla vivisezione e dal trapianto di cervello sulle scimmie?). Ma mi chiedo: con che criterio e secondo quale impulso si sceglie, o meglio, si accoglie un cane? Per vedere come fa la punta o quante quaglie riesce a riportare? Per sapere come azzanna o quante medaglie si porta a casa ai concorsi? Per calcolarne la velocità e la resistenza? Per valutarne forma, dimensioni, peso, corporatura? Criteri legittimi, per quanto discutibili, per un cacciatore, un espositore, un allevatore o per chi i cani li compra o li alleva per rivenderli, come tacchini da ingrasso. Una filosofia un po’ meno gradita per chi scrive libri e articoli che dovrebbero illuminare l’umanità sulla “caninità”.

A mio modo di vedere, che sarà certamente opinabile e forse da poveraccia miserabile agli occhi della marchesa/duchessa/ochessòio, questa non è “caninità”, ma una parte di “caninità” scelta con criteri umani (e non canini). Non è generale, non è la cavallinità del cavallo o la cosità della cosa, ma solo un pretesto per l’esaltazione egocentrica e inammissibilmente inconsapevole del proprio ego.

Cara signora, un cane non si sceglie, ma un cane CAPITA nella vita. Non lo scegli tu, ma il tuo destino. E il cane si accoglie e si cura come un membro della famiglia non perché è bello, intelligente, fa la punta così e cosà, ha la testa al tot per cento di distanza dalla coda e fesserie simili. Con un po’ di rabbia le dico: se le tenga per sé, queste cazzate.
Negli occhi di un cane –se si è proprio molto bravi- si riesce a vedere ciò che il cane vede in noi: la nostra umanità (non intesa nel senso di pietà e misericordia, ma di “ciò che di umano v’è nell’uomo”).
Il cane ci mostra ciò che siamo, a prescindere dalla lunghezza delle sue zampe o dalla distribuzione delle sue macchie.
Io non cambierei i miei due “cani da pagliaio” neanche con Lassie e Rin Tin Tin.
Se la signora rinnova il suo branco come rinnova il guardaroba, l’automobile il taglio dei capelli, per favore, non lo proclami come atto di amore per la stirpe canina e men che mai se ne vanti. Vorrei anche sapere se a lei piacerebbe essere “rinnovata” da un alieno grande e grosso che le misura la distanza dell’attaccatura del collo da quella del bacino, o se sarebbe contenta di essere “rinnovata” da suo marito e dai suoi figli.

Un sms può salvare un cane abbandonato sull’autostrada

Ricevo e pubblico:

Dal 23 luglio un sms può salvare i cani
Parte il servizio ‘Io l’ho visto’ con il numero 334.1051030
(ANSA) – ROMA, 19 LUG
Per combattere l’abbandono estivo dei cani in autostrada, dal 23 luglio al 31 agosto sarà attivo il servizio ‘Io l’ho visto’. Basterà mandare un sms al 334.1051030 indicando le coordinate del cane nel modo più preciso possibile (ad esempio MI-BO, km 150, cane nero) per fare intervenire i team antiabbandono.
Il progetto è’ stato promosso da Prontofido con Radio 105, Radio Monte Carlo, Virgin Radio, Radio Bau e l’Associazione Aidaa. Nel 2009 ‘Io l’ho visto’ ha salvato 353 cani.

Pianura

Il 15 e il 16 sarò di nuovo in viaggio per la Pianura Padana. Queste foto le ho scattate dal treno col telefonino quando ci sono stata la scorsa volta a ottobre. Nella sua asciutta pulitezza e monotonia, sembra una sorta di enorme opera di Land Art. Alcune case sembrano gettate in mezzo al verde con intorno il loro fazzoletto di terra coltivata, il filare di cipressi.
Il verde poi è diverso, è smeraldino, azzurrato.
Per chi come noi è abituato a colline pietrose, fa sgomento.

Ecco come muoiono i tonni

Mi sono dovuta alzare e scappare dalla tv. Report sta facendo un servizio sulla pesca del tonno. Non ce la faccio a vederlo tutto: mi sento male.
Non comprerò mai più una scatoletta di tonno.

Ma che darò ai cani da mangiare?

