La mattina del Professor Dracula (citazioni, nostalgia, logaritmi, Platone, Marina Abramovic e l’antico vaso cinese travolti in un turbine di arte e sonno)

Gli occhi di un cane scappatore e ululatore, non fidatevi
Ieri è stata una giornata terribilmente faticosa, così sono caduta addormentata verso le otto di sera. E dato che nessuno aveva chiuso i cani, la cara Bibo si è data all’ululagione notturna più che mai, svegliandomi alle quattro di stamattina.
Avevo fame e mi sono fatta una colazione con un Pu Erh “riposato” e del pane tostato. Su Telereggio davano Dracula, quello con Vincent Price. Peccato non averlo beccato dall’inizio.
Poi ho vagolato un po’ alla ricerca di programmi con potere altrettanto svegliante, ma il meglio che ho trovato è stata una lezione di arte contemporanea per Nettuno, su Rai2.
Il professor Come-si-chiama è partito da Platone e dal suo concetto di idea primigenia, divina, fisiologica, semiotica, neurologica o genetica, scegliete voi, per arrivare alla Venere degli stracci e a Maurizio Cattelan.
Come-si-chiama ha detto: “il cerchio si chiude”, mostrando Una e tre sedie di Kosuth.
E questo mi ha risvegliato (proprio il caso di dirlo) un pensiero che aveva attraversato la mia fragile mente durante il film Midnight in Paris.

L’arte è come la matematica. Parti dalle quattro operazioni e dalla tabellina, arrivi all’aritmetica più complessa, al calcolo differenziale, alla geometria non euclidea e infine ti ritrovi la teoria della Relatività e un paio di quanti fluttuanti tra le dita.
Tales of the Jazz Age, è il titolo dell’opera di Fitzgerald a cui tutti avranno pensato vedendo Midnight in Paris. Chi non vorrebbe conoscere Fitzgerald? Chi non vorrebbe fare un po’ di chiacchiere con Platone o con Degas?
L’artista non può escludere il passato dalla sua opera, tanto più che la sua opera sarà inevitabilmente una delle molte possibili somme di tanti elementi della storia dell’arte precedente. Una somma algebrica, una media ponderata, una media armonica o di potenza. Una sottrazione, una radice ennesima, una variabile bernoulliana. Il che non giustifica il citazionismo e l’autocitazionismo, sempre più in voga nell’arte contemporanea, giardino non escluso.
L’arte non si muove nel discreto, ma nel continuo, come la vita stessa.
Non puoi fare lo studio di una funzione se non conosci le quattro operazioni e non capisci Duchamp se non conosci Giotto.

Garantito, timbrato e protocollato.

Perciò mi fanno sempre incazzare quegli storici che sanno tutto della Transavanguardia e disconoscono Poussin. E anche quelli che fanno il contrario, veramente. Sanno tutto sulle punzonature dei cibori barocchi e non distinguono Van Gogh da Picasso.
Meglio fare il copista, l’amanuense, ché c’è è più nobiltà in quel lavoro che nel grigio sollazzo dell’erudizione senza nè conoscenza nè sapienza.
Lo stesso vale per la storia del giardino: capiremmo Villandry senza conoscere l’orto medievale o il giardino Tudor, o Sissinghurst senza conoscere il giardino rinascimentale italiano o quello barocco francese?

E allora se per noi il sogno può essere un natale vittoriano, per Degas l’età dell’oro era il Rinascimento, e per Poussin il mondo dell’antica Grecia, Platone, Socrate e l’Arcadia.