Alessandro Gabbianelli Blogspot

Segnalo ben volentieri il sito di paesaggismo di Alessandro Gabbianelli, che aggiungo al mio blogroll.
Alessandro Gabbianelli su Blogspot

Linda nell’equiseto

Bianco e verde

Piante da ferrovia

Chi non conosce le piante da ferrovia e gli orti ferroviari, i giardinetti delle stazioni? Ognuno di noi ha un suo specifico ricordo legato a un piccolo quadrato di terra a ridosso dei binari, coltivato a pomodori o melanzane, o ai giardinetti delle stazioni che ancora negli Anni Settanta non erano caduti in disuso, in cui magari si poteva trovare, come a Siderno, una vasca coi pesci rossi.
Fu il Fascismo a dare i natali a questa operazione di abbellimento delle stazioni, e l’uso di coltivare fiori e ortaggi lungo le ferrovie d’Italia non è mai cessato anche se da molti anni è venuto a diminuire.

Ma una cosa è una pianta coltivata, un conto è la flora spontanea che vive lungo la strada ferrata. Negli anni ’80 Ernesto Schick pubblicò un libro dal titolo Flora ferroviaria: ovvero la rivincita della natura sull’uomo. In questo mese ne è prevista la riedizione per i tipi Florette (una casa editrice a me francamente sconosciuta), di Chiasso.
Io ho già mandato la mia libraia in missione, consiglio di fare altrettanto.
Sul sito di Chiasso Letteraria trovate molte altre informazioni

Campo di moree a ridosso della ferrovia sulla spiaggia del litorale basso ionico (mai dirò il nome del paese). Zona USDA 9b

Nel reticolo: Maclura pomifera

Maclura pomifera, illustrazione di C. K. Schneid

In Prateria, William Least Heat-Moon scrive circa undici pagine sulla Maclura pomifera, che qui da noi è considerata al più una curiosità botanica. Nelle sue peregrinazioni, Least Heat-Moon desiderava procurarsi un bastone fatto di legno di Maclura, e da tempo cercava un ramo che si prestasse a quell’uso: “lungo un metro e spesso un pollice” (strana commistione di diverse unità di misura).
Cercando un ramo di quella lunghezza e di quello spessore, Least Heat-Moon finisce per esplorare i confini della contea, “finendo, per così dire, nella mente di Thomas Jefferson” e trovando anche un orologio che sfruttava la corrente galvanica data dall’acido della Maclura.

In Kansas la pianta di Maclura viene detta anche “siepe”, un po’ come da noi i fichi d’india sono detti “sipale”. Ma il nome più comune è “arancio Osage” dal nome della tribù che lì viveva prima che i caucasici la sterminassero.
Il frutto della Maclura è commestibile, ma non è buono, tanto che anche gli indiani Osage lo snobbavano. Dire di una persona che vale meno di una “palla di siepe” è dire che è totalmente inutile.
La Maclura è arrivata nella Chase County poco dopo la Guerra Civile, con i primi pionieri fermamente intenzionati ad evitare che i loro campi agricoli fossero brucati dal bestiame (ancora il conflitto pastori-contadini). Per recintare ottanta acri di campo occorreva un gallone di semi di Maclura.

“I primi pionieri non avevano né il tempo né i soldi per costruire muretti con le pur numerose pietre dei campi (pochi posti oltre alla Chase County hanno pietre così ben squadrate che sembrano fatte apposta per costruire muretti), né potevano contare sul legname perché gli alberi del fondovalle erano sufficienti solo per la legna da ardere e per costruire le case e i granai: recintare quaranta acri di frumento con uno steccato era impensabile. Il filo di ferro, a quei tempi non spinato era un materiale così inaffidabile – cedevole in certi punti e fragile in altri- che il caldo, il freddo, o una mucca caparbia potevano romperlo facilmente. I pionieri, come dimostravano le numerose lettere ai giornali, erano convinte che la civiltà non seguisse il bestiame lasciato libero al pascolo, bensì l’aratro a versorio, e che dovesse essere per forza preceduta da un buon recinto. Prima o poi, per delimitare la terra, per appropriarsene, per strapparla agli Indiani, per reclamarne il diritto di proprietà e per renderla produttiva, la recinzione era non meno necessaria dell’aratro. Ben prima che lo dicesse Robert Frost, i pionieri credevano che soltanto i selvaggi si opponessero alle recinzioni – dimora del diavolo secondo i cristiani-. E credevano pure che i recinti non favorissero solo un buon vicinato ma anche il progresso della comunità. E sapevano che i recinti separavano animali e colture ma univano la gente in un vincolo utilitario. Una terra ricca ma impossibile da recintare per mancanza di materiali, era sempre l’ultima ed essere rivendicata, e i contadini impararono presto che il rapporto tra recinti e profitti era diretto: si raccoglieva solo ciò che si poteva proteggere, e un aratro senza recinto era come un martello senza chiodi o un fucile senza pallottole.

I contadini dell’Illinois centrale, che furono i primi a praticare l’agricoltura in un territorio vasto e fertile ma quasi privo di alberi e pietre, dopo aver tentato invano di recintare la terra con muretti di zolle d’erba o con fossi ad alzaia, tornarono all’idea delle siepi dei loro avi inglesi: ma per usare le siepi avevano bisogno di una pianta che, oltre ad avere la capacità di resistere al clima capriccioso della prateria, fosse tanto compatta da essere a prova di maiale, tanto alta da essere a prova di cavallo, e tanto robusta da essere a prova di toro. Essi tentarono col salice, col noce nero, col pioppo, con la robinia, col gelso, col ligustro, con l’uva spina, col rovo, col melo selvatico, con la thuja e con parecchi tipi di rose, ma sempre con scarso successo. Nel 1839 il professor Jonathan Turner di Jacksonville, Illinois – un predicatore dall’animo mistico e scientifico al contempo – affermò che il Creatore non poteva avere commesso l’evidente errore di creare le praterie senza un materiale per cintarle e cominciò a fare esperimenti con una pianta originaria della regione compresa tra i tratti intermedi dell’Arkansas River e del Red River. Nel 1847 Turner cominciò a propagare e vendere quella pianta, fino ad allora nota come il miglior legno da archi del Nord America – e forse di tutto l’emisfero boreale-, un albero che i cacciatori francesi di pellicce chiamavano bois d’arc e che tuttora alcuni abitanti delle Ozark Hills chiamano bodark o, rovesciando i due termini bowdark o bow wood (legno per archi); ma oggi i nomi legati alle recinzioni hanno generalmente sostituito quelli antichi derivati dagli archi indiani. Per una sorta di strana combinazione quell’albero, mentre forniva archi e bastoni che aiutavano gli Indiani a difendere il territorio, consentiva anche ai pionieri bianchi di recintare la terra. Il professor Turner propose di chiamare la Maclura siepe della prateria e disse: – È la nostra pianta, Dio l’ha fatta per noi e noi la chiameremo col nome dell’ «oceano verde» che è la nostra casa.

Meriwether Lewis la descrisse per la prima volta con il nome di «melo Osage» in una lettera del 1804 indirizzata aThomas Jefferson, cui allegò alcune talee prese da un albero del vivaio di St Louiscurato da Pierre Chouteau, un famosissimo bianco dedito al commercio con gli Indiani che cinque anni prima aveva piantato i semi della Maclura comprati da un indiano Osage venuto da una zona distante trecento miglia. Oggi abbiamo fondati motivi per credere che molti degli aranci Osage diffusi nel nord-est degli Stati Uniti discendano dal vivaio di Chouteau, a quel tempo meta di molti viaggiatori: John Bradbury e Thomas Nuttal, ad esempio, lo descrissero nei loro diari. In un messaggio rivolto al Congresso due anni dopo la lettera di Lewis, Jefferson accennò alla possibilità di usare quella siepe per cintare la terra. Poiché la suddivisione del territorio in contee – il grande reticolo americano, espressione tipica del razionalismo settecentesco – era un parto della sua mente, Jefferson aveva compreso quale importanza poteva avere l’arancio Osage nel rafforzare il dominio agricolo e poilitico dei bianchi, e nell’estenderlo alle regioni dell’America situate a ponente degli Appalachi.