Conoscere il passato per vivere con maggiore autocoscienza il proprio tempo. Un artista non può vivere il proprio tempo (il che equivale a dire che non può operare sulla realtà, quindi produrre opere d’arte) se non conosce quello passato, perchè compito dell’artista è anticipare il futuro.
Voler proseguire la “timeline” dell’arte, sentircisi dentro o perlomeno appaiati, non è necessariamente un atto di negazione o di abiura, più spesso l’opposto, anche se spesso il desiderio di proiettarsi nel futuro viene confuso con un generico senso di fastidio per il presente, soppragliosità, puzzosottoilnasismo e presunzione (solitamente sono le teste di cazzo che fanno questo genere di confusione: alle persone di cultura e dotate di intelletto non accade).

Quindi durante la lezione Nettuno ripensavo alle parole del professor Come-si-chiama. “Il cerchio si chiude”.
Il cerchio si chiuderà, direi che sarebbe la considerazione successiva, per ora è una circonferenza al cui completamento mancano parecchie sezioni, o forse, con maggiore approssimazione, una spirale.

Perciò ho pensato a un paio di cosette che mi piacerebbe fare per allungare questa spirale. Dopo il vaso cinese mi piacerebbe impacchettare Marina Abramovic.

la sanpaulara

Se poi finisse che non respira più e muore soffocata, si potrebbe mettere sotto formalina insieme allo squalo di Damien Hirst.

E come si poteva chiamare uno che metteva gli squali in formalina? Giusto il 666 sulla nuca gli mancava. Per fortuna s’è dedicato all’arte e non alla scienza.

Ditemi se non ha la faccia da serial killer

Nouvelle vague dello spam

Fino a qualche giorno fa lo spam era “normale. Più o meno quello di cui avevamo parlato QUI. In mezzo alla pubblicità russa e dell’est europeo, quella che non leggi perchè è scritta in cirillico, e se non lo è, nessuno comunque conosce il cecoslovacco e l’ungherese. Tanta promozione di farmaci, non solo viagra, e un mare di complimenti, che avresti voglia di pubblicarli tutti. Link su link, indirizzi e-mail, cose che ti portano subito a capire che un commento è spam anche solo guardandolo con la coda dell’occhio.
Da quando ho acquistato con 12 cocuzze la possibiltà di togliere “wordpress” al link del blog, sono stata letteralmente sommersa dallo spam, quindi se avete un blog wordpress, non fate anche voi lo stesso errore. Inoltre un paio di amici non frequentano più oltre che per l’ormai proverbiale bastone ficcato su per il mio culo, anche perchè il loro antivirus mi indicizza come sito a rischio.
Brava wordpress, mi prendi 12 cocuzze e poi mi metti nelle condizioni di spendere altri soldi per avere l’antismap dedicato, upgrade, la possibilità di caricare canzoni. Bravi, bravi, poi c’è da chiedersi chi lo metta in giro, tutto questo spam.

Fino a ieri un metodo che akismet (l’antispam di wordpress) utilizzava era di beccare il simbolo @ o la madre dei link, http://, nel nome utente.

Stamattina, dopo un giorno che non mi collegavo, 32 spam da eliminare a mano (non insolito) e -cosa veramente strana- degli spam non riconosciuti. Non più link o email nel nome utente, ma nomi veri, tipo Karla, Jenny, Fefè, e cose del genere, e sotto un indirizzo ad un profilo di Facebook realmente esistente (non so se solo a scopi spammistici).

Commenti letteralmente RUBATI dai profili utenti di Facebook, commenti chiaramente “umani”, casuali, quotidiani, del tipo:

Sono d’accordissimo!Anche a casa nrsota in linea di massima funziona allo stesso modo.E anche noi abbiamo problemi a fare rispettare le regole a casa dei nonni, ma alla fine ho stabilito che il tempo che passa dai nonni è poco e quindi che se lo godano. Sono bravissimi a capire la differenza tra casa dei nonni e casa propria già da piccolissimi!