Dopo aver letto i rapporti della spedizione di Lewis e Clark, Jefferson si rese conto che nelle pianure il suo sistema territoriale aveva bisogno di una pianta come la Maclura, cioè di una pianta che fosse l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge.

Thomas Nuttal, il cosiddetto padre della botanica americana, descrisse la pianta nel 1811 e la chiamò con il nome del suo ricco amico William Maclure, un geologo filantropo che visse per un certo tempo a New Harmony, Indiana, culla della scienza nel West e sede della Geological Survey, l’ente governativo deputato al frazionamento territoriale. Gli anelli della catena che lega la Maclura a William Maclure e alle contee di Thomas Jefferson mi sembrano largamente casuali, ma le strette interconnessioni tra gli archi Osage e la suddivisione territoriale derivano dalla natura stessa dell’albero.

La Maclura pomifera è un monotipo, vale a dire che in tutto il mondo è l’unico membro del proprio genere; però nell’era preglaciale molte specie le erano affini. Come abbiamo già visto nel caso della radice del pane, anche qui i nomi comparativi in lingua volgare sono forvianti perché la Maclura non è un arancione un melo (talvolta chiamato melo dei cavalli), ma è un piuttosto lontano parente dell’albero del pane e del gelso. (Nel XIX secolo durante i tentativi di impiantare l’allevamento del baco da seta nel Kansas orientale, i contadini diedero ai bruchi la foglie della Maclura ma ottennero una seta di qualità scadente). Mentre le foglie somigliano a quelle dell’arancio, il frutto, così affascinante per chi lo vede la prima volta o per un bimbo che voglia giocare con una palla, è grande come un pompelmo e quando è maturo ha un colore intermedio tra il limone e la limetta. Ma il legno interno del tronco ha uno stupendo color ocra screziato dal quale deriva un altro nome della pianta, legno giallo. Pare che le palle da siepe scaccino gli insetti (a tal fine si mettono in cantina e in cucina), ma le quaglie, gli scoiattoli e i topi di bosco ne mangiano il nocciolo dopo averne bucato la spessa polpa intrisa di una linfa lattea e resinosa. Durante la grande spedizione del 1819-20 nei territori del West guidata da Stephen Long, il botanico Edwin James scrisse della linfa: «Eravamo tentati di mettercela sulla pelle dove formava una vernice sottile e flessibile che ci dava, pensavamo, una certa protezione contro le zecche». Nel 1828 Timothy Flint, probabilmente per spiegare l’effetto repellente della linfa, disse del frutto: «All’aspetto è molto attraente, ma al gusto è la mela di Sodoma». Insomma, dire che una palla di siepe è inutile significa ignorare che serve a segnare il tempo, a sfamare gli animali selvatici, a scacciare gli scarafaggi e a proteggere dalla febbre causata dalle zecche, per non parlare del seme che produce un albero insuperabile per costruire gli archi e per realizzare la suddivisione territoriale ideata da Jefferson. Ma in quanto a palla da gioco, anch’io sono d’accordo che la mela da siepe non vale una cicca come il vecchio Jack Tal dei Tali.

Il legno della Maclura che gli uomini hanno ammirato per migliaia di anni, e fra i più pesanti d’America: un metro cubo allo stato naturale pesa più della metà di un metro cubo di calcare, ed è quasi altrettanto duro perché smussa rapidamente le punte da tornio e le lame da sega; inoltre, pur essendo prodigiosamente flessibile, è due volte e mezzo più resistente del legno di quercia: un arco di arancio Osage, fatto con una pianticella ben stagionata e flesso con un tendine di bufalo, può scagliare una freccia di corniolo con tanta forza da farla penetrare in un bisonte fino alle penne, e tutt’oggi alcuni arcieri considerano il suo legno superiore al celeberrimo tasso usato per gli archi inglesi. Nel 1811 John Bradbury, incoraggiato da Jefferson, fece un viaggio di esplorazione lungo il Missouri River e disse che il prezzo di un arco di Maclura era elevatissimo poiché ammontava ad un arco e ad una coperta.

I bianchi erano disinteressati agli archi, ma coi tronchi sufficientemente dritti degli aranci Osage facevano gli assali dei carri, i mozzi delle ruote, le pulegge, i manici degli attrezzi, i pali del telegrafo, gli isolatori, i manganelli e le traversine ferroviarie: un esperimento della Pennsylvania Railroad dimostrò che le traversine di quercia, castagno e catalpa marcivano in due anni, mentre quelle di Maclura dopo venticinque anni erano ancora sane e sembravano praticamente nuove. La Maclura servi anche a costruire la chiglia e le centine di almeno un battello a vapore e il primo vagone-mensa del mondo. Il legno dell’arancio Osage, pur così duro, resistente agli insetti e imputrescibile da servire in certi casi a pavimentare le strade in blocchetti gialli, è tanto morbido ed elastico che i rabdomanti ne usano i rami a forcella per cercare l’acqua. Grazie al suo potenziale calorico, i contadini hanno insegnato ai pionieri a usare il legno e le sue radici poco profonde, arancioni come una carota lavata, per preparare certe tinture con cui ancora all’inizio del secolo si coloravano le divise grigioverdi dell’esercito.

Ma per un certo periodo l’arancio Osage è stato molto utile agli agricoltori americani insediatisi fra il Wabash River e il 100° meridiano grazie ad un’altra caratteristica, e precisamente grazie alle spine. Non tozze e uncinate come quelle delle rose né lunghe e micidiali come quelle della robinia – che dopo la puntura fanno male per ore-, le spine dell’arancio Osage, pur modeste, sono abbastanza lunghe e robuste da respingere sia gli uomini che gli animali senza danneggiarli (a parte i topi catturati e infilzati sulle spine dall’averla maggiore Una volta mi sono imbattuto in una piccola Maclura ornata di minuscoli teschi di roditori: sembrava il territorio segnato da una tribù di omuncoli cannibali). Se le spine dell’arancio Osage sono strumenti perfetti, è quasi perfetta anche la sua capacità di adattarsi al clima e al terreno della prateria, di crescere da semi o pianticelle economicissime e di resistere agli insetti. La pianta, una volta che abbia messo radice, reagisce alla potatura infoltendo i contorti rami laterali e crescendo in altezza di oltre un metro l’anno. I tronchi più grossi servono a fare pali o legna da ardere. I contadini dicono che i pali di cedro, di catalpa, di robinia, e di albero del caffè, usati per i recinti di filo spinato, durano una vita, ma che i pali di Maclura possono durare due vite. E dicono pure che un tempo i cowboy, certi della longevità di quel legno, nascondevano ogni anno una bottiglia di whiskey – indispensabile nelle lunghe notti della prateria – dentro il buco di un palo malfermo di arancio Osage.
Poiché la Chase County si trova a nord della zona originaria della Maclura, in tempi preistorici queste colline ne erano prive, ma oggi, soprattutto sulle alture sudoccidentali, la prateria è disseminata da lunghe e scure file di siepi. Ogni tanto questi alberi costeggiano le strade ombreggiandole – uno stupendo regalo per chi ci cammina in luglio-, in altri casi formano un segno netto nel verde, simile alla firma minuta di un contadino defunto che , apposta in calce ai suoi campi, ne rivela ancora i confini. L’arancio Osage, importato nella contea dopo il 1870, decretò la fine dei muretti di pietra e delle annose dispute fra contadini e allevatori di bestiame sfociate negli incentivi alla recinzione e nelle leggi sul bestiame: gli incentivi consistevano in sovvenzioni di 128 dollari per ogni miglio di recinto a siepe, e le leggi consistevano nelle disposizioni che imponevano agli allevatori l’obbligo di contenere il bestiame. Occorsero però molto tempo e molte azioni legali prima che gli abitanti del Kansas si decidessero a seguire l’esempio dell’Inghilterra dove non erano i contadini a dover proteggere le colture bensì gli allevatori a dover cintare gli animali. Tuttavia la Chase County non adottò mai una legge sul bestiame, e di conseguenza i contadini furono quasi sempre costretti a proteggere i campi; ma con l’andar del tempo alcuni allevatori progressisti compresero che un robusto recinto proteggeva il bestiame sia dagli incroci indesiderati con tori randagi di altra razza, sia dagli animali portatori della febbre del Texas causata dalle zecche.