Ciao Sandra, anche qtesua è un’ottima opzione ma ti consiglio anche di dare un’occhiata a quel gruppo di baratto è molto interessante ed è stato creato da una mia amica

Avete notato i piccolissimi errori di grafia? Non sono casuali. Come me ne sono accorta? Be’, ho ricevuto un commento da lordbad, uno degli autori del bellissimo blog Vongole e merluzzi (a proposito: io sono una vongola-sardina). Quando ho letto il suo nome per poco non mi cadeva un bulbo oculare sulla tastiera…darei mio braccio desdro ber avere un gommendo di lordbad sul mio sito...
Cercando su google la frase integrale vengo portata ad un altro sito, con un commento di lordbad realmente esistente, ma privo di questi piccoli “difetti” di digitazione.

Quindi cos’è successo? Siamo passati dalle catene di sant’antonio per i bimbi keniani a quelle per la fortuna o contro il malocchio, alle leggende metropolitane, all’imbonimento, e poi al FURTO?

E’ ben possibile che mentre scriva qui, abbia contemporaneamente lasciato 1000 messaggi di spam ad altrettanti blog nazionali e internazionali, e che qualcuno stia usando i miei commenti lasciati sulla bacheca di Facebook per “sporcare” altrui siti.

Sono un’amante dello spam, ma questo non è più spam, è reato.

Statico il mercatino dei fiori di inizio primavera

Uno dei miei “polsi” più sensibili è il mercato del giovedì a Siderno.
Non è un grandissimo mercato dei fiori, ma è senza dubbio più variegato di quelli dei paesi immediatamente limitrofi.
Era da parecchio che non ci andavo perchè non compro più piante. Ma era forte la voglia di farci un giro, dare uno sguardo ai colori, alle novità, rincontrare vecchie facce (come il signor Natale), chiedere dei prezzi.

Che delusione. Sarà stata la neve che ha bloccato l’arrivo delle piante olandesi, la protesta dei forconi, lo sciopero dei camionisti e quello dei benzinai, il Burian Siberiano, il Blizzard di non so so dove, ma al mercato di Siderno, due giovedì fa, le piante erano davvero scarsamente interessanti, anzi, direi che se la vista delle piante può essere deprimente, questa lo era.

E’ vero che il signor Pasquale, fratello di Natale, non lavora più da anni, è vero che Rocco è un po’ caro, che qualcuno ha ridotto considerevolmente il suo spazio espositivo, ma fatti tutti i conti a noi mancano un paio di settimane per entrare nel pieno delle fioriture primaverili, e tutti amiamo andare a curiosare se sulle bancarelle ci sia qualche fiore con cui possiamo anticipare l’evento naturale.

Torno a dire: è vero, quel giovedì faceva freddo, ma l’impoverimento non era relativo solo all’offerta dei fiori: tutto il resto del mercato era contratto, diminuito in numero e varietà. Sedie, canestri di vimini, secchi, scarpe, tovaglie, e tutto quel che di solito si trova al mercato. Per non parlare del settore verdura e sott’olio, praticamente sparito, il che è un dato strano, perchè di solito, quando mancano i soldi, si tende a vendere anche ciò che servirebbe per la propria alimentazione.

Il giorno stesso ho sentito la notizia dei prezzi alle stelle per le verdure. Come mai c’era così poca verdura al mercato? I contadini preferiscono venderla sottocosto ai negozianti per risparmiare sull’affitto del suolo comunale?
Mi riprometto di tornarci fra qualche settimana, sperando in qualche novità positiva.

Al mercato dei fiori c’era quanto lecito aspettarsi:

Bulbi forzati

La solita parata di bulbi in vasetto di forzatura, di produzione olandese, con relativo cartellino. Giacinti e narcisi non possono mai mancare, specie i ‘Tète à Téte’, particolarmente usati a questo scopo. Anche i muscari non sono proprio una novità, dato che sono parecchi anni che circolano nei sacchettini ai supermarket: le signore ormai li conoscono. Insolita l’Iris reticulata, qui poco conosciuta, e comunque non nella sua varietà più bella e venduta, la ‘Katharine Hodgkin’, ma una cultivar più scura e meno pregevole, o forse proprio la specie reticulata e basta.
Se qualcosa si può dire, è che senza dubbio è migliorata la stabilità della tecnica di forzatura, lo si vede dalla robustezza e dal colore degli steli, ma credo anche che ormai il bulbo forzato sia entrato anche da noi nel “paniere” degli acquisti sicuri, e capita spesso di vedere i vasetti etichettati con la testolina del fiore appena fuori ben esposti sui banchi dei market. Poi gli scapi si allungano, i fiori fioriscono e muoiono, e i vasetti rimangono lì perchè nessuno li ha comprati. Che schifo di vita: fiorire sul bancone di un market, tra lampadine a basso consumo e torroni ancora in offerta. Mal comune: almeno avete sofferto insieme, avete fatto una meravigliosa fioritura su quel ripiano: eravate bellissimi, vi avrei presi tutti con me.

Al mercato capita meno spesso questo “invenduto di massa”, i prezzi sono più ragionevoli,trattabili, le piante meglio curate e meglio esposte, con un aria più allegra, meno da oggetto.

Questi hanno un'aria allegra: vien subito voglia di portarli a casa


Magari da mescolare ai Muscari, così delicati, così azzurri e “inglesi”!

Certo, non mancavano le solite cose, gerani rossi e rosa, e i ciclamoni. Mi ha stupito invece l’ampia distesa di vasi di ciclamini medi…insomma, quasi normali. Che la gente stia riscoprendo il fascino della naturalezza? Dio mio, i colori però paiono passati con la bomboletta spray.


Oltre ai ciclamini la margheritina doppia, rosa o rossa, tipo Pomponetta. Anche quella dai colori rudi e polarizzati verso due opposti (bianco o rosso, senza mezze misure), ma con quell’aria di rustico, di campagna. Le violette invece sono sempre quelle enormi, a orecchio d’elefante. Le tricolor semplici non si trovano.

Più insolita la presenza degli anemoni, serie De Caen, la meno problematica, che da noi vengono considerati piante selvatiche, tipo “papavero”. Anche se spessissimo si trovano nei sacchetti ai supermarket, la gente si confonde quando li deve piantare, li mette sottosopra, li spezza, o sbaglia terreno e profondità.
Una signora ne ha presi un paio, di colore azzurro, assieme a dei gerani.

Sorprendente mancanza di conoscenza e distrazioni inenarrabili

Qualche giorno fa ho fatto ripetizioni con la mia cuginetta che fa la quarta o la quinta elementare, e che da grande vuole diventare famosa come Hannah Montana.
Tra un karaoke e un siparietto sono riuscita a inculcarle la forma interrogativa in inglese, e -forse- a farle avere una vaga idea di come ruota la Terra.

Per esperienza e per come mi ricordo che studiavo io alla loro età, è più facile mandare a memoria che capire. La Forza Forte della Memoria è potente a quell’età, non altrettanto la forza debole dell’analisi. Sanno tutta la pappa con le parole del libro, ma “ripeti a parole tue” è la cosa più terribile che possano sentirsi chiedere.

Bene. Ripetevamo il sistema solare e mia cugina sapeva tutti e nove i pianeti in fila, senza sbagliarne uno…ma un momento…cos’ho scritto? Nove? Nove pianeti?

Chiedo scusa ma Plutone non è stato declassato già nel lontano 2006? I pianeti non sono otto? Nessuno ricorda più la “due giorni delle stelle” che fecero i giornalisti, quando l’Unione Astronomica Internazionale era andata fuori di melone perchè non sapeva cosa fare di Plutone, Caronte e Cerere (più un altro paio di cosette che circolano nel nostro Sistema)?
Accidenti, devo essere la sola a ricordare che i pianeti sono otto. Ma certo, una cosa così inutile… a chi vuoi che interessi? E poi certamente gli insegnanti non sono tenuti a saperlo, e neanche i corsi di aggiornamento possono proprio aggiornarli su tutto tutto, no?

E di questo, che vogliamo dire?

Doodle di Google in occasione dell'allunaggio della Missione Apollo 11, non 13...

Ma benedettoiddio, ci hanno fatto pure il film e lo sanno anche i banchi di scuola che l’Apollo 13 fu così sfigato da non riuscire ad allunare. Il film è tratto da Lost Moon, che vuol dire “Luna perduta”, ergo, se l’hanno perduta, non ci sono arrivati.
Che clamorosa distrazione. Sarebbe successo con Manzoni? Non credo. L’italia dà ancora troppo valore alle materie umanistiche su quelle scientifiche.
Errori, dimenticanze, misconoscenze come queste ci danno la misura della vastità dell’ignoranza degli italiani in materia di scienze. Sappiamo declamare poesie sulla Luna, ci scriviamo canzoni, e preghiere, ma a stento sappiamo cos’è.

Limina all’incrocio per Fabrizia

limina 3

Qualche giorno fa, prima della paura per il Burian e per il gelo, in una giornata che sembrava non troppo fredda ed era nata come luminosa, abbiamo deciso di andare alla Limina. Il Passo della Limina è il punto che separa l’Aspromonte occidentale da quello orientale, con una lunghissima e vecchia galleria da film dell’orrore, che sembra stia per crollarti addosso da un momento all’altro.
E’ facilissimo trovare tempo peggiore sul lato tirrenico, mentre sul lato ionico splende quasi sempre il sole. Insolito è il contrario, ma rarissimo il fatto che le condizioni climatiche si equivalgano dall’uno e dall’altro versante.

Pensavo sinceramente che il “tempo” (cronologico), fosse più avanti. Il sottobosco è in accenno di ripresa, con foglie di ciclamino, euforbie, ellebori, che fanno a gara per trovare il loro spazio contro la profonda lettiera di foglie di faggio.

Gli alberi erano spogli. Contro lo sfondo plumbeo del cielo i rami sembravano arzigogoli di china su carta ruvida, di quelli che faceva Arthur Rackham.

C'è passato Arthur Rackham

In qualche punto si può guardare a valle, una staccionata che non serve più a niente funge da parapetto.

In limine

La bruma si alzava dai fondovalle, come nei racconti di Tolkien: ti senti volare in un altro mondo.

Far over the Misty Mountains cold

Ad un certo punto ha iniziato a nevischiare e abbiamo preso la via del ritorno,

Nevischio

ma non senza aver prima trattenuto con noi il ricordo di una preziosa gemma, ancora non del tutto sbocciata. La prima, forse, di tutta la montagna.

Limina, il mio album su Flickr

Wendy, sono a casa amore!

Ciao tesoro, sei a casa, finalmente!

Intervista ad Antonio Falcone

Antonio Falcone
Dal sito di Giovanni Certomà, intervista al cinefilo Antonio Falcone

Violette di Parma, storia e gloria

Da noi le violette sono gli umili fiori che si coltivano nei giardinetti di periferia, i cui fiori si mettono in vasetti sfaccettati dinanzi alle foto di chi non c’è più.

mazzolino di viole di parma

Altrove le violette hanno storie diverse. Ad esempio in Francia sono famose per essere state il simbolo della casata dei Bonaparte. Prima di essere esiliato all’Elba, Napoleone promise di ritornare “quando le violette fossero state nuovamente in fiore”, e dopo la sua morte, nel suo medaglione furono trovate delle violette raccolte dalla tomba di Giuseppina, la sola donna che forse avesse davvero amato. Nel suo medaglione furono anche trovate delle viole di Parma, che Giuseppina coltivava alla Malmaison, raccolte dalla tomba dell’ex moglie.
L'Imperatrice Giuseppina

Sebbene questo possa sciogliere in lacrime anche il cuore meno sensibile, non si può non sottolineare il curioso fatto che due tra le violette di Parma più famose, la ‘Marie Louise’ e la ‘Duchesse de Parme’, portano il nome della seconda moglie di Napoleone, Maria Luisa d’Asburgo.
La giovane Maria Luisa d'Asburgo

ventaglio in avorio, seta e madreperla, appartenuto a Maria Luisa d'Asburgo, decorato con violette

Con la Restaurazione le violette furono messe al bando, portate all’occhiello solo dai fedelissimi dei Bonaparte, ma ritornarono velocemente di moda con Luigi Napoleone e la moglie Eugenia Montijo, che ne fece furbescamente uno dei suoi simboli.

Eugenia Montijo tra le sue dame di corte, alcune delle quali indossano sul decolleté grandi mazzi di violette

Gli Inglesi le considerano in maniera molto più pragmatica, e hanno fatto con loro quello che fanno solitamente quando si ritrovano davanti ad un genere così ricco di specie e varietà: le hanno divise in categorie. “Fancy Pansy”, “Viola” e “Violetta”, sono le tre classi derivate dalla Viola tricolor, quelle che hanno “le bizzarre facce da gatto di velluto ciancicato”, come diceva Vita.

Ma a noi interessa di più la classe delle “Violet” che deriva dalla Viola odorata.
Alle “Violet” appartiene anche la sottoclasse delle famose violette di Parma. L’origine di tale denominazione è ormai sepolta sotto una gran confusione di nomi e di date, e si possono solo fare supposizioni, fermo restando che Parma non si è mai distinta nella storia dell’ibridizzazione della violetta, ma sembra piuttosto che in tale storia si sia introdotta in maniera elegantemente abusiva, collegando il suo nome all’estrazione del profumo.

saponette fatte a mano(non da me)

E’ stato suggerito da alcuni che le violette di Parma siano nate tutte in Italia, oppure ottenute da una mutazione di uno stock portato dall’Italia in Inghilterra. Alcuni le danno per mediorientali, e sostengono che siano arrivate in Italia con le navi genovesi e veneziane. Altrove si dice che approdassero in Spagna, portatevi dagli Arabi, dal Nord Africa e dall’Asia Minore, e dalla Spagna a Napoli, su richiesta della potente famiglia dei Borbone.
Questa violetta era chiamata in Inghilterra “di Napoli”, ed era la Viola odorata pallida plena (sin. V. suavis pallida plena italica). A Napoli era chiamata “Violetta Portoghese” ed in Francia “Violetta di Parma”, forse per onorare l’Imperatrice Maria Luisa, Duchessa di Parma. Nell’arco di un cinquantennio il termine “Violetta di Napoli” era ormai scomparso, sostituito dalla denominazione “Violetta di Parma”.
Filo color viola di Parma

Parma acquisisce così un merito che non ha mai realmente avuto, merito che spetterebbe più legittimamente alla città di Udine, dove il Conte Filippo Savorgnàn di Brazzà Sorreschian, giardiniere per diletto, compiva intorno al 1850 degli esperimenti di ibridazione sulle violette di Parma. Tra le mani di Filippo di Brazzà vide la luce la prima e unica viola di Parma doppia di color bianco puro.

Conte di Brazzà

Brazzà ne vendette in Inghilterra e in Usa, ma fu solo dopo l’invenzione della luce elettrica che le violette bianche ebbero successo. Le violette scure, in voga fino all’inizio del Novecento, rispondevano cromaticamente molto bene alla luce a gas, ma apparivano quasi nere a quella elettrica, e furono messe da parte in favore di quelle chiare
Nonostante la parte avuta dall’Italia nella storia della violetta, tutto ciò rimane abbastanza oscuro nel nostro paese, e le violette di Parma proseguono rapidamente la loro strada verso l’oblio.

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Illusion Bouquet. I volti di Napoleone, Maria Luisa e del Re di Napoli, nascosti in un bouquet di violette

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Un paio d’anni di gironi danteschi

E un giorno manca la pala, un giorno manca la merda

Finire all’inferno è una gran brutta cosa, soprattutto se è per l’eternità. Wilde diceva che il clima era migliore in paradiso, mentre la compagnia era preferibile all’inferno. Ma non credo che tra sollevamento massi, corsa attorno ai vulcani eruttanti, salti nel fuoco, nuotate nella pece, e altre attività corroboranti, ci sia gran tempo da dedicare alla conversazione.
Sta di fatto che non credendo nè all’inferno, nè al paradiso (se non alla torta paradiso, alla quale volgo i miei più devoti rispetti), è un po’ difficile dire a qualcuno che vuoi mandare all’inferno: “Ma va’ all’Inferno!”.

Però però però, ci sono alcune persone che meriterebbero se non una intera eternità, almeno un paio d’annetti in qualche girone dantesco. Facciamo tre.

Al primo posto metterei gli spammatori della posta. Quelli che ti dicono attento, il tuo conto paypal è stato sospeso, oppure quelli che ti mettono come oggetto “Hi”, tutte le réclame, le pubblicità, gli sconti, le raccolte punti, amici inesistenti che ti mandano inviti ad associarti a questo o quello.

Al secondo i giovani torturatori della lingua e gli anziani masturbatori dell’Italiano (stavolta sì, con la maiuscola). Uno sconosciuto che scrive xké e ke kazzo è forse meglio di un Augias che usa il piuttosto come congiunzione e non in forma opzionale, o di un Mirabella che si crogiola in fraseggi pseudo-dottorali? Sempre nel secondo girone ci piazziamo tutte le giornalistelle che scrivono frasette tipo nella splendida cornice dei giardini di Pippa de’ Pippis e i giornalistoni che scrivono frasoni del tipo il dialogo tra gli elementi compositivi della struttura ispira la redenzione e restituisce il precipitato di un senso di solennità.

Al terzo girone ci metterei i maniaci del cellulare e degli sms, i/le fashion victim, gli stilisti, i designer, i fotografi che fotosciopppano le modelle facendole diventare di plastica, quelli che si depilano le sopracciglia ad ala di gabbiano, quelli che hanno giardinetti tutti curati e carini, con le forbicette i guantini il grembiulino a quadri i cestini in vimini le pansè sul bancale il tetto in tegole rosse e la staccionata bianca.

Nel quarto girone i venditori di enciclopedie e di riviste a fascicoli.

Poi passiamo alle bolge.

Prima bolgia: Roberto Giacobbo. Esaurita solo per lui, non c’è più spazio. Tanto, una volta uscito, farà un’intera stagione di Voyager per parlarne, magari facendosi crescere il pizzetto.

Seconda bolgia: L’inventore dei call-canter, dei customer care, e delle catene di Sant’Antonio in power point.

Terza bolgia: Scrittori di best seller, tutto esaurito.

Quarta bolgia: Professoresse impellicciate il cui alito odora di naftalina, con collana di perle verdi, feudatarie di premi culturali. Assessori alla cultura. Assessori all’Ambiente.

Quinta bolgia: Professionisti che fanno perizie false a pagamento, università on-line, master, corsi d’aggiornamento, diplomi facili per lavorare, false università, diplomifici. Dottori in allegria.

Poi passiamo alle zone, quelle più tremende.

Prima zona: avvocati dei mafiosi

Seconda zona: politici (piano tutto occupato)

Terza zona: giornalisti e pubblicisti, telegiornalisti, mezzibusti, presentatori, conduttori televisivi e radiofonici.

Quarta e ultima zona: Editori.

Da AboutGarden nella rubrica “Maestri di carta”

Lidia e Pappiralfi

Lidia Zitara nella rubrica di About Garden “Maestri di Carta