Le file di siepi tuttora esistenti non sono soltanto il risultato dell’antica battaglia fra coltivatori e allevatori di bestiame. I diari scritti dai primi uomini che avevano esplorato la prateria e le grandi pianure indussero i pionieri a pensare che quelle terre fossero prive di alberi proprio perché non avevano alberi: infatti i bianchi, consapevoli della notevole umidità prodotta da un boschetto per traspirazione, immaginarono che un aumento di alberi avrebbe favorito le precipitazioni aumentando l’umidità (senza pensare minimamente all’assorbimento e alla dispersione del vapor acqueo dovuta ai venti quasi costanti). Di conseguenza la gente si convinse che le siepi di aranci Osage avrebbero portato la pioggia. Dei quattro fattori essenziali alla crescita del seme – sole, terra, acqua, protezione – due erano garantiti dalla terra e gli altri due potevano essere garantiti dalle siepi di Maclura, che peraltro servivano anche da barriera antivento. Queste idee si rafforzarono perché, dopo l’insediamento dei primi pionieri nel Kansas orientale, la media delle precipitazioni aumentò con una certa frequenza. Il primo storico della Chase County, H. L. Hunt, elogiando l’agricoltura bianca che aveva reso fertili quelle inutili vastità desolate scrisse: «Dal tempo dei primi insediamenti la nostra contea ha subito un deciso cambiamento climatico provato dalle dichiarazioni unanimi dei vecchi pionieri: costoro infatti dicono che , appena arrivati qui, non potevano coltivare le patate senza coprire la terra con qualche materiale protettivo che mantenesse l’umidità , e che il mais cresceva con mote difficoltà». Quei coloni, nuovi della regione, avevano pensato che la grande siccità del 1860 fosse una cosa normale anziché una breve pausa del più vasto ciclo pluviale.
Le siepi della Chase hanno ormai più di un secolo, ma non servono più a recintare i campi: queste strisce alberate, non potate da anni e quindi alte dodici metri e piene di buchi (spesso dovuti agli alberi tagliati per fare i pali del filo spinato), non recingono più nulla, ma sono preziose come barriere antivento e come rifugio degli animali selvatici. Oggi gli agricoltori le maledicono perché, cresciute a dismisura anche per la ragione che più nessuno ne taglia le radici, fanno ombra alle colture e assorbono l’acqua fino a otto metri all’interno del campo inaridendo due acri di terra per miglio di siepe, mentre i cowboy si lamentano che nei pomeriggi d’estate il bestiame smette di pascolare e si ripara all’ombra delle siepi dove l’erba è scarsa. Una volta Slim Pinkston mi ha detto: – Per allontanare un bue accaldato dall’ombra delle siepi, dove non mangia né ingrassa, bisogna fare i salti mortali.

Nei primi tempi la siepe richiede molte cure. Per ottenere un recinto efficiente ci vuole molta fatica, e occorrono cinque anni prima che una siepe sia cresciuta abbastanza per trattenere il bestiame. La fila di pianticelle alte trenta centimetri che ho piantato anni fa in Missouri, malgrado le mie assidue cure, non è ancora in grado di fermare un infante. Le piante giovani patiscono la siccità, il fuoco, il bestiame e i roditori come il vitello. E’ una siepe che debba fungere da barriera va compattata continuamente e potata una volta all’anno anche quando è già grande.

All’inizio nella prateria le siepi di arancio Osage si moltiplicarono rapidamente, ma l’epoca del loro utilizzo come strumento agricolo finì più in fretta di quella dei battelli a ruota: come la locomotiva soppiantò i battelli fluviali, così il filo spinato decretò la fine delle siepi che, seppur piacevoli e cariche di storia, divennero anacronistiche. Probabilmente il filo spinato non venne inventato per caso nell’Illinois, non lontano dal posto in cui il professor Turner aveva dimostrato che l’arancio Osage era un’ottima siepe da prateria; e sembra inoltre che Joseph Glidden, autore dell’invenzione brevettata nel 1874 da cui discende l’attuale filo spinato, avesse preso l’idea da un ramo spinoso di Maclura (la natura crea e l’uomo elabora: dalla zucca è nata la borraccia).

Anche dopo la diffusione degli efficienti ed economici recinti di filo spinato, gli abitanti della contea (spinti, presumo, da un bisogno da un bisogno profondo che il filo spinato – la corona del diavolo – non avrebbe mai potuto soddisfare) continuarono a piantare gli aranci Osage: infatti la siepe alberata dava un irrinunciabile senso di protezione ai coloni che erano ancora molto legati alle foreste e che, anche nelle successive generazioni, avrebbero trovate minacciose, oppressive e tutt’altro che rassicuranti quelle vaste distese d’erba. I romanzi di Willa Carter, ambientati nella prateria, sono intrisi di un’onnipresente atmosfera oppressiva. Una fattoria col viale d’ingresso nettamente delimitato da siepi poteva ricordare una confortevole e sicura cascina inglese, e la famiglia di pionieri, guardando la distante fila di alberi che segnava la proprietà, aveva sott’occhio tutta la terra cui aveva dedicato la vita e vedeva ben protetto il suo capitale effettivo, il suo investimento, la sua difesa contro l’infido mondo esterno. L’arancio Osage, non meno di un documento legale, evidenziava la proprietà e segnalava al mondo la posizione raggiunta dalla famiglia e il suo contributo alla civiltà. I confini della proprietà erano invisibili, mentre una fila frangivento di aranci Osage, immobili come guardiani, costituiva una barriera tangibile.

Inoltre i recinti disciplinarono il territorio. Prima delle recinzioni, ciascuna famiglia di pionieri, per andare al villaggio, in chiesa o dai vicini, seguiva il sentiero più comodo, e quindi la prateria era intersecata da un groviglio di strade. Ogni famiglia aveva bisogno di attraversare il torrente o la collina in un certo punto, e quindi tutti sconfinavano nella proprietà altrui. Un sistema funzionale di ponti e di strade e il rispetto della proprietà richiedevano un’organizzazione ben più complessa di quella esistente ai tempi in cui bastavano pochi sentieri collinari e poche strade sul fondovalle: ci voleva il sistema ideato da Jefferson. Le siepi, come i marciapiedi urbani, disciplinarono la prateria, delimitarono man mano le strade, incanalarono il traffico e tracciarono uno schema viario così determinante che la gente cominciò a costruire le case rispettando il nuovo e tangibile reticolo e a disporre i mobili –credenze e letti – contro pareti rigorosamente orientate secondo i quattro punti cardinali, col risultato che ancora oggi la Chase County dorme in direzione nord-sud o est-ovest. E siccome le stanze rettangolari sono in quadro col mondo esterno, i dormienti sono ben allineati come una colonna di cifre su un registro contabile: così il loro sonno è perfettamente compartimentato secondo il grandioso reticolo territoriale di Tom.

I cittadini possono dormire tranquilli sapendo che all’esterno dei muri corrono linee divisorie capaci di difenderli da una natura così rigogliosa e invadente da costituire una minaccia costante di prevaricazione e disordine. Per questo motivo, secondo me, la gente conserva le visibilissime siepi di aranci Osage e taglia, diserba, brucia e sradica a forza di ruspe le Maclura debordanti che invadono disordinatamente i pascoli in cui le erbe originarie e anonime predominano da sempre. Ed è anche parzialmente per questo che gli abitanti della contea, magari senza averne coscienza. Fanno la fila sulla Broadway di Cottonwood Falls sotto un temporale estivo per mangiare un pezzo di bisonte alla brace cotto sui vecchi pali di arancio Osage.

E forse questo spiega pure come mai, in un martedì d’autunno, un viaggiatore del Missouri possa mettersi a cercare per ore un arancio Osage adatto a fare un bastone da passeggio; come mai, dopo averlo finalmente trovato, si scortichi tutte le braccia per prendere e come mai infine lo spunti, gli tolga le spine, lo lisci e lo unga fino a renderlo lustro. E questo spiega anche perché, con quel bastone in mano, costui si aggiri nella contea con una sensazione un po’ diversa da prima: infatti l’arnese cui s’appoggia non è soltanto un bastone ma una sineddoche del posto.”

Apprezzatemi, ho trascritto tutto questo testo a mano perchè con l’OCR veniva male